Rabat, 30 dic – In Marocco si apre uno spiraglio di speranza per le molte donna vittime di violenza domestica. Un tribunale marocchino ha condannato un uomo di 25 anni, reo di aver usato più volte violenza alla moglie, ad una pena di due anni di carcere, al pagamento di una multa e al risarcimento di alcune migliaia di franchi alla vittima. Se considerata attraverso i parametri occidentali si tratta senza dubbio di una pena modesta, ma comunque clamorosa per una società che fino a pochissimo tempo fa non riconosceva nemmeno l’esistenza di questo specifico reato. 
Arrivano così gli storici primi frutti della legge Hakkaoui in Marocco; la normativa, che prende il suo nome dal ministro della Famiglia che la propose, è entrata in vigore a settembre dopo una prima approvazione nel febbraio 2018 e un iter parlamentare tortuoso e sofferto durato ben 12 anni.
La legge Hakkaoui ha inasprito alcuni reati già esistenti e ha introdotto ex novo i reati di violenza domestica, di matrimonio forzato, e di molestie sessuali, anche via web. Una novità assai rilevante, se si considera che secondo le statistiche governative marocchine nel 2009 il 62% delle donne del Paese lamentava di aver subito molestie o violenze di matrice sessuale, mentre nel solo 2017 gli stupri commessi risultavano essere stati 1600. Numeri altissimi, che vedono una netta biforcazione a seconda del contesto sociale: da un lato i centri urbani, ove le famiglie prestano aiuto e assistenza alle donne vittime di violenza, e dall’altro i distretti rurali, ove regnano ancora tribalismo e rigore islamico, i quali finiscono col dettare una totale sottomissione della donna.
Non appare casuale che proprio in questi distretti si stia consumando un’autentica guerra dei gruppi salafiti contro le turiste donne. Un messaggio di sangue e terrore rivolto non solo all’Occidente, ma anche alle aperture giuridiche laiche dello stesso governo marocchino.
Cristina Gauri 


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