Home » No Tav, l’eterno riciclaggio della «resistenza»: anatomia di una violenza sempre giustificata

No Tav, l’eterno riciclaggio della «resistenza»: anatomia di una violenza sempre giustificata

by Sergio Filacchioni
0 commento
No Tav violenza

Roma, 28 lug – Non serve difendere la Torino-Lione per capire cosa sta accadendo attorno alla galassia No Tav. Si può considerare l’opera costosa o sbagliata. Il punto è un altro. Sabato 25 luglio ci sono stati 124 feriti tra le forze dell’ordine: 58 poliziotti, 48 carabinieri e 18 finanzieri. Sono stati danneggiati quattro mezzi, sequestrati materiale esplosivo e pirotecnico, molotov, ordigni artigianali, caschi, passamontagna e maschere antigas. I danni al cantiere di Chiomonte sono stati stimati attorno al milione di euro. Tra coloro che avevano partecipato agli scontri, nelle prime ore la polizia aveva identificato 436 persone, comprese persone provenienti da Francia, Germania e Belgio. Le indagini coordinate dalla procura di Torino hanno preso inizialmente in considerazione il reato di devastazione; le singole responsabilità, naturalmente, dovranno essere accertate. Eppure, nel giro di poche ore, attorno a quei fatti è entrata in funzione una formidabile macchina di riciclaggio semantico della violenza.

No Tav: la prima violenza è sempre quella degli altri

Ilaria Salis ha descritto la Val di Susa come un territorio che «vive – e resiste – sotto occupazione militare». L’assessore Avs del III Municipio di Roma Luca Blasi è andato ancora oltre: «il sistema TAV è la prima violenza da condannare». Christian Raimo, pur partendo dai feriti, dagli incendi e dalle bombe carta, ha ricondotto gli scontri all’«esito esatto di una mancata interlocuzione politica», fino alla sorprendente definizione della violenza No Tav come violenza «contro un cantiere», «contro le cose». Alice Dal Gobbo, intervistata da Rai Radio 3, ha inserito gli scontri nella «crescente militarizzazione» e «repressione» dei movimenti. Sono declinazioni diverse della stessa costruzione logica. Prima si sposta indietro l’origine della violenza; poi si cambia il soggetto responsabile. Chi incendia una camionetta reagisce alla militarizzazione. Chi taglia una recinzione risponde alla devastazione. Chi lancia un ordigno contro uno schieramento di polizia si oppone alla violenza strutturale dello Stato. Alla fine della catena causale, l’unico soggetto pienamente responsabile rimane sempre quello che sta dall’altra parte della barricata.

È importante precisare che la sinistra istituzionale non ha assunto integralmente questa posizione. Elly Schlein ha definito le violenze «inaccettabili» e «gravi», ribadendo una condanna «senza esitazioni e senza tentennamenti»; Giuseppe Conte ha parlato di fatti «intollerabili». Il secondo passaggio, però, arriva immediatamente: Schlein accusa il governo di «strumentalizzare» gli scontri e di aver fallito sulla sicurezza, mentre nel M5S la violenza viene presentata come qualcosa che danneggia una «giusta battaglia». La differenza tra la sinistra radicale e quella istituzionale rimane quindi una parentela nella cornice interpretativa: il movimento conserva intatto il proprio capitale morale, mentre la violenza viene alternativamente espulsa come corpo estraneo oppure ricondotta alle provocazioni dello Stato.

