Roma, 05 maggio – Certo che la Genova antifascista non smette di stupire. Annoia, ma non si annoia. Continua ad essere fucina di idee che non riuscirebbero a non risultare bislacche nemmeno all’ultimo degli alpini completamente ciucco, dopo un’allegra serata in compagnia. L’ultima vandea degli odiatori di tutto, delle prefiche e dei professionisti del pianto in servizio permanente effettivo è quella mossa conto l’adunata degli Alpini che si terrà sotto la Lanterna dall’8 al 10 maggio.
Nel loro mondo petaloso e multicolor, gli Alpini vengono visti come il Silvester di una Catanzaro qualunque che, nell’indifferenza, o peggio, nella tolleranza generale, molesta ogni donna della città a tutte le ore. Così, sentendosi autorizzati a fare passare l’equazione che l’alpino è uguale ad apprezzamento per le belle donne, hanno elaborato nientemeno che un vademecum per difendersi – preventivamente – da eventuali apprezzamenti.
A Genova tre punti per “difendersi” dagli Alpini
Tre punti, perché nessuno avrebbe preteso di più, ma che ben fanno capire il grado del disagio psichico e sociale che questa gente vive ed esporta e che rende la “protesta” non dissimile da un pride qualsiasi o da una carnevalata degna di loro ogni volta che scendono in strada. Costoro sono stati capaci di partorire genialate del tipo il fischietto anti-molestie. Un oggetto che è l’emblema stesso della decadenza: pretendono di sostituire la forza del carattere, l’onore e la naturale protezione che una comunità sana garantisce alle proprie donne, con un ninnolo di plastica. Gridano allo scandalo, inoltre, perché la manifestazione non sarebbe “inclusiva”. Un’accusa che svela l’analfabetismo spirituale dei critici. Un’adunata di ex militari è, per ontologia, una comunità di simili, forgiata dal giuramento e dal sacrificio. Pretendere che un corpo scelto diventi un calderone indistinto di “inclusività” astratta significa voler distruggere la specificità dell’essere.
L’Alpino è inclusivo nel soccorso, nell’emergenza, nel braccio teso verso chi soffre, ma la sua identità non è negoziabile al mercato del perbenismo arcobaleno. Dove, però, il genio del male burocratico supera sé stesso è nel modulo per denunciare molestie non ancora avvenute. Qui entriamo nel regno della patologia metafisica. L’evoluzione del pensiero boldriniano del modulo per il consenso informato ai rapporti sessuali. Prima, durante e dopo. Questa gente istituisce il processo alle ombre. Alle intenzioni. Predispone la delazione preventiva per reati immaginari che forse, chissà, potrebbero manifestarsi in un futuro ipotetico, anche se è più probabile che le loro discendenti, quelle naturali sia chiaro, malediranno le loro mamme perché con i loro vaneggi pseudo-intellettuali hanno fatto sì che nessun uomo più le corteggi. È la pre-crimine elevata a norma sociale: non si attende il fatto, si criminalizza l’esistenza stessa dell’Alpino in quanto tale. Un capolavoro di demenza procedurale che serve solo a nutrire l’ego di chi vive di carte bollate perché ha smarrito il contatto con la realtà. È la capitolazione del coraggio di fronte al segnale acustico. Vedere pubblicizzato questo “strumento” come difesa contro gli Alpini è un insulto non solo alle Penne nere, ma alla dignità femminile stessa, ridotta a vittimismo tecnologico. È il trionfo del vacuo: un sibilo per esorcizzare la vita che pulsa, il suono stridulo di un mondo che ha paura della propria ombra.
La menzogna dei padri “liberatori”
C’è poi la realtà. Quella vera. Che è storia non riscritta né inventata. Chi oggi strepita per una presunta offesa – che ancora ha da venire – alla sensibilità femminile è l’erede diretto, biologico e spirituale di quel mondo partigiano che sulla violenza reale ha edificato il proprio mito. Si fa il processo alle intenzioni agli Alpini per nascondere il processo ai fatti che la storia, quella non emendata dai vincitori, ci riconsegna con tutto il suo carico di orrore. Mentre le Penne Nere difendevano i confini e l’onore, i loro “cugini” partigiani — i santi laici di questa repubblica — scrivevano pagine di una ferocia inaudita. Non stiamo parlando di apprezzamenti rudi, ma di stupri sistematici, di sevizie inenarrabili, di esecuzioni sommarie a guerra finita. Crimini contro l’anima stessa del popolo italiano, perpetrati da chi oggi pretende di darci lezioni di etica pubblica.
Il feticcio di Genova
Genova ne è il simbolo plastico. Una città che sbandiera la Medaglia d’Oro alla Resistenza come un feticcio magico per esorcizzare le proprie ombre. Quella medaglia copre il sangue di chi fu trucidato solo perché non accettava l’ordine nuovo rosso; copre le torture nelle carceri improvvisate; copre il tradimento di chi preferiva la fazione alla Nazione. È l’ipocrisia elevata a sistema: si canonizza il carnefice del passato per poter perseguitare l’innocente del presente. Oltre che essere il migliore sponsor di quella invasione, ben poco inclusiva, dei trasbordati intercontinentali: tutti uomini, in piena età riproduttiva e che commettono la quasi totalità di reati, soprattutto quelli gravi come lo stupro.
L’aristocrazia del dovere
Le Penne Nere non hanno bisogno di difese d’ufficio, perché la loro esistenza è di per sé una giustificazione. Rappresentano la Tradizione che marcia, l’aristocrazia del fango e della roccia che si contrappone alla melma del perbenismo democratico. Chi lancia pietre dai palazzi del potere mediatico sappia che non è con la loro morale da schiavi che potranno scalfire chi ha la montagna nel petto. Il fango scivola, la roccia resta. E gli Alpini, piaccia o no a Genova e ai suoi cantori del nulla, restano l’unico argine rimasto a difesa di ciò che resta dell’uomo. L’alpino è l’Anarca delle vette, rappresenta per l’Italia quel legame indissolubile tra il sangue e il suolo che nessuna ingegneria sociale potrà mai recidere. È la verticalità fatta uomo, il sacrificio che non si piange addosso. Ancora incarna un’Italia che “è”, contrapposta a un’Italia che “appare” e che giudica. Colpirli per un fischio, per un canto o per una goliardia che è espressione di vitalità biologica al sapore di grappa e cordiale significa voler castrare l’ultimo residuo di spirito identitario rimasto in questa Nazione esausta. Adda passà l’adunata? No. Adda passà questa ondata di imbecillità!
Tony Fabrizio