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Remigrazione, il Corriere e la retorica della “responsabilità” che diventa censura

by La Redazione
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Roma, 29 gen – Quando una proposta di legge di iniziativa popolare viene trattata come una minaccia alla democrazia, il problema non è la proposta. È il clima culturale che si sta costruendo attorno ad essa.

Il Corriere contro la Remigrazione

L’editoriale del Corriere della Sera sulla remigrazione non si limita a esprimere un dissenso politico. Va oltre: parla di “derive pericolose”, evoca linguaggi d’odio, invita a impedire la “normalizzazione mediatica e istituzionale” dell’iniziativa. E lo fa rivendicando una presunta “responsabilità democratica”. Ma qui si consuma un cortocircuito. La remigrazione, piaccia o meno, è una proposta di legge di iniziativa popolare, depositata secondo le procedure previste dall’ordinamento. Non un’azione clandestina, non un’irruzione, non un atto violento. Uno strumento previsto dalla Costituzione. Trattarla come una minaccia da neutralizzare significa trasformare il dissenso politico in sospetto morale.

Il linguaggio allarmista del Corriere

Il Corriere parla di linguaggi di esclusione. Ma cosa c’è di illegale nel rafforzare l’applicazione delle norme sull’immigrazione irregolare? Cosa c’è di eversivo nel proporre rimpatri, accordi bilaterali, incentivi al ritorno volontario? Sono strumenti già previsti dal diritto interno ed europeo. Il vero problema è che si preferisce ignorare la distinzione tra straniero regolare e irregolare, tra chi rispetta le leggi e chi le viola. L’editoriale usa una formula rivelatrice: “opporsi a iniziative come questa non è censura, ma responsabilità democratica”. È esattamente qui che si apre il nodo. Quando si legittima l’idea che alcune proposte non debbano trovare spazio pubblico perché ritenute “sbagliate”, si entra in una logica di interdizione culturale. Non si contesta nel merito: si delegittima a monte.

La “responsabilità” democratica

La responsabilità democratica non consiste nell’impedire il dibattito. Consiste nel sostenerlo con argomenti giuridici, politici, sociali. Se la remigrazione è incostituzionale, lo si dimostri nel merito. Se viola trattati, lo si provi. Se è inefficace, lo si argomenti. Ma chiedere di impedirne la “normalizzazione” significa voler stabilire quali idee possano o meno circolare nello spazio pubblico. C’è poi un altro aspetto. Il richiamo ai “valori costituzionali dell’inclusione” ignora un principio altrettanto costituzionale: la sovranità dello Stato nella regolazione dei flussi e nell’applicazione delle espulsioni. L’Italia non è un territorio privo di confini giuridici. L’ordinamento distingue, già oggi, tra presenza legittima e illegittima. Applicare la legge non è odio.

La remigrazione rompe gli equilibri

La verità è che la remigrazione non spaventa per ciò che è, ma per ciò che rompe: un equilibrio ideologico che per anni ha impedito perfino di nominare il problema. Se un grande quotidiano arriva a suggerire che alcune idee non debbano essere “normalizzate”, significa che il terreno si sta spostando. E quando il terreno si sposta, chi ha vissuto di tabù reagisce con l’allarme morale. Non è la democrazia ad essere in pericolo. È il monopolio culturale di chi pretendeva di decidere cosa fosse dicibile e cosa no.

Vincenzo Monti

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