Roma, 20 aprile – Mentre il circo della politica si perde in un oceano di chiacchiere fatue, tra dibattiti sterili sul queer-coding e posizionamenti tattici buoni solo per i salotti di La7 o per qualche reel patinato, da Lecce arriva una sventagliata di aria purissima. Un refolo che non sa di incenso o di cipria, ma di asfalto, di sezioni polverose, di ciclostilati clandestini e di una giovinezza che non ha nessuna intenzione di arrendersi ai diktat dell’anagrafe. Adriana Poli Bortone, 82 anni suonati e una grinta che ridicolizza i ventenni in pantofole imboccati dal sistema, ha deciso di marchiarsi. Non con una farfallina estiva, non con una frase motivazionale da diario segreto di una quattordicenne in crisi, ma con tre lettere che pesano come il marmo di Carrara: MSI.
Un marchio d’infamia per i “buoni”, un fregio per i liberi
Apriti cielo. Già sentiamo il rumore dei riflessi condizionati dei soliti noti, i guardiani del politicamente corretto, i prefetti del pensiero unico pronti a rispolverare il manuale della resistenza e a evocare il ritorno del “pericolo nero” per qualche grammo d’inchiostro. Ma la verità è molto più semplice e, per loro, terribilmente più amara. Quel tatuaggio sul polso destro non è una provocazione fine a sé stessa né il capriccio di una senatrice annoiata. È un atto di aristocrazia dello spirito. È la rivendicazione di un’appartenenza che non ha bisogno di chiedere scusa a nessuno, men che meno a chi ha passato la vita a cambiare casacca per un piatto di lenticchie ministeriali. In un’epoca di trasformismi record, dove i politici mutano pelle con la stessa velocità con cui si cambia un filtro su Instagram, la sindaca di Lecce sceglie l’indelebile per ribadire le proprie origini. È un monito per i naviganti del nulla: la storia non si cancella, si porta addosso come una corazza.
Oltre la nostalgia: una visione del mondo
C’è chi, nei sottoscala del giornalismo “democratico”, ha subito parlato di operazione nostalgia. Errore blu. La nostalgia è roba per deboli, per anime malinconiche che rimpiangono un passato che non sanno più abitare. Qui parliamo di identità dinamica. Il Movimento Sociale Italiano non è stato solo un partito di reduci o un contenitore elettorale; è stata una comunità di destino che ha attraversato il deserto della Prima, della seconda e della “mezza” repubblica restando fedele a un’idea di Nazione che oggi, nel 2026, torna prepotentemente d’attualità sotto i colpi della globalizzazione selvaggia. Vedere un Sindaco ultraottantenne accomodarsi sulla sedia di un tatuatore alla IX edizione del Lecce Tattoo Fest porgere il braccio con la fermezza di un legionario e farsi incidere quel simbolo, significa lanciare un messaggio plastico alle nuove generazioni: “Noi siamo questa storia qui“. È un passaggio di testimone fisico, carnale, tra chi ha gettato il seme nel fango del dopoguerra e chi oggi ha il dovere di raccogliere i frutti. «Il segno di una storia infinita, che il tempo non scolorisce», hanno scritto i ragazzi di Gioventù Nazionale. E hanno ragione da vendere. Perché se l’inchiostro può sbiadire con i decenni, il sangue che scorre sotto quella pelle è rimasto lo stesso del 1967. È quel sangue che non conosce compromessi al ribasso.
Lo schiaffo ai conformisti del presente fluido
Mentre la sinistra si interroga sul sesso degli angeli e su quante desinenze schwa servano per salvare il pianeta, e mentre una certa destra di governo sembra a tratti troppo ansiosa di farsi accettare dai “salotti buoni” e dalle cancellerie straniere, Adriana Poli Bortone ci ricorda che l’estetica è etica. Portare il simbolo del MSI sul polso oggi non è un ritorno al passato: è uno schiaffo in faccia al presente troppo politicamente corretto, sradicato e senza volto. È la prova vivente che si può essere moderni, amministrare una città complessa e governare i processi della realtà senza mai tradire la ragazza che sognava l’Europa delle Nazioni. È un esempio di coerenza granitica che, ne siamo certi, farà prudere la pelle a molti democratici da strapazzo e a tanti soloni della carta stampata. A noi, invece, regala un sorriso d’acciaio. Perché la Fiamma, evidentemente, non ha ancora finito di scaldare i cuori. E soprattutto, non ha ancora smesso di bruciare chi non ha la dignità di reggerne lo sguardo. Avanti, Adriana! Con la coerenza tatuata sulla pelle e l’orgoglio di chi non si è mai fatto spezzare.
Tony Fabrizio