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Mosca, 30 dic – Per quanto l’elite politica-statale russa abbia deciso tatticamente, dal 2000 ad oggi, di reintegrare moderatamente la civiltà russa entro la sfera globale mercatista, il modello di civilizzazione che con il putinismo avanza, come abbiamo già avuto modo di specificare,  è di sostanza neo-tradizionale e “social-ortodosso”, ossia basato su una Sobornost’ declinata nel senso di comunione morale e sociale, assolutamente non atomistica e non individualistica, modello di civilizzazione che costituisce, tra i presenti, la più grande sfida ideologica e culturale all’anglosfera liberaldemocratica. Per taluni decisivi motivi, primo tra questi la traduzione politica della visione del mondo di Solzenicyn attuata dalla nuova elite panrussa dal 2000 ad oggi, l’anti-occidentalismo della Federazione è, da un punto di vista spirituale e “metafisico”, ben più forte e presente che nella passata Unione Sovietica.
Intendiamo riferirci alla inaugurazione, a Mosca, quartiere Taganka, l’11 dicembre 2018, della statua di Alexander Solzenicyn (1918-2008). In tale occasione storica, il presidente russo non solo ha identificato, in presenza della vedova dello scrittore Natalya, in Solzenicyn l’archetipo del Patriota russo nel 1900 ma ha anche considerato la concezione dell’uomo di Solzenicyn  la barriera politica, il Catechon contro ogni forma di Russofobia anglosassone, presente o futura. Di ciò, peraltro, avemmo già notizia grazie alla biografia della L. Saraksina dedicata al grande scrittore russo, in quanto senza mezzi termini Putin era descritto come il discepolo politico del maestro Solzenicyn. E in effetti Solzenicyn, che abbastanza superficialmente è descritto dagli intellettuali occidentali come il simbolo dell’anticomunismo, dalla fine degli Anni’70 in avanti, con il famoso discorso di Harvard (Un mondo in frantumi), finiva per considerare il liberalismo anglosassone occidentale come massimamente amorale e inumano, ben più del sovietismo. E’ dunque Solzenicyn un fascista russo, come iniziarono a scrivere da allora vari analisti occidentali, tra cui Bettanin e, seppur con riserve, S. Romano? Lo è, forse, perché negli anni ’70 rilasciò una dichiarazione in cui definì l’originario modello statuale del falangismo spagnolo come l’archetipo dello Stato tradizionalista? No, quasi sicuramente no.  La visione del mondo di Solzenicyn si basa anzitutto sulla sua particolarissima lettura della storia russa, da cui emerge sia la critica radicale al modello zarista “occidentalista” di Pietro il Grande (1672-1725), sia la critica della storica sottomissione del patriarcato di Mosca allo Stato, sottomissione estranea alla tradizione ortodossa che, da San Giovanni Crisostomo a San Gregorio di Palamas e poi al metropolita Filippo di Mosca di fronte ad Ivan Grozny (1530-1584), ha sempre difeso l’indipendenza spirituale della Chiesa e il suo stesso dovere di portare giustizia e verità nel campo sociale (Cfr. Solzenicyn, Lettera al patriarca). Le varie “rivoluzioni borghesi” e democratico-massoniche sono viste come una felice, ed inconscia,discesa negli inferi del materialismo e del trionfo dell’anti-Uomo. Non può nemmeno essere detto, Solzenicyn, un nazionalista tout court in quanto nazionalismo, nel dibattito politico russo, presuppone una precisa caratterizzazione di natura etnico-razziale, socialdarwinista. Solzenicyn considerava infatti il regime bolscevico di sostanza occidentalista e frutto di un preciso disegno politico-economico della massoneria anglosassone (G. Buchanan, Lord A. Milner e la Round Table, Rodhes), Trockij stesso nelle sue memorie fa riferimento esplicito a prestiti di finanzieri inglesi sin dal 1907; e in Due Secoli insieme, il Nostro scrive apertamente che, lungo tutta la guerra civile, la presenza inglese in Russia si distingueva nel sabotaggio dell’azione dei bianchi e per l’appoggio, nemmeno occultato, ai rossi bolscevichi.
Nonostante ciò, nella nota Lettera ai capi dell’URSS riconobbe che dalla fine degli anni ’30 vi fu una graduale de-occidentalizzazione nella politica di regime, un ritorno, per quanto incoerente e confuso, alla originaria tradizione culturale e spirituale russa e rende omaggio alla politica estera sovietica per aver difeso l’ “interesse russo” molto meglio di quanto abbia saputo fare ogni governo zarista; negli anni del Samizdat, pur se all’opposizione rispetto al potere sovietico, tra il liberale e occidentalizzante “Novyi Mir” e la neostalinista “Molodaja Gvardija” non esita a schierarsi a favore della seconda (Cfr. Solzenicyn, La Quercia e il Vitello, p. 294). Dai giorni dei bombardamenti NATO su Belgrado (marzo 1999) sino agli ultimi giorni di vita sempre con maggior precisione e vigore identifica nel modello plutocratico occidentale quanto di più distante vi debba essere dalla civiltà russa e nel corso di interviste specialistiche dichiara che un eventuale Libro Nero della democrazia supererebbe per razionalizzazione malefica sia il totalitarismo comunista sia il totalitarismo nazionalsocialista. Peraltro, egli individua il battesimo politico e spirituale della democrazia liberale nel Genocidio vandeano (Cfr. Solzenicyn, Discorso sulla Vandea).
