Roma, 24 apr – L’articolo di Michela Ponzani su la Repubblica costruisce un impianto ormai riconoscibile: sottrarre il tema dell’immigrazione al terreno politico per trasferirlo su quello morale. Il risultato è un testo che accumula immagini forti e riferimenti simbolici, ma aggira il confronto con ciò che oggi viene realmente discusso in Europa: controllo dei flussi, rimpatri, sostenibilità sociale, criteri di appartenenza. Il cuore dell’operazione è lo spostamento del linguaggio, dalla politica alla colpa. Già dall’incipit si capisce che non si vuole trattare un argomento, ma impostare un’atmosfera. Espressioni come “degenerazione”, “imbastardimento”, “razza” vengono evocate per creare un contesto emotivo in cui ogni discorso sulla remigrazione risuoni automaticamente come eco del Novecento. È una tecnica precisa: evitare la dimostrazione e costruire un’associazione. Non serve provare che due posizioni coincidano, basta farle percepire come simili. Nessun confronto, solo allarmismo.
Remigrazione, le scorciatoie ideologiche di chi nega la realtà
Su questa base si innesta la falsificazione centrale che la gran cassa mediatica sta portando avanti da mesi: la remigrazione ridotta a “deportazione di massa su base etnico-razziale”. Ma come abbiamo già spiegato, questa è solo una scorciatoia polemica che non regge alla verifica. Nel dibattito politico europeo il termine indica l’inversione dei flussi migratori attraverso strumenti giuridici esistenti: rimpatrio degli irregolari, espulsione degli stranieri condannati per reati gravi, revisione dei titoli di soggiorno, programmi di ritorno volontario incentivato. Misure già presenti, con forme diverse, negli ordinamenti europei. Il giudizio su queste politiche può essere anche radicalmente contrario, ma trasformarle automaticamente in “deportazione” significa abbandonare ogni oggettività per lasciare spazio al delirio. Il passaggio successivo allarga ulteriormente la forbice che separa le redazioni mainstream dalla realtà: chi sostiene politiche restrittive verrebbe mosso dall’ossessione per la “sostituzione etnica”. Ci vuole un coraggio spudorato per liquidare qualsiasi preoccupazione legata agli effetti concreti dell’immigrazione di massa come “ossessione”. In effetti, la trasformazione delle città europee è sotto gli occhi di tutti: mutamenti rapidi nella composizione dei quartieri, pressione sui servizi, difficoltà nei sistemi scolastici, segmentazione del mercato del lavoro, aree sempre più segnate da bassa integrazione. Ridurre tutto questo a fantasia ideologica o cospirazionista equivale a rinunciare definitivamente alla realtà.
La costituzione non prevede l’accoglienza indiscriminata
Immancabile in questi casi, il richiamo all’articolo 3 della Costituzione. Il principio di uguaglianza viene evocato come se cancellasse ogni distinzione tra cittadino e straniero, tra soggiorno regolare e irregolare, tra diritto d’asilo e migrazione economica. Ma la Costituzione, insieme ai diritti fondamentali, affida alla legge la disciplina della condizione giuridica dello straniero. L’articolo 10 riconosce l’asilo in condizioni precise, non un diritto generalizzato alla permanenza. La politica migratoria resta una competenza dello Stato. Trasformare questo equilibrio in un assoluto morale significa piegare il testo costituzionale a una lettura ideologica. L’articolo poi procede sui soliti clichè buonisti, insistendo sul “volto umano” dell’immigrazione, come se il problema che la Remigrazione intende affrontare fossero i vu cumprà: sono persone che lavorano, che parlano il dialetto, che vivono stabilmente e che vengono presentate come potenziali bersagli di espulsioni indiscriminate. Tutto molto commovente. Ma la politica migratoria non funziona per slogan, funziona per criteri: posizione giuridica, condotta, integrazione effettiva, sicurezza. L’appartenenza non coincide con la sola presenza sul territorio. Ridurla a un dato amministrativo significa svuotare la nozione stessa di comunità politica, che vive anche di continuità storica, riconoscimento reciproco e lealtà.
Dal 25 aprile alla remigrazione
Alla fine, cala la mannaia del 25 aprile, come una sorta di delitto di lesa maestà: parlare di Remigrazione a Napoli alla vigilia della festa della Liberazione diventa una colpa intollerabile, come se proporre politiche migratorie restrittive collochi automaticamente fuori dalla tradizione repubblicana. Nessuno però osa spiegarci in quale articolo, o in quale discorso dei padri costituenti, fosse prescritta l’accoglienza totale e indiscriminata degli immigrati. Dov’è scritto nella Costituzione che dobbiamo rinunciare ad intervenire sugli equilibri demografici, sul welfare e sulle politiche del lavoro? Non si sa. L’articolo della Ponzani preferisce allargare il campo fino a fondere remigrazione, guerra e crisi della democrazia in un’unica amalgama nera. E così una questione di governo dei flussi viene trasformata in un allarme morale permanente, mentre strumenti ordinari come rimpatri e incentivi al ritorno volontario vengono trattati come “politiche etiche”. Ma la verità è che la Remigrazione riporta la politica al suo compito elementare: decidere chi entra, chi resta e a quali condizioni. E proprio per questo manda in crisi un sistema economico e valoriale – che negli anni si è strutturato attorno all’immigrazione come filiera stabile. Cooperative, onlus, ONG, sindacati e gestione para-pubblica dell’accoglienza vivono di flussi continui, di emergenze che diventano ordinarie, di presenze che devono restare tali per giustificare risorse, strutture e ruolo. Se il flusso si riduce o si inverte, quel sistema perde centralità, peso e funzione. È qui che si spiega tutta la reazione della sinistra: alzare il livello dello scontro, spostarlo sul piano morale e impedire che si arrivi al punto decisivo, quello delle scelte concrete. E no, non è una questione di diritti astratti. È una questione di interessi molto concreti.
Vincenzo Monti