Roma, 29 ago – C’è qualcosa di irresistibilmente comico nella rivolta scoppiata attorno alla nomina di Daniele Piervincenzi alla conduzione di Report. La Rai ha scelto lui e Giulia Presutti per sostituire Sigfrido Ranucci. La redazione ha definito la decisione «irricevibile», sostenendo che i due non rappresenterebbero «la storia e i valori» della trasmissione. Ranucci è stato ancora più netto: una «scelta mediocre», uno «schiaffo alla professionalità» e alla meritocrazia.
Curioso. Perché se esiste un giornalista che negli ultimi dieci anni è stato costruito pubblicamente secondo lo stesso modello oggi applicato a Ranucci, quello è proprio Daniele Piervincenzi. Piervincenzi è stato, per certi versi, il Ranucci prima di Ranucci. Il cronista che sfida il potere criminale, mette il corpo davanti alla telecamera, paga personalmente per le sue domande e proprio per questo viene elevato a simbolo del giornalismo d’inchiesta.
Piervincenzi e quella testata che valeva come un curriculum
Tutto nasce a Ostia il 7 novembre 2017. Piervincenzi, inviato di Nemo, va davanti alla palestra di Roberto Spada durante la campagna elettorale per il X Municipio. Vuole interrogarlo sul sostegno espresso a Luca Marsella, candidato di CasaPound. Spada gli rompe il naso con una testata e aggredisce anche l’operatore. Le immagini fanno immediatamente il giro d’Italia. Da quel momento la testata diventa molto più di un fatto di cronaca. Diventa una consacrazione professionale. Piervincenzi viene trasformato nel volto del giornalismo che «non si piega», mentre intorno all’aggressione viene costruito un racconto molto più largo: gli Spada, CasaPound, la mafia, Ostia, l’estrema destra. Persino oggi, presentando il nuovo conduttore di Report, la Rai torna immancabilmente a quell’episodio come elemento “qualificante” del suo curriculum. E praticamente ogni ritratto pubblicato in queste ore riparte da lì.
Il contesto politico dell’epoca, però, era decisamente più interessante della rappresentazione televisiva che ne rimase. Il X Municipio arrivava da uno scioglimento per infiltrazioni mafiose. Il suo ex presidente Andrea Tassone, del Partito Democratico, era stato travolto da Mafia Capitale e condannato in primo grado per i rapporti con il sistema di Salvatore Buzzi. Era quello il dato politico gigantesco che incombeva sulle elezioni di Ostia, non la candidatura di CasaPound. Eppure nell’autunno 2017 il centro simbolico della campagna diventò progressivamente un altro: Roberto Spada, il suo endorsement a Marsella e la fotografia con lui ad un evento di quartiere, la ricerca spasmodica di una saldatura tra criminalità organizzata e avanzata elettorale della destra radicale. Il servizio di Nemo nasceva precisamente dentro quel clima. La testata fece il resto. Da quel momento non serviva più discutere troppo del metodo dell’inchiesta o della consistenza politica di ciò che si stava dimostrando. C’era un naso rotto davanti alle telecamere ed era sufficiente alla santificazione immediata.
Quando Ostia doveva essere il problema
A ricordarlo oggi è anche quella sinistra che, proprio partendo dalla nomina di Piervincenzi, ha ricostruito il clima di quegli anni. E il cortocircuito è notevole, perché argomenti che nel 2017 sarebbero stati probabilmente liquidati come minimizzazione della mafia o difesa degli Spada vengono recuperati adesso che servono a colpire il sostituto di Ranucci. Oggi, finalmente, si ricorda come Ostia fosse diventata il grande capro espiatorio dopo Mafia Capitale: il territorio sul quale concentrare ruspe, legalità spettacolare, clan, degrado e periferia mentre lo scandalo politico-amministrativo investiva il Campidoglio e aveva colpito direttamente il governo municipale del Pd. Roberto Spada diventò il personaggio perfetto per quella rappresentazione e il giornalista di Nemo il suo antagonista perfetto. La scena conteneva tutto ciò che la televisione italiana ama chiamare «inchiesta»: il reporter insistente, il cattivo riconoscibile, la periferia, la mafia, i fascisti e infine la violenza in diretta. La complessità scemava per far rimanere ben cristallizzati l’eroe e il mostro.
Il martire giusto e quello sbagliato
Nove anni dopo la macchina si è inceppata perché nel frattempo il posto dell’eroe-martire è stato occupato. Sigfrido Ranucci da conduttore di Report è diventato il personaggio morale per eccellenza: il giornalista sotto scorta, il giornalista minacciato, il giornalista vittima di un attentato, il giornalista che il potere vuole silenziare. La sua rimozione dalla conduzione viene quindi raccontata con lo stesso vocabolario con cui nel 2017 venne raccontata l’aggressione a Piervincenzi: colpire l’uomo significa colpire il giornalismo d’inchiesta. Ed ecco il paradosso: per sostituire il martire del giornalismo d’inchiesta la Rai sceglie un altro martire del giornalismo d’inchiesta. Ma quello vecchio, improvvisamente, non vale più. La testata di Spada che per anni aveva funzionato quasi come una laurea honoris causa in giornalismo investigativo oggi non garantisce neppure l’idoneità a sedersi sulla poltrona di Report. Piervincenzi, già celebrato come cronista coraggioso contro mafia e fascismo, diventa per la redazione del programma una figura che non ne rappresenta «storia e valori». Ranucci, dall’alto del suo personalissimo piedistallo, parla di professionalità mortificata. A sinistra, insomma, la santificazione ha una data di scadenza.
Il grande equivoco del giornalismo d’inchiesta
È proprio questa contraddizione a dire qualcosa di questa grottesca guerra interna al giornalismo d’assalto. In Italia abbiamo progressivamente confuso la qualità dell’inchiesta con l’epica dell’inquirente. Il giornalista non deve più soltanto trovare documenti, verificare fatti, scoprire ciò che qualcuno vuole nascondere. Deve interpretare il personaggio del giornalista perseguitato. Minacce, querele, scorte, aggressioni diventano così elementi della narrazione professionale. E finiscono per produrre uno strano sillogismo: se qualcuno ti ha colpito, significa che avevi ragione; se qualcuno ti minaccia, significa che stai scoprendo qualcosa; se il potere ti attacca, ogni tua inchiesta acquista automaticamente un certificato di autenticità. Piervincenzi fu uno dei prodotti più riusciti di questo meccanismo. Ma Ranucci ne è l’incarnazione definitiva.
Per questo la nomina a Report è così divertente. Costringe lo stesso mondo che per anni ha trasformato Piervincenzi in un’icona a spiegare perché quell’icona non sarebbe abbastanza autorevole per sostituire la santità massima. E costringe persino qualcuno a tornare sulla storia di Ostia, a recuperarne il contesto, a interrogarsi sulla spettacolarizzazione della marginalità e sul modo in cui quella testata venne utilizzata politicamente e mediaticamente. Meglio tardi che mai. Roberto Spada ha scontato sei anni di carcere per l’aggressione. Il contrappasso per Piervincenzi martire di Ostia è non essere abbastanza per ereditare Report.
Sergio Filacchioni