Di ciò si avrà ancora più chiara testimonianza negli scritti degli anni ‘90, nei quali il regime liberal-democratico all’occidentale che gli oligarchi avevano importato in Russia è considerato dal Nostro senza mezzi termini “l’orgia del male” e dell’antiumano, con un totalitarismo soft, che, proprio perché soft, è in realtà più pernicioso e nocivo di quello comunista. Solzenicyn rimane un uomo notevole,  di rara elevazione, figlio della “teologia mistica” della Chiesa d’oriente, assai ostico agli intellettuali occidentali; uscito dai gulag staliniani nella prima metà degli anni ’50 malato terminale di tumore, guarisce misteriosamente curandosi autonomamente: “Quando arrivai a Tashkent, quell’inverno, ero quasi un cadavere. Per questo vi ero andato: per morire…Per me guarire era senza scopo: a trentacinque anni, quella primavera, non avevo in tutto il mondo una sola persona che mi fosse cara….Tuttavia avendo alle spalle dieci anni di prolungate meditazioni, io già conoscevo quella verità secondo la quale il gusto autentico della vita non vien fuori nelle grandi cose, ma nelle piccole” (cfr. Solzenicyn, La mano destra). Dal giorno della  misteriosa e del tutto inaspettata guarigione egli consacra la vita all’Idea Russa: “Vivo per lei, ascolto solo il suo dolore, parlo soltanto di lei…”. I suoi anni più tristi, narrerà in seguito, sono quelli dell’esilio forzato, in un Occidente che non apprezza, anni di lontananza dalla sua Madrepatria Russia e di dolorosissima malinconia; nonostante rimanga un fiero oppositore del regime sovietico, in varie lettere inviate in quell’epoca, sapendo di essere letto e costantemente spiato dal KGB, scrive: “E’ questo il mio più ardente desiderio: vivere in Russia, lavorare per la Russia. Che mi uccidano pure in fretta, ma che mi seppelliscano in Russia almeno…”.
Nel discorso di Harvard (8 giugno 1978) il quale, come detto, sbalordì le elite intellettuali occidentali, al punto che da allora a oggi il messaggio di Solzenicyn viene sostanzialmente silenziato in tutta l’anglosfera, egli indica la catastrofe metafisica dell’Occidente in modo laconico: “il declino del coraggio”. La retorica della libertà, dei diritti umani e civili, l’umanitarismo più o meno autentico con cui i mezzi di informazione assaltano costantemente le anime ha in Occidente una precisa radice, nella mancanza di coraggio, assenza di coraggio morale e spirituale. L’uomo russo è forte, frutto di una “scuola spirituale”, l’uomo occidentale, invece, figlio dell’illuminismo borghese, sarebbe corrotto nelle fondamenta. Dice Solzenicyn in quel contesto: “No, non potrei raccomandare la vostra società come ideale per la nostra. Attraverso l’intensa sofferenza che il nostro paese ha affrontato in questo secolo, esso ha raggiunto uno sviluppo spirituale di tale intensità che il sistema occidentale non ci sembra affatto attraente”.
Solzenicyn, in conclusione, per quanto si riallacci alla scuola slavofila dell’800 è un tradizionalista ortodosso; il Cristo che egli concepisce è il Logos dell’origine, il Pantocratore eroico e terribile, figura cosmica regale e solare, assai poco “democratica” ed ecumenistica. In Voci da sotto le macerie, alla metà degli anni ’70, egli fa appello alla elite russa che si forma sul fuoco del sacrificio, al di là di comunismo/anticomunismo. Per l’Idea Russa. Egli celebra, in vari scritti sociali, le piccole comunità di villaggio, soprattutto rurali, verso le quali, come noto, la collettivizzazione forzata staliniana usò il più duro pugno di ferro e la logica dello sterminio totale, “di classe”, come le depositarie dell’originario spirito russo. Grazie al putinismo, queste piccole comunità hanno ripreso vita. Il putinismo è quindi figliastro politico di questa temperie, di vigorosa reazione ideologica neo-tradizionalista e spirituale, più che conservatrice, al liberalismo democraticistico. Nessuno, nel Samizdat, nemmeno Solzenicyn, avrebbe mai potuto immaginare che quella rinascita di una Russia tradizionalista e ortodossa, a tratti neo-sovietica ma di certo anticomunista,  che i “Dissidenti” della destra tradizionalista teorizzavano in documenti allora illegali sarebbe stata compiuta da una elite politica cresciuta nella scuola sovietica del KGB.
Francesco Rossini

2 Commenti

  1. Ringrazio l’autore per l’articolo interessante. Lo scrittore Solzenicyn in Russia è stato anche considerato “ingenuo” perchè la sua opera critica alle crudeli derive dello stalinismo è stata di fatto asservita ad aiutare l’America e indebolire l’Urss; in altri termini: per far crollare l’ impero “del Male” hanno armato i guerrieri afghani, fatto guerre economiche tipo ribassi del prezzo del petrolio negli anni ottanta e tentato di arruolare il grande scrittore in primis dandogli il consueto Nobel.
    E’ un peccato che questo governo, che aveva promesso di non sostenere piu’ le sanzioni alla Russia, non si sia ancora concretamente mosso in questa direzione.

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