Roma, 4 mag – Il caso Sigfrido Ranucci-Carlo Nordio più che una scivolata televisiva è il sintomo di un metodo. Ma soprattutto, è la fotografia di un sistema mediatico che da anni pretende di presentarsi come ultimo baluardo della libertà di stampa, mentre esercita una funzione politica precisa: costruire sospetti, orientare il dibattito, colpire selettivamente un’area, costringere l’avversario a difendersi non da fatti dimostrati, ma da ombre mediaticamente fabbricate.
Ranucci e le accuse “da verificare”
La vicenda è già nota. Ranucci, parlando della grazia concessa a Nicole Minetti, ha evocato una testimonianza secondo cui il ministro Carlo Nordio sarebbe stato visto in Uruguay, nel ranch di Giuseppe Cipriani. Nordio ha smentito, la Rai ha contestato al conduttore la diffusione di una notizia non verificata, e Ranucci si è poi scusato parlando di un “eccesso”, pur precisando di non aver diffuso una notizia non verificata ma di aver detto che la stava verificando. Una distinzione che sul piano formale può anche sembrare sottile ma sul piano sostanziale è quasi irrilevante. Perché quando un conduttore del servizio pubblico pronuncia in televisione il nome di un ministro e lo collega a una pista ancora non verificata, quella pista è già entrata nello spazio pubblico. Non è più materiale di lavoro ma un’accusa in forma interrogativa.
La favola della verità contro il potere
Qui sta il punto che i commentatori che già piangono per la repressione governativa contro i giornalisti “impegnati”, tendono ad ignorare. Ranucci non è un cronista qualsiasi che sbaglia una verifica in un angolo marginale dell’informazione. È il volto di Report, cioè di una trasmissione che ha costruito la propria identità su una postura precisa: il giornalismo d’inchiesta come potere morale, come tribunale mediatico, come contro-potere sempre legittimato dal fatto di stare, almeno nella propria rappresentazione, dalla parte della verità contro il potere. Ma questa autorappresentazione diventa sempre meno credibile quando il bersaglio è quasi sempre lo stesso campo politico e culturale, e quando ogni contestazione al metodo viene trasformata automaticamente in “attacco alla libertà di stampa”, “censura”, “Telemeloni”.
Quando Report colpisce, si tratta di “inchiesta”. Quando Report viene criticato, si tratta di “bavaglio”. Quando Ranucci solleva sospetti, esercita il diritto di cronaca. Quando qualcuno gli chiede conto dei riscontri, allora la democrazia sarebbe in pericolo. È una posizione comodissima: massima libertà di insinuare, minima disponibilità a rispondere delle conseguenze. E attorno a questa postura si compatta puntualmente la sinistra politica, giornalistica e intellettuale, pronta a difendere Ranucci non come un giornalista, ma come una bandiera. Non importa più se una ricostruzione tenga o non tenga. Conta la funzione che svolge: confermare l’idea di una destra opaca, pericolosa, sempre lambita da rapporti inconfessabili, sempre bisognosa di essere sorvegliata da un ceto morale superiore.
Dal caso Nordio alla “pista nera”
È esattamente questa la natura politica del personaggio. Ranucci non si limita a fare informazione. Ranucci occupa uno spazio simbolico che gli calza benissimo: quello della sinistra giustizialista a senso unico, quella che ama le procure, le intercettazioni, le ombre, i retroscena e i processi mediatici quando servono a colpire la destra, ma diventa improvvisamente garantista quando il sospetto si avvicina al proprio campo. Non è il giornalismo d’inchiesta il problema, beninteso. Il problema è il giornalismo d’inchiesta trasformato in liturgia progressista, dove il sospetto vale come prova se colpisce l’avversario giusto.
Il precedente – di cui vi abbiamo già parlato – della cosiddetta “pista nera” di Capaci è, da questo punto di vista, ancora più significativo. Report ha insistito su ricostruzioni che chiamavano in causa ambienti neofascisti e Stefano Delle Chiaie attorno alla strage del 1992. La trasmissione ha continuato a proporre quella chiave narrativa anche negli ultimi anni, presentando materiali e testimonianze come elementi di una pista ignorata. Poi, nel maggio 2025, l’inchiesta sulla “pista nera” della strage di Capaci è stata archiviata dopo ulteriori accertamenti. Ma il danno politico e culturale era già stato prodotto: l’idea di una matrice nera, anche senza approdo giudiziario solido, era stata rimessa in circolo, sedimentata, resa disponibile per il dibattito pubblico.
Report e il metodo del sospetto permanente
Questo è il punto decisivo. Il sospetto, una volta lanciato, non muore con l’archiviazione. Resta come alone. Resta come “però qualcosa c’era”. Resta come materