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universitàRoma, 27 ott. – L’ultimo “World University Ranking” del Times Higher Education, inserisce solo la Normale di Pisa (63° posto) tra le prime 200 università del mondo. Si potrebbe pensare che i docenti e gli studenti italiani non siano all’altezza dei loro colleghi stranieri. Ma ciò come si concilia con la famosa “fuga di cervelli” italiani, sempre più richiesti all’estero? Forse perché nonostante parentopoli e concorsi truccati nei nostri atenei si insegna e si apprende piuttosto bene.

Di questo avviso è anche il rettore dell’Università del Salento, Vincenzo Zara, il quale nel bando di selezione “per la copertura di 16 posti di professore universitario nel ruolo di 2° fascia”, ha deciso di valutare di più i curriculum dei candidati italiani rispetto a quelli dei candidati stranieri. Per esempio, per la cattedra di Archeologia, il massimo riconosciuto per “attività di docenza svolte in Italia” è di 20 punti, mentre per le “attività di docenza e attività di ricerca all’estero” solo 4 punti. Per il direttore del dipartimento di fisica dell’Università del Salento è importante “avere personale docente con esperienza didattica in Italia che possa da subito svolgere al meglio i corsi e, eventualmente, ricoprire cariche accademiche” e, inoltre, bisogna “valorizzare i ricercatori (italiani e non) che in questi anni di blocco dei concorsi hanno consentito il normale svolgimento delle attività didattiche”.

Una presa di posizione in controtendenza a ciò che viene fatto quotidianamente dal governo italiano, che, sempre in più campi, abbraccia l’esterofilia, relegando lavoratori e lavori italiani in disparte.  La scelta dell’Università del Salento è infatti criticata su più fronti. E’ accusata ad esempio di preferire un ipotetico professore di un’università telematica rispetto ad un altro ipotetico professore di celebri università, come Yale e Harvard, che per qualche ignoto motivo vorrebbe lasciare la propria cattedra per venire ad insegnare in Italia. Ma la decisione del rettore Zara deve essere vista come un voler valorizzare i nostri professori e ricercatori, i quali dovrebbero essere incentivati a svolgere le loro attività negli atenei italiani, e non spinti a cercare fortuna altrove.

Non è un caso se l’Italia è la prima nazione al mondo per la ricerca sulla dialisi polmonare grazie allo studio congiunto delle terapie intensive di Torino e Bologna, guidato dal professore Stefano Nava. Oppure se lo studio portato avanti da un team italiano, guidato da Chiara Chiodoni e Mario Paolo Colombo, ha svelato un nuovo meccanismo responsabile delle metastasi nel tumore del seno. Mentre un reattore, realizzato da un team dell’Istituto di chimica dei composti organo-metallici del Consiglio nazionale delle ricerche (Iccom-Cnr) in collaborazione con l’Università di Firenze, consentirà di produrre grandi volumi di materiali plastici nel rispetto dell’ambiente.

Ma come ha dichiarato  Udrivolf  Pica (25 anni, ingegnere aerospaziale, al momento lavora come “PhD candidate in Space Science” allo “Skolkovo Institute of Science and Technology” di Mosca) in una recente intervista rilasciata al Primato Nazionale durante le mie avventure oltre confine ho incontrato moltissimi Italiani di valore che ora ricoprono i ruoli più prestigiosi nelle più grandi aziende mondiali, e non parlo solo di spazio: IBM, Bayer, Google, solo per citare alcuni giganti nei rispettivi settori. Piano piano realizzi come la nostra Nazione si stia privando della linfa vitale grazie alla quale costruire un futuro migliore. E’ come rovinare dal di dentro delle fondamenta, e questo fa proprio male quando ci si ferma un attimo a pensare. La gran parte dei migliori sono fuori, vivono, lavorano, spendono in altre nazioni. Contribuiscono in maniera rilevante a fare grandi altri Paesi, e la loro progenie probabilmente si assimilerà alla cultura e alle tradizioni del luogo dove nasce, e perderà lentamente quella Italianità che contraddistingueva i genitori. Questo fenomeno è deleterio ed è sicuramente da annoverare fra le cause principali del declino italiano.”

Quindi se gli atenei italiani vengono sottovalutati dalle classifiche mondiali, come lamentano numerosi rettori, bisognerebbe investire maggiormente sulle Università e su chi ci ha studiato, invece di farsi prendere dalla mania(tipica americana) di creare una classe accademica più variegata, internazionale e multiculturale possibile. Dopotutto eravamo “un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigatori”.

Federico Rapini