Il radicamento territoriale e l’alibi territoriale sono due cose differenti

L’eterno riciclaggio del mito della resistenza, operato a sinistra e a sinistra della sinistra, vorrebbe far credere che la Val di Susa sia un territorio integralmente coinvolto in un’insurrezione popolare contro lo Stato. Inutile girarci intorno: è falso, o magari solo parzialmente vero. Il No Tav è realmente nato nella Val di Susa, ma è da sempre qualcosa di più. In una lunga intervista pubblicata dalla francese ACTA a Gian Luca Pittavino, militante di Askatasuna attivo nel movimento dalla fine degli anni Novanta, restituisce un quadro sociale molto più interessante della caricatura del «centro sociale»: operai, insegnanti, commercianti, artigiani, pensionati, cattolici, comunisti, anarchici, ambientalisti, giovani dei centri sociali e semplici abitanti della Valle. Ma da quella base territoriale autentica è nata nel tempo qualcosa di molto più grande della protesta di una comunità contro un’infrastruttura. E non è necessario affidarsi alle informative della Digos per scoprirlo. Lo raccontano gli stessi protagonisti. Nell’intervista ad ACTA Pittavino spiega con impressionante chiarezza quale fosse il contributo dell’area autonoma torinese al movimento. Da una parte mantenere insieme le diverse forme di partecipazione; dall’altra favorire pratiche capaci di andare «oltre il tollerato», oltrepassando il limite della legalità. Perché, spiegava, prima o poi petizioni e dichiarazioni avrebbero dovuto confrontarsi con la «forza fisica» dello Stato.

È la stessa intervista in cui il militante di Askatasuna indica come caratteristica peculiare del No Tav la capacità di ricomporre in un unico percorso manifestazioni pacifiche, azioni dirette, elezioni, sabotaggi, ricorsi giudiziari e occupazioni, superando deliberatamente la distinzione tra legale e illegale. E lo stesso Pittavino aggiunge un elemento essenziale per non falsificare il quadro: le intrusioni, i sabotaggi e gli attacchi ai cantieri sono stati soprattutto opera della «minoranza più militante». La massa del No Tav non coincide dunque con quella componente. Ma il punto politico è esattamente questo: essa non viene necessariamente considerata estranea al movimento; è da sempre incorporata nel medesimo dispositivo di lotta.

Lo dicono loro: «Siamo tutti responsabili»

Il 27 luglio 2026 Guido Fissore, storico esponente No Tav, ha contestato direttamente il racconto secondo cui esisterebbero da una parte i valsusini pacifici e dall’altra i black bloc arrivati da fuori. «Questa divisione è assolutamente falsa», ha detto durante la conferenza stampa del movimento. E ancora: «quello che è successo là lo abbiamo fatto tutti, siamo tutti responsabili». Fissore ha immediatamente precisato che questo «non vuol dire che tutti andiamo a tirar pietre ai poliziotti», ma ha aggiunto che l’ingresso nel cantiere era una pratica condivisa, richiamando lo slogan utilizzato già nel 2011: «Siamo tutti black bloc». Fissore non sta dicendo che ventimila manifestanti abbiano lanciato molotov, sta dicendo che rifiuta il meccanismo con cui, dopo ogni scontro, la parte più radicale viene moralmente espulsa dal corpo del movimento per preservarne l’innocenza collettiva. Già nel 2019 Nicoletta Dosio raccontava a Jacobin Italia come il movimento avesse imparato a respingere la separazione tra «violenti e non violenti». Ricordava anziani impegnati nel taglio delle reti e donne che avevano imparato prima a usare le cesoie e successivamente il flessibile. Soprattutto spiegava che senza la «solidarietà più vasta» con altre lotte il No Tav sarebbe rimasto una resistenza locale e sconosciuta. Ecco il passaggio che smonta definitivamente il mito della resistenza della Val di Susa. La trasformazione da lotta locale a riferimento internazionale non è una degenerazione subita dal No Tav: è stata la condizione principale della sua sopravvivenza politica. Da questa premessa, possiamo passare a considerare seriamente i numeri.

Ventimila persone non rappresentano l’intera Val di Susa

Dopo il 25 luglio il movimento ha rivendicato la presenza di 20mila manifestanti. È un numero che, anche volendo accettare la stima degli organizzatori, viene utilizzato per dimostrare una cosa che non può dimostrare: il consenso della popolazione valsusina. Così come una manifestazione nazionale non è un sondaggio, un festival al quale arrivano persone da tutta Italia e dall’estero non misura l’opinione degli abitanti del territorio che lo ospita. Del resto, Alta Felicità non non ha mai nascosto questa natura. Presentando l’edizione 2026, NoTav.info scrive che il festival «non parla solo alla Val di Susa», ma a chiunque cerchi determinati spazi di socialità e cultura politica. Il precedente «campeggio di lotta» del 17-19 luglio era esplicitamente pensato per «condividere pratiche e analisi» e «rafforzare i percorsi di lotta». Il programma comprendeva la presentazione de La lunga frattura della redazione di InfoAut e diverse «iniziative di lotta» a San Didero e Traduerivi. Durante Alta Felicità, il 25 luglio, si è inoltre svolta un’assemblea nazionale dei movimenti di lotta per la casa. Radio Onda d’Urto seguiva la manifestazione con una corrispondente che non era una valligiana incontrata casualmente per strada, ma Alice, attivista del centro sociale Magazzino 47 di Brescia. È proprio questa, in fondo, la reale natura dell’appuntamento: territorio, musica, movimento No Tav, centri sociali, lotte abitative, collettivi climatici, antimilitarismo, Palestina, antifascismo, reti nazionali e militanti europei. Niente di tutto questo è automaticamente terrorismo, sia chiaro. Ma rende semplicemente grottesco trasformare la folla di un Festival con un richiamo così trasversale nella fotografia sociologica della popolazione valsusina.

La presenza internazionale è diventato un fattore dominante

Come dicevamo, quindi, la dimensione raggiunta oltre la Val di Susa è diventata anche la garanzia di durata dell’esperienza No Tav, fino a far diventare la presenza internazionale un fattore dominante, o quantomeno non secondario. Già ne luglio del 2015 il ministero dell’Interno rispose ufficialmente a un’interrogazione parlamentare sulla Grande marche No Tav, partita dalla Francia. Secondo il Viminale, allora guidato da Angelino Alfano, la mobilitazione proveniva dal movimento francese e comprendeva in larga parte esponenti dell’area anarco-insurrezionalista transalpina. Al confine furono controllate 73 persone, 54 delle quali straniere: quasi tre quarti del campione. Dopo i controlli, i francesi raggiunsero Venaus, dove furono ospitati dagli attivisti valsusini. Il ministero definiva già allora quelle manifestazioni di carattere «nazionale ed extranazionale». Il giorno successivo, sempre secondo la ricostruzione ministeriale, circa cento antagonisti travisati tentarono di superare le recinzioni del cantiere lanciando pietre e altri oggetti, per poi ripiegare verso il presidio No Tav.

Nel 2022, durante Alta Felicità, furono registrati oltre dieci feriti tra le forze dell’ordine dopo l’azione di una cinquantina di incappucciati dotati, secondo le fonti investigative, di fionde, tubi per il lancio di petardi e bombe carta e maschere antigas. Gli investigatori valutarono la possibile presenza di militanti provenienti da altre regioni e ricordarono i collegamenti di Askatasuna con altre realtà antagoniste nazionali. Nel luglio 2024, la Digos denunciò 55 persone tra attivisti No Tav, militanti di Askatasuna e antagonisti provenienti da altre località italiane. Durante il «campeggio di lotta», gruppi di trenta-quaranta persone – alcune provenienti da fuori Piemonte – tentarono ripetutamente di rimuovere le protezioni dei cantieri con funi, tenaglie e ganci d’acciaio, mentre contro gli agenti venivano lanciati pietre e altri oggetti.

Nel luglio 2026, di nuovo, persone provenienti da Francia, Germania e Belgio compaiono tra i primi 436 identificati dopo gli scontri; nei controlli successivi sono state identificate complessivamente oltre mille altre persone presenti al campeggio. Quattro ventenni tedeschi sono stati fermati, con posizioni sottoposte alla valutazione giudiziaria. Identificazione, naturalmente, non significa responsabilità penale. Ma la provenienza geografica aiuta a descrivere la dimensione dell’evento che dalla Val di Susa è divenuta – senza ombra di dubbio – uno dei grandi luoghi di convocazione dell’antagonismo italiano ed europeo.

