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Roma, 9 ott – Armi e aerei da guerra (di fabbricazione americana) forniti dalla Turchia, jihadisti fatti arrivare da Erdogan dal nord della Siria e adesso bombardamenti spietati anche sulle chiese del Nagorno-Karabakh. Se all’Armenia gli aiuti russi arrivano con il contagocce, non si può dire lo stesso del sostegno dell’ampio schieramento turco e filo-turco all’Azerbaigian. Così, mentre ieri a Ginevra il gruppo di Minsk tentavano una mediazione tra le due parti, le forze armate di Baku continuavano a colpire senza sosta Stepanakert, capitale della regione contesa. A farne le spese, oltre ai militari di entrambi i fronti, sono stati anche i civili (come sempre accade in guerra). Decine di morti e feriti, corpi straziati nel giardino nero del Caucaso bagnato ormai da un fiume vermiglio di sangue.

Una cattedrale simbolo dei primi cristiani

Come se non bastasse ieri il governo di Erevan ha denunciato il bombardamento della storica cattedrale di Cristo Salvatore, nella città di Shushi, da parte delle forze aeree azere. Sulle proprie pagine social, le autorità armene hanno mostrato le foto dei gravi danni subiti dal cuore pulsante della Chiesa apostolica locale, tra le prime comunità cristiane del mondo.

“Come si può colpire una chiesa? Qui non ci sono obiettivi militari”, ha dichiarato residente del posto all’agenzia France Press. “Si tratta di un cattedrale molto importante per gli armeni. Dio vi giudicherà”. Ogni scontro etnico-religioso è però un continuo rimpallarsi accuse e nel groviglio pungente emergono dita puntate e maledizioni reciproche. “Le informazioni sui danni alla chiesa di Shushi non hanno nulla a che fare con le azioni militari dell’esercito azero”, si legge in una nota del ministero della Difesa azero. “A differenza delle forze armate armene, quelle dell’Azerbaigian non colpiscono obiettivi di importanza storica e culturale e specialmente edifici religiosi e monumenti“, scrive il ministero di Baku.

Colloqui difficili

Eppure foto e testimonianze raccontano un’altra storia, ci parlano di attacchi a chiese e ai giornalisti, di razzi e bombe a grappolo che costringono la popolazione a rinchiudersi nelle cantine per evitare una morte atroce. Tutto questo costringe ancora una volta l’Europa a interrogarsi sulla propria latitanza, dettata da un’ignavia insopportabile. L’unica nazione che sta provando ad alzare la voce è la Francia e dalle parti dell’Eliseo confidano in una “tregua vicina”, che dovrebbe essere dichiarata venerdì o al massimo sabato.
Ma le sorti della guerra, proprio come accaduto in Siria, sono soprattutto nelle mani della Russia. Oggi i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian si incontreranno a Mosca per avviare gli ennesimi colloqui sul Nagorno-Karabakh. L’esito positivo per un cessate il fuoco è però tutto tranne che scontato.

Eugenio Palazzini

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