Roma, 2 feb – Tra gli scontri a Torino e la sala stampa occupata a Montecitorio il fine settimana appena concluso è stato sicuramente un fine settimana all’insegna dell’antifascismo. Non è un caso che quando si tratta di giustificare violenze, sopraffazioni, censure, comportamenti mafiosi, la sinistra tiri fuori dall’armadio proprio l’antifascismo, quasi fosse una formula magica, un lasciapassare, un tana libera tutti. Ma quello su cui ci vogliamo concentrare non è l’intolleranza rossa e la sua innegabile ipocrisia, quanto piuttosto l’equazione tra antifascismo e passatismo.
Il commento di Ilaria Salis
Che l’antifascismo sia qualcosa di polveroso, asfittico, nostalgico, non lo diciamo noi. O, almeno, non solo noi. Ma anche un suo peso massimo come Ilaria Salis. Nella bagarre mediatica che è seguita al caso della conferenza del Comitato Remigrazione e Riconquista alla Camera dei Deputati, annullata per l’occupazione della sala da parte della sinistra parlamentare, rischiava di passare sottotraccia proprio il commento della Salis. Ossia di colei che più di tutti, in tempi recente, ha potuto beneficiare dell’antifascismo come salvacondotto. Un rischio non solo per l’enorme quantità di commenti sulla vicenda o per il fatto che questa sia stata in qualche modo oscurata dall’altra grande mobilitazione antifascista – lo slogan del corteo era “Torino è partigiana” – in difesa dell’ex centro sociale Askatusuna, ma anche perché, fuori dal suo ambiente, la Salis è percepita squalificante di per sé.
L’europarlamentare ha festeggiato l’accaduto come una vittoria con le solite frasi fatte: “Il fascismo e il razzismo – il secondo va sempre insieme al primo – sono una malattia orrenda che attecchisce con facilità quando il capitalismo entra in crisi”. Ma quindi le cosiddette leggi Jim Crow erano fasciste ancora prima del fascismo? Gli Usa uno stato fascista ancora prima della Marcia su Roma? Bisogna difendere il capitalismo in crisi per non far attecchire il fascismo? E, ancora, “I neofascisti faranno le vittime e invocheranno la libertà di espressione, ma devono mettersi bene in testa che il fascismo non è un’opinione legittima”. Affermazione, questa, che sarebbe in contraddizione perfino con la Costituzione, ma tant’è. Fin qui ancora nulla di davvero interessante.
L’antifascismo è passatismo
La frase che colpisce quella messa in chiusura: “È tempo di un nuovo antifascismo. Non più rituale né nostalgico, ma vivo, moderno, radicato nelle questioni materiali oltre che culturali, e all’altezza delle sfide del presente”. Una chiamata alle armi per l’antifascismo militante, ma anche, in controluce, un’ammissione di colpa. Se possiamo ironizzare sul “nuovo” antifascismo immaginato dalla Salis (la falce servirà ancora o basterà il martello?), dall’altra dobbiamo prendere seriamente questo raro e involontario momento di sincerità, con l’ammissione delle mancanze dell’antifascismo, appunto rituale, nostalgico, morto, sradicato e non all’altezza con il presente. In una parola, passatista. In effetti, a vedere mummie umane come Bonelli e Fratoianni occupare la sala di Montecitorio sembra di assistere più a un evento ectoplasmatico, a una seduta spiritica, che a un’iniziativa politica. Altrettanto passatista è il panegirico di Bonelli su Matteotti, perfetto esempio di cultura museale e feticizzazione del passato.
Così l’antifascismo diventa l’alibi per non affrontare il problema immigrazione, per non mettersi in discussione, per evitare ogni confronto con la realtà. La remigrazione stessa da tema attualissimo viene letta e archiviata come la riedizione di un qualche passato, astrattamente chiusa entro i soliti confini del fascismo e del razzismo. In altre parole, l’oggi viene spiegata con lo ieri. O, meglio, con il fantasma falsato e ipostatizzato dello ieri. È una tassidermia che uccide il presente e non accetta nuovi modelli da imbalsamare. Che l’antifascismo sia questo e non altro, non è un caso dovuto circostanze, ma è qualcosa di sostanziale. Gli appelli per un antifascismo nuovo, ribelle, “all’altezza delle sfide del presente”, sono destinati a fallire semplicemente perché l’antifascismo non può esserlo. L’antifascismo rappresenta lo status quo da settant’anni, anzi ne è la liturgia, la sua trita scolastica. È difendere il potere, chiudersi in un ammuffito culto del passato. Non può in nessun modo ambire ad essere alcunché di rivoluzionario. Ecco, non solo una mafia antifascista, ma anche una muffa antifascista.
Michele Iozzino