Se non vi fidate del Viminale, potete leggere direttamente loro

A questo punto, si può passare a leggere direttamente ciò che scrivono le redazioni “impegnate”. Il comunicato ripubblicato il giorno dopo gli scontri dal sito di InfoAut è alquanto istruttivo per toglierci dall’imbarazzo della propaganda o degli editoriali mainstram. Il movimento rivendica che tutti i cantieri siano stati raggiunti, che i dispositivi di sicurezza siano stati «raggirati e superati», racconta la caduta delle concertine a San Didero e l’ingresso in massa a Chiomonte. Poi registra che la control room e diverse camionette stavano bruciando e immediatamente sposta l’immagine sulle migliaia di manifestanti e sul loro «entusiasmo» per avere raggiunto il «fortino». Infine rigetta la rappresentazione di chi partecipava come «facinorosi e incappucciati», contrapponendole quella di persone impegnate nella costruzione di «un mondo migliore». È un documento politicamente molto più significativo di cento commenti istituzionali, perché non contiene quella classica ipocrisia da comunicato con cui un movimento pacifico prende le distanze da un gruppo che gli ha sequestrato la manifestazione. L’assalto ai cantieri viene inglobato nel racconto generale della giornata di lotta.

Ed è ancora più interessante in questo senso un vecchio testo, sempre di InfoAut, dedicato proprio al ruolo degli autonomi nella valle. Gli autori respingevano già nel 2012 l’idea di essere infiltrati «nascosti» dentro il movimento: rivendicavano di essere presenti nelle assemblee, nelle feste e nelle conferenze stampa e si definivano soggetti orientati al «potenziamento dell’insieme». Il testo si chiudeva con un’immagine difficilmente equivocabile: «tra i fuochi delle barricate» gli autonomi si muovevano dentro quella esperienza.

All’estero si dice ciò che in Italia si preferisce rimuovere

Ma è forse all’estero che la natura di questa evoluzione viene raccontata con minori imbarazzi. ACTA si presenta come un media «autonomo e partigiano» che produce informazione «dall’interno delle lotte». Nel 2021 dedicò alla Val di Susa un articolo che dovrebbe essere letto integralmente da chi continua a descrivere il No Tav soltanto come comitato di valligiani preoccupati per le sorgenti. Insieme all’intervista a Pittavino, infatti, ACTA scriveva che la lotta si era sviluppata prima nella Valle e successivamente «in tutta Italia», unendo abitanti e militanti autonomi. Ne esaltava precisamente la capacità di mettere nello stesso percorso manifestazioni pacifiche, azioni dirette, elezioni locali, occupazioni e sabotaggi, oltrepassando la separazione fra legalità e illegalità. Le giornate di Alta Felicità del 2021 venivano indicate come esempio perfetto: festival dei comitati locali, manifestazione di massa e azioni più offensive contro il cantiere attraverso i boschi. La conclusione è ancora più esplicita. ACTA definiva quello No Tav un movimento «pas si local», «non così locale», un repertorio di azioni e alleanze e un «laboratorio» utile a chi vuole inventare altri mondi. L’articolo si concludeva augurandosi che i lettori francesi sentissero il desiderio di andare a respirare l’aria della Val di Susa. La tesi dell’internazionalizzazione, quindi, non viene costruita dai detrattori del movimento. Viene celebrata dai suoi sostenitori. E non solo da ACTA.

