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Generazione in bilico: lavoro, casa e futuro negato per i giovani italiani

Dal Nord industriale al Sud dimenticato, passando per le isole: un ritratto spietato della condizione giovanile in Italia nel 2025

by Redazione
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Mentre un idraulico a Milano può guadagnare anche 40.000 euro l’anno lavorando in proprio,
un laureato trentenne fatica a superare i 1.200 euro mensili con un contratto a tempo
determinato. È questa una delle tante contraddizioni che segnano la condizione giovanile in
Italia: un paese in cui l’istruzione non garantisce più il salvo condotto verso l’indipendenza, e
dove trovare un’abitazione dignitosa è diventata un’impresa quasi impossibile per chi ha meno
di trent’anni.
Secondo i dati Istat del 2024, il tasso di disoccupazione giovanile in Italia si attesta intorno al
18,2%, quasi il doppio della media europea. I giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non
lavorano e non si formano — i cosiddetti NEET — rappresentano il 16,1% della fascia d’età, il
dato più alto dell’Europa occidentale. Dietro questi numeri ci sono storie di precarietà, di ritardi
nell’autonomia, di vite sospese in attesa di un’occasione che spesso non arriva.
Il Nord: benessere apparente, affitti proibitivi
Al Nord la situazione occupazionale è relativamente migliore: il tasso di disoccupazione
giovanile scende al 10-12% in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, regioni dove il tessuto
produttivo offre ancora opportunità concrete. Eppure il benessere lavorativo non si traduce in
autonomia reale. A Milano, un monolocale in affitto costa mediamente 1.300-1.500 euro al
mese, cifra che assorbe l’intera busta paga di un neolaureato. Il fenomeno della “generazione
affitti” — giovani tra i 25 e i 35 anni che destinano oltre il 50% del reddito all’abitazione — è
diventato strutturale. Torino e Genova non fanno eccezione: i prezzi sono leggermente inferiori,
ma le opportunità lavorative si concentrano in settori sempre più selettivi, dalla logistica
all’industria avanzata, spesso inaccessibili senza competenze specifiche o reti relazionali solide.
Il Centro: tra burocrazia e rendita turistica
Roma racconta un paradosso tutto italiano: capitale della Repubblica e allo stesso tempo
simbolo delle sue disfunzioni.
I giovani romani trovano lavoro soprattutto nella pubblica amministrazione, nel commercio e nel
turismo — settori che negli ultimi anni hanno registrato una forte espansione ma con condizioni
contrattuali spesso precarie e stagionali. Il mercato immobiliare romano è esploso: il prezzo
medio al metro quadro ha superato i 4.000 euro in molte zone semicentrali, e gli affitti brevi
gestiti tramite piattaforme come Airbnb hanno sottratto migliaia di appartamenti al mercato
residenziale tradizionale.
Firenze e Bologna vivono dinamiche simili: città universitarie di eccellenza dove i giovani
studiano, ma poi spesso emigrano perché non possono permettersi di restare. Secondo uno
studio della Fondazione Einaudi del 2024, il 62% dei giovani under 30 del Centro Italia dichiara
di voler lasciare la propria città nei prossimi cinque anni.
Il Sud: la fuga continua, nonostante tutto
Nel Mezzogiorno la condizione giovanile tocca i livelli più critici.
In Calabria, Sicilia e Campania, il tasso di disoccupazione giovanile supera in alcune province il
35%. Non è solo un dato statistico: è un’intera generazione che cresce sapendo che dovrà
emigrare, spesso al Nord o all’estero, per trovare il proprio posto nel mondo. Il fenomeno della
fuga dei cervelli non accenna a rallentare: tra il 2013 e il 2023, oltre 2 milioni di giovani
meridionali hanno lasciato le regioni del Sud, di cui una parte significativa non ha più fatto
ritorno.
Paradossalmente, il costo della vita è più basso rispetto al Nord, e i giovani del Sud che restano
riescono a vivere con redditi inferiori. Ma il punto non è sopravvivere: è costruire una carriera,
una famiglia, un futuro. E questo, al Sud, rimane ancora un privilegio per pochi.
Le Isole: bellezza e isolamento
Sardegna e Sicilia condensano tutte le contraddizioni del paese in un contesto geograficamente
isolato. In Sardegna, il piano regionale di incentivi per i giovani imprenditori ha prodotto risultati
incoraggianti in alcuni settori — dalla tecnologia all’agricoltura biologica — ma la
disoccupazione giovanile resta attorno al 25%. Nelle aree interne, il problema si aggrava: interi
paesi si spopolano mentre i giovani si spostano verso Cagliari o Sassari, e da lì spesso verso il
continente. In Sicilia, l’economia sommersa assorbe una quota significativa del lavoro giovanile,
rendendo invisibile una fetta intera di occupazione precaria e priva di garanzie. Il turismo offre
opportunità stagionali — Taormina, Cefalù, le coste del Ragusano — ma non una prospettiva
stabile. Anche qui, chi può, parte.
Cosa manca davvero
La questione giovanile italiana non è una crisi congiunturale: è strutturale, radicata in decenni di
politiche che non hanno saputo — o voluto — investire seriamente nelle nuove generazioni.
Mancano politiche abitative dedicate ai giovani, mancano incentivi fiscali reali per chi assume
under 30 con contratti stabili, manca una revisione del sistema pensionistico che non gravi
esclusivamente sulle spalle dei lavoratori più giovani. Manca, soprattutto, una visione: quella di
un paese che non consuma i propri giovani come risorsa temporanea, ma li considera il
fondamento del proprio futuro. Finché quella visione non si tradurrà in leggi, risorse e riforme
concrete, la generazione in bilico continuerà a oscillare — tra restare e partire, tra sperare e
rassegnarsi.

Fonti: Istat 2024, Fondazione Einaudi, Eurostat, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

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