
Ci avviciniamo ad uno di questi, proprio nei pressi della piazza principale, ha una porta blindata e sul balcone sventola la bandiera del reggimento con la runa e lo scudo che ormai tutti in Ucraina hanno imparato a riconoscere. Bussiamo e una voce metallica ci parla da un citofono incastonato nel muro. Dopo qualche secondo ci apre un ragazzo sulla ventina, imbraccia un kalashnikov e ci scruta.
Parla un po’ di inglese e gli chiediamo se è possibile parlare con un responsabile, un comandante. Ci fa accomodare nell’atrio del palazzo dove su un vecchio divano siedono cinque miliziani con le pistole bene in vista, incastraste nelle cinte o dentro le tasche dei giubbotti tattici, alle pareti le foto dei loro camerati uccisi in battaglia e ovunque scatole e casse di cui possiamo solo immaginare il contenuto. Ci fanno attendere qualche secondo, poi un ragazzo in mimetica nera scende le scale ci saluta frettolosamente e ci spiega che quello in cui siamo è una sorta di deposito e di caserma per i soldati che non sono al fronte, non ci sono ufficiali o politici e ci consiglia di provare ad un altro indirizzo.

Rimango un secondo spiazzato da tanta sincerità e lui mi fornisce una spiegazione suppletiva, dice che è un cecchino, anzi dice che è il cecchino del reggimento che le sue missioni sono spesso solitarie e che a volte opera addirittura al di la delle linee nemiche.