Nel 2014 un appello circolato nell’area di Indymedia metteva esplicitamente in connessione la Val di Susa con la Zad di Notre-Dame-des-Landes, Hambacher Forst in Germania, piazza Taksim, Calais, Lampedusa, Exarchia ad Atene e numerosi altri territori di conflitto. Il titolo era già un programma: «From the ZAD to Val Susa! From Hambacher Forst to Square Taksim… Resistance and Sabotage!». Si trattava di un appello autonomo e decentralizzato, non di un comunicato ufficiale di tutti i comitati No Tav; proprio per questo è interessante come documento della circolazione internazionale di un immaginario e di un repertorio di lotta. Nel 2023 la convergenza diventa ancora più concreta con la grande mobilitazione francese contro il Lione-Torino sostenuta anche dai Soulèvements de la Terre. Il comunicato congiunto parlava di oltre cinquemila partecipanti e registrava la presenza di centinaia di italiani diretti in Francia, parte dei quali fermati al confine. Tra le sigle figuravano, oltre ai No Tav, Soulèvements de la Terre, Attac Savoie, Greenpeace Chambéry, Confédération paysanne, SUD Rail e realtà della sinistra francese. Il messaggio conclusivo era programmaticamente transfrontaliero: la lotta contro TELT avrebbe dovuto crescere «da una valle all’altra».

Nel luglio 2026 Rebellyon, storico portale militante dell’area lionese, pubblicizzava Alta Felicità al proprio pubblico francese, sottolineando la vicinanza di Venaus al confine e promuovendo immediatamente dopo il festival un campeggio itinerante fondato su «lotta» e «autogestione», invitando a sperimentare «nuove forme di resistenza e autonomia». Già nel 2012, peraltro, sempre Rebellyon scriveva senza alcun imbarazzo della capacità di «contaminazione» del No Tav e ricordava la partecipazione di militanti provenienti da Francia, Spagna, Svizzera e Germania, collegando la Valle alle mobilitazioni di Notre-Dame-des-Landes e ad altri fronti europei. Insomma, altro che movimento incomprensibilmente assediato in una remota valle alpina. Per una parte dell’antifascismo europeo la Val di Susa è da anni un luogo di formazione-addestramento, incontro-scontro, indottrinamento-radicalizzazione. Stessa valutazione che sul versante opposto espresse Roberto Maroni, che il Il 18 ottobre 2011, definì le proteste No Tav il «laboratorio ideale» nel quale componenti radicali avevano sperimentato pratiche di guerriglia – barricate, incursioni, catapulte, arieti – trasferibili successivamente ai conflitti urbani.

Il ruolo di Askatasuna oltre il clichè dei «professionisti del disordine»

A questo punto possiamo far cadere un’altra comodissima rappresentazione: quella secondo cui centri sociali e autonomi sarebbero arrivati successivamente a «infiltrare» una protesta altrimenti estranea a quelle culture. Askatasuna partecipa al movimento da un quarto di secolo. Sempre Pittavino colloca la presenza attiva del centro sociale già nel 1999-2000. E, come abbiamo visto, descrive apertamente la propria funzione non come quella di un gruppo clandestino che si mimetizza tra i valligiani, ma come una forza che cerca di tenere insieme le diverse forme della mobilitazione e di spingerne alcune oltre il limite del legalmente tollerato. Anche gli eventi degli ultimi anni mostrano una continuità fra il circuito torinese e quello valsusino. Nel 2024 gli investigatori identificarono tra le persone denunciate militanti No Tav, esponenti di Askatasuna e antagonisti provenienti da altre città; nel 2022 la Digos indicava proprio Askatasuna tra i principali promotori della mobilitazione e sottolineava i suoi rapporti con altre realtà antagoniste nazionali. Si tratta di ricostruzioni investigative, ma che in fondo descrivono una relazione politica che gli stessi protagonisti non hanno mai negato.

Anche se nel tempo c’è stato chi ha contestato la tesi giudiziaria secondo cui Askatasuna sarebbe una cabina di regia criminale perché, si sostiene, la mobilitazione valsusina coinvolge un tessuto molto più ampio di persone e realtà. È un’osservazione da prendere sul serio, oltre la caricatura giornalistica sui «professionisti del disordine», perchè la realtà dei fatti dimostra che un movimento reticolare non ha bisogno di una centrale unica per condividere cultura politica, pratiche e obiettivi. Il punto è comprendere un ecosistema nel quale l’autonomia organizzativa dei diversi gruppi convive con una forte integrazione politica e simbolica.

Il carattere politico della violenza

Jacobin Italia rappresenta forse la versione intellettualmente più elaborata di questa narrazione. Nel marzo 2025 descriveva il processo contro Askatasuna e militanti No Tav come un «disegno repressivo», sostenendo che sul banco degli imputati ci fossero in realtà «le lotte sociali del paese». Il ragionamento contiene un punto giuridicamente sensato: la responsabilità penale è personale e un movimento politico non può essere trasformato automaticamente in associazione criminale perché alcuni suoi aderenti commettono reati. La stessa ricostruzione ricorda, correttamente, che precedenti contestazioni di terrorismo furono ridimensionate dalla magistratura. Ma da questo principio nasce facilmente un altro salto: poiché un’azione ha una motivazione politica, chiamarla violenta o criminale significherebbe depoliticizzarla. Nel lungo reportage Delinquente è il conflitto sociale, pubblicato nel settembre 2025, torna precisamente questa idea: le espressioni più dure del conflitto verrebbero erroneamente considerate violenza fine a se stessa invece che azione politica. Ma le due cose, come ci insegna la storia, non sono affatto incompatibili. Un atto può essere politicamente motivato e contemporaneamente violento. Può avere un’ideologia, una strategia e persino una tradizione alle spalle e continuare ad essere un reato. Le Brigate rosse facevano politica; questo non rendeva i loro omicidi meno omicidi. Il principio vale, in proporzioni completamente diverse, anche per una bottiglia incendiaria lanciata durante uno scontro.

Da questo meccanismo intellettualoide, nasce anche il bias contenuto nelle affermazioni di Christian Raimo: la violenza No Tav sarebbe una violenza «contro le cose». Una posizione insostenibile, soprattutto a fronte di 124 feriti. Si può sostenere che l’obiettivo strategico fosse il cantiere; non si può sostenere seriamente che la violenza materiale abbia riguardato soltanto oggetti. Un agente colpito non diventa un oggetto perché indossa una divisa e protegge una recinzione. L’operazione linguistica e cervellotica è evidente: personalizzare le vittime quando sono manifestanti, spersonalizzarle quando sono poliziotti.

E la repressione? Un cane che si morde la coda

La tesi della «militarizzazione» non è però costruita integralmente sul nulla. Ed è utile riconoscerlo, proprio per capire dove avvenga il salto logico. Amnesty International ha documentato ripetutamente condotte problematiche delle forze dell’ordine in Val di Susa. Nel luglio 2025, i suoi osservatori registrarono a San Didero tra 180 e 200 lacrimogeni in poco più di un’ora contro circa 500 manifestanti, denunciandone un uso sproporzionato e indiscriminato e documentando lanci anche contro persone che si stavano allontanando. Amnesty aveva espresso critiche analoghe nel 2023, ricordando che atti di violenza circoscritti non cancellano il diritto alla protesta pacifica degli altri partecipanti. Inutile ricordare, come spesso abbiamo fatto in questi anni, che uno Stato democratico non acquista il diritto di usare indiscriminatamente la forza perché dall’altra parte qualcuno lancia pietre. Ogni abuso deve poter essere documentato, indagato e sanzionato. Ma proprio qui si scopre la fallacia dell’argomento di certa politica: dall’esistenza di episodi di uso eccessivo della forza non discende che l’azione violenta antagonista sia sempre una semplice risposta causale alla repressione. La relazione è semmai circolare. Gli assalti producono militarizzazione; la militarizzazione aumenta la tensione; la tensione alimenta nuovi assalti; gli assalti producono ulteriori dispositivi di sicurezza. Scegliere arbitrariamente un punto della sequenza e proclamarlo «prima violenza» significa fare propaganda, non analisi. Tanto più quando i «campeggi di lotta», le iniziative ai cantieri, le tecniche di rimozione delle recinzioni e la pratica del sabotaggio sono documentati e discussi prima del momento in cui la polizia reagisce.

«Non ci hanno mai ascoltato»: anche questo è uno slogan

Infine, bisogna rovesciare anche l’idea secondo cui trent’anni di violenza sarebbero il prodotto di un territorio al quale non sarebbe mai stata concessa interlocuzione. Si può sostenere che il confronto sia stato insufficiente, tardivo, asimmetrico o incapace di modificare la scelta politica fondamentale. Ma «nessuno ci ha mai ascoltato» è fattualmente un’altra cosa. L’Osservatorio Torino-Lione è operativo dal 2006. Nella seconda fase dei suoi lavori si tennero 16 riunioni plenarie, 11 audizioni nazionali, due internazionali e quattro incontri con i sindaci; nella terza fase furono 53 le riunioni, 13 le audizioni nazionali, tre quelle internazionali e nove gli incontri di verifica con gli amministratori locali. Nel 2010 aderivano all’Osservatorio 33 dei 50 Comuni aventi diritto, mentre 17 avevano scelto di non partecipare; l’adesione, precisa la Presidenza del Consiglio, non obbligava affatto le amministrazioni ad approvare l’opera. Nel 2026 sono state raccolte altre 110 osservazioni da Comuni, Città Metropolitana, Unione Montana, enti parco e Arpa Piemonte nell’ambito del nuovo Comitato di supporto. Sempre quest’anno undici Comuni interessati dai lavori hanno ottenuto 50,2 milioni di euro per 32 opere di accompagnamento. Tutto questo dimostra che interlocuzione e accoglimento delle richieste non sono sinonimi. Se «essere ascoltati» significa che lo Stato deve necessariamente rinunciare alla decisione contestata, non stiamo più parlando di partecipazione democratica. Stiamo parlando di un diritto di veto che non è mai esistito.

Il grande gioco che si autoalimenta

Insomma, il quadro è meno ambiguo di quanto la narrazione costruita intorno al No Tav voglia far credere. Il radicamento valsusino è reale, ma da decenni è stato sovrastato da una rete nazionale e internazionale di centri sociali, autonomi e movimenti radicali che considera la Valle un laboratorio politico, un luogo di incontro e un centro d’addestramento per pratiche da esportare. E non lo sostengono soltanto questure e ministri che negli anni si sono succeduti sulla poltrona del Viminale, lo dicono loro stessi rivendicandolo apertamente. Assalti programmati, sabotaggi e aggressioni non possono essere vendute come pure e semplici “risposte” spontanee alla «militarizzazione», così come ventimila partecipanti a un festival nazionale non possono dimostrare una maggioranza silenziosa. E se gli italiani hanno una innata ritrosia rispetto alle grandi opere non è certo per il lavoro della guerriglia antagonista.

Il punto, allora, è saper riconoscere il meccanismo mitopoietico attraverso cui una parte della sinistra continua a ri-produrre la propria “Resistenza”. Servono un territorio da dichiarare “occupato”, un potere trasformato in oppressore, una comunità elevata a popolo resistente e una violenza che, purché esercitata dalla parte corretta, può cambiare continuamente nome: sabotaggio, azione diretta, autodifesa, conflitto sociale, risposta alla repressione. Se viene colpito un manifestante abbiamo una vittima; se viene colpito un poliziotto abbiamo un oggetto dello Stato. Se lo Stato reagisce è repressione; se l’antagonismo prepara lo scontro è resistenza. È il gioco più antico del mondo ed è “giocando” che il mito si autoalimenta: non negando la violenza, ma purificandola attraverso il racconto, fino a trasformare ogni nuova barricata nell’ennesimo fotogramma di una Resistenza eterna che ha continuamente bisogno di reinventare fascisti, occupanti e partigiani.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati