Home » Vannacci, benaltrista con le stellette: otto miliardi per la Difesa e parte il piagnisteo

Vannacci, benaltrista con le stellette: otto miliardi per la Difesa e parte il piagnisteo

by Sergio Filacchioni
0 commento

Roma, 29 ago – Alla fine anche Roberto Vannacci ha scoperto gli ospedali contro i carri armati. Nel lungo post con cui il leader di Futuro Nazionale attacca la scelta del governo di ricorrere ai prestiti SAFE per finanziare investimenti nella Difesa, c’è praticamente tutto il repertorio che per decenni la destra ha rimproverato alla sinistra pacifista: il debito, le pensioni, la scuola, la sanità, l’agricoltura, le famiglie, il prezzo della benzina. Manca poco che compaiano gli asili nido. Tutto, naturalmente, contrapposto alla spesa militare.

Il paradosso è notevole perché a utilizzare questo argomento non è Angelo Bonelli, ma un generale dell’Esercito italiano. E perché dietro quella cifra – «quasi nove miliardi» – descritta come l’ennesimo tributo pagato dall’Italia alle priorità di Bruxelles e di Kyiv c’è una realtà finanziaria e militare parecchio diversa. Intanto i numeri. Secondo le fonti della Commissione europea, il governo italiano ha formalmente chiesto 8 miliardi di euro, a fronte dei 14,9 miliardi inizialmente disponibili per l’Italia. Antonio Tajani ha parlato nelle stesse ore di circa 8,9 miliardi «prenotati», da cui probabilmente deriva il «quasi nove» utilizzato da Vannacci. In ogni caso Roma ha scelto di utilizzare solo una parte della linea potenzialmente disponibile.

Vannacci porta Futuro Nazionale nell’orbita disarmista

Vannacci insiste soprattutto su due punti: sono prestiti che dovranno essere restituiti e il tasso «ancora non lo conosciamo». La prima osservazione è vera e contemporaneamente inutile: SAFE nasce esplicitamente come strumento di prestito, non come fondo perduto. La seconda trasforma invece il normale funzionamento dello strumento in una specie di mistero finanziario. Il meccanismo è piuttosto semplice. L’Unione europea raccoglie denaro sui mercati attraverso l’emissione di EU-Bonds e lo presta agli Stati aderenti. La stessa Commissione spiega che lo scopo è offrire finanziamenti a lunga scadenza e a condizioni competitive grazie al rating dell’Unione, alla liquidità dei suoi titoli e alla domanda del mercato. Il contratto SAFE può arrivare fino a 45 anni, con un periodo di grazia di dieci anni per il rimborso del capitale. 

Il tasso preciso non può essere scritto oggi sulla pietra per la stessa ragione per cui non si può conoscere in anticipo il rendimento di un Btp che il Tesoro emetterà tra diversi mesi: dipenderà dal costo al quale l’Unione raccoglierà le diverse tranche sul mercato. Non significa che Bruxelles possa inventarsi successivamente un interesse a piacere. L’operazione trasferisce allo Stato beneficiario il costo della raccolta europea secondo il sistema comune di finanziamento. Ed è proprio questo il motivo per cui l’Italia ha interesse a utilizzare SAFE. Reuters riassume la posizione del governo in termini piuttosto elementari: finanziare investimenti già necessari a un costo inferiore rispetto a quello che Roma dovrebbe affrontare raccogliendo direttamente la stessa provvista sul mercato. Il dato del momento aiuta a capire l’ordine di grandezza: il rendimento del Btp decennale italiano ha chiuso il 28 agosto intorno al 4,11%. Il confronto non equivale naturalmente a fissare già oggi il tasso SAFE – scadenze e struttura sono differenti – ma rende piuttosto curioso presentare l’accesso alla capacità di raccolta europea come un’imprudenza finanziaria.

