Roma, 28 lug – Alla fine Palazzo Ducale ha dovuto prendere le distanze. Dopo le polemiche scoppiate attorno all’assemblea nazionale dei No Kings del 18 luglio, ospitata nella Sala del Maggior Consiglio, la Fondazione per la Cultura ha diffuso una nota per dissociarsi «nel modo più deciso» dalle parole pronunciate durante uno degli interventi. Una precisazione arrivata dopo che il video pubblicato dal Primato Nazionale – video che, per inciso, è stato preso dai canali ufficiale del movimento e non attraverso qualche microspia – aveva portato all’attenzione pubblica quanto detto dal palco da Davide Dioguardi, esponente del centro sociale napoletano Mezzocannone.
Palazzo Ducale si dissocia dai No Kings
«Dobbiamo alzare il tiro, fermare i fascisti ad ogni prezzo necessario», aveva affermato Dioguardi, aggiungendo: «Dobbiamo andare a prendere i fascisti a casa con forza e determinazione». Dichiarazioni successivamente riportate anche da Primocanale e che hanno provocato la reazione dell’opposizione cittadina. La consigliera leghista Paola Bordilli le ha definite una «chiamata alle armi», chiedendo una commissione consiliare urgente e chiarimenti sulle responsabilità di chi aveva concesso gli spazi. Palazzo Ducale adesso mette le mani avanti. Nella nota precisa di aver ospitato le iniziative per il venticinquesimo anniversario del G8 «su richiesta del Comune di Genova», senza intervenire nella scelta dei relatori, nel programma o nei contenuti, e rivendica i valori del «dialogo», del «confronto democratico» e della «non violenza». La dissociazione è sacrosanta. Ma, più che chiudere il caso, rischia di aprirne un altro: se la Fondazione non ha scelto programmi e ospiti, chi deve rispondere politicamente dell’operazione?
La risposta porta inevitabilmente a Palazzo Tursi. Il Comune di Genova è infatti fondatore di Palazzo Ducale e il suo stesso sito attribuisce all’assessorato alla Cultura funzioni di «indirizzo e controllo» sulla Fondazione. Solo lo scorso aprile la Giunta ha inoltre rafforzato formalmente il rapporto tra Comune e Ducale, definendolo uno «strumento operativo centrale» delle politiche culturali dell’amministrazione e prevedendo una programmazione coordinata.
Il comune di Genova copre gli antifascisti
Il problema, dunque, non è attribuire alla Fondazione le parole di un singolo relatore. È capire perché un ambiente politico che usa questo linguaggio continui a trovare spazi, interlocuzione e legittimazione istituzionale. Soprattutto in una città dove il sindaco Silvia Salis, pochi mesi fa, aveva ricevuto una delegazione di Genova Antifascista e dichiarato pubblicamente che la presenza di CasaPound «non è gradita» alla sua amministrazione. Il giorno successivo all’assemblea, durante il corteo per i 25 anni del G8, la sede di CasaPound in via Montevideo è stata “murata” simbolicamente dai manifestanti e coperta con scritte e simboli antifascisti, episodio documentato anche dall’Ansa. Palazzo Ducale, preso in castagna dal montare della polemica, ha almeno pronunciato una parola chiara: dissociazione. Ora resta da capire se altrettanto farà l’amministrazione genovese. Perché il pluralismo non può diventare il comodo alibi con cui le istituzioni concedono cittadinanza politica all’antifascismo quando è innocuo, salvo poi scoprirsi estranee quando dal palco cominciano gli inviti ad «andare a prendere i fascisti a casa».
Vincenzo Monti