Otto miliardi per una potenza del G7 non sono il riarmo della Wehrmacht

C’è poi il problema che dovrebbe risultare persino più evidente a chi nelle Forze Armate ha trascorso una vita: la scala dei numeri militari.Lo stato di previsione della Difesa per il 2026 assegna alla sola Funzione Difesa 23,687 miliardi di euro. Di questi, 11,764 miliardi servono al personale, 2,574 miliardi all’esercizio e 9,350 miliardi agli investimenti. Tradotto: lo Stato italiano spende in un singolo anno quasi dodici miliardi soltanto per il personale della funzione strettamente militare e circa nove miliardi e mezzo per gli investimenti. Se si aggiungesse il personale della distinta Funzione Sicurezza del territorio, principalmente legata all’Arma dei Carabinieri, la voce personale del ministero supererebbe ampiamente i 18 miliardi, ma sarebbe scorretto confondere i due aggregati. Otto miliardi restano una quantità enorme di denaro pubblico. Non sono però una quantità enorme di denaro quando la si trasforma retoricamente nel grande “riarmo” dell’Italia. Tanto più che SAFE finanzia programmi pluriennali e che quelle risorse non vengono bruciate in dodici mesi comprando otto miliardi di cartucce.

La questione vera è semmai l’opposto. Per anni il bilancio italiano della Difesa è stato sbilanciato verso il mantenimento dello strumento esistente, con margini assai più ridotti per renderlo effettivamente operativo. Il DPP 2025-2027 certificava ancora «significative criticità» nel settore Esercizio, cioè quell’insieme molto meno spettacolare ma decisivo costituito da addestramento, manutenzione, funzionamento e prontezza. Lo stesso ministero, nel proprio Report Difesa, parla della necessità di un «riequilibrio esigenziale» proprio perché l’Esercizio avrebbe bisogno di integrazioni importanti.  E nel 2026 Crosetto ha avviato una revisione complessiva dello strumento militare affermando esplicitamente che le Forze Armate devono essere adeguate al nuovo scenario geopolitico e che occorre elevarne il livello complessivo di preparazione. Possiamo contestare il ministro su ciò che vuole comprare, sulla dottrina strategica che intende perseguire e sui vincoli internazionali che accetta. È più difficile sostenere seriamente che il problema dell’Italia sia avere troppe capacità militari.

Le «priorità di Bruxelles» sono anche missili, droni e difesa aerea

Anche la formula dei debiti «condizionati alle priorità di Bruxelles e non alle nostre» merita qualcosa di più di uno slogan. SAFE ha effettivamente vincoli. Finanzia determinate categorie di capacità, incentiva gli acquisti comuni e stabilisce requisiti sulla provenienza industriale. Ma basta leggere l’elenco per capire di quali terrificanti imposizioni eurocratiche si stia parlando: munizioni e missili, artiglieria, capacità terrestri, droni e anti-droni, cyber, mobilità militare, difesa aerea e antimissile, capacità navali e subacquee, C4ISTAR, spazio, intelligenza artificiale e guerra elettronica. Sono esattamente alcuni dei settori nei quali un Paese che pretende di possedere uno strumento militare credibile deve investire comunque.

Anzi, SAFE introduce una condizione che un sovranista potrebbe persino trovare interessante: non più del 35% del costo delle componenti può provenire dall’esterno dell’area industriale ammessa, imperniata sull’Unione e sui partner associati. Per i sistemi più complessi esistono inoltre requisiti affinché il produttore possa modificarli senza dipendere da restrizioni poste da Paesi terzi. È qui che avrebbe senso aprire una discussione nazionale: quanti degli otto miliardi ricadranno sull’industria italiana? Quali capacità acquisteremo? Rafforzeremo Leonardo, Fincantieri e la filiera nazionale? Costruiremo difesa aerea, droni, guerra elettronica, capacità navali e munizionamento utili alle esigenze italiane oppure finanzieremo programmi concepiti altrove? Questa sarebbe una critica sovranista a SAFE. Non indignarsi perché la Difesa prende in prestito denaro per fare la Difesa.

Vannacci contro Fedorov: paura di imparare da chi una guerra la sta combattendo?

Nel j’accuse ovviamente non poteva mancare l’occhiolino a Mosca, mettendo in mezzo Mykhailo Fedorov, appena nominato da Crosetto advisor per l’Innovazione della Difesa. Vannacci chiude con la domanda retorica: farà gli interessi dell’Italia, dell’Ucraina o i propri? Il ministero ha spiegato cosa dovrebbe fare: consulenza su droni, sistemi unmanned, difesa aerea, innovazione digitale e trasformazione rapida della sperimentazione in capacità operative. Non risulta dall’annuncio che Fedorov riceva il comando delle Forze Armate italiane o il potere di decidere gli acquisti del ministero. È un consulente di un ministro italiano. Anche qui le domande sensate esistono. Quale sarà il suo accesso alle informazioni? Quali incompatibilità verranno previste? Quale sarà il suo rapporto con l’industria? Quale il perimetro della consulenza? Ma esiste anche una considerazione elementare: l’Ucraina è oggi il più grande laboratorio europeo di guerra tecnologica reale. Dai droni FPV ai sistemi unmanned, dalla guerra elettronica all’impiego massiccio di software e sensoristica, Kyiv ha accumulato in quattro anni un’esperienza che nessuna forza armata dell’Europa occidentale possiede nelle stesse dimensioni. Un generale dovrebbe essere tra i primi a sapere che gli eserciti imparano anche studiando chi combatte davvero. Napoleone non diventava austriaco se studiava gli austriaci; l’Esercito italiano non diventa ucraino se prova a capire cosa quattro anni di guerra ad alta intensità abbiano insegnato agli ucraini.

Che pianto quando “l’ospedale contro il carro armato” arriva da destra

Ma la parte politicamente più interessante viene alla fine. Vannacci elenca ciò che verrebbe prima dell’Ucraina: «la sicurezza delle nostre città, il prezzo dell’energia e dei carburanti, la sanità, le imprese, la scuola, l’industria, l’agricoltura, le pensioni e il benessere delle nostre famiglie». Ed eccoci tornati a quella strana forma di benaltrismo ma in chiave sovranista. In sintesi, ogni investimento strategico viene giudicato non per la sua utilità, ma confrontato con una necessità civile, o sarebbe meglio dire emotiva, più immediata. È lo stesso schema del pacifismo di sinistra: quanti ospedali si costruiscono con il costo di un caccia? Il problema è che applicato coerentemente rende impossibile qualsiasi politica di potenza. Ci sarà sempre una lista d’attesa più urgente di un radar, una pensione più bassa del prezzo di un sistema antiaereo, una strada dissestata da contrapporre a una nave militare.

Inutile dire che il SAFE non consiste in otto miliardi già disponibili per la sanità che il governo avrebbe deciso di spostare verso la Difesa. È una linea di credito finalizzata. Rinunciarvi non trasformerebbe automaticamente quella cifra in nuovi ospedali. Ma è proprio su questo terreno che emerge una contraddizione più ampia del vannaccismo. Dall’estetica al programma, Futuro Nazionale offre all’opinione pubblica esattamente ciò che la sinistra immagina (e desidera) come destra radicale: quella alla Vogliamo i colonnelli di Tognazzi. Ma dietro questa rappresentazione, a cui la sinistra contribuisce attivamente a colpi di denunce di fascismo e petizioni al presidente della Repubblica, ricompaiono politiche storicamente associate alla sinistra pacifista: diffidenza verso la spesa militare, rinuncia industriale, dipendenza energetica accettata come dato e sospetto verso i grandi investimenti strategici.

Il benaltrismo con le stellette ce lo potevamo risparmiare

Il risultato è un tipo di propaganda che alza continuamente il tono ma restringe lo spazio delle soluzioni concrete. Vale per la Difesa come per l’immigrazione: se l’unica soluzione politica è “quella di Vannacci”, ogni tentativo di attuarla concretamente diventerebbe un scendere a compromessi col vannaccismo talebano. E così quella soluzione si sterilizza. La propaganda massimalista – lo aveva già capito nel 1914 un noto esponente del Partito Socialista Italiano – può facilmente diventare una forma di immobilismo: denunciare le insufficienze senza indicare come trasformare concretamente lo Stato. Su SAFE la domanda non dovrebbe essere se venga prima l’Italia o l’Ucraina. È un quesito stupido. La domanda è quale Italia si vuole: con quali Forze Armate, quale industria, quale autonomia energetica e tecnologica. Una politica nazionale dovrebbe discutere questi strumenti, non inseguire la sinistra sul campo del c’è sempre qualcosa di più urgente da finanziare.

Sergio Filacchioni

You may also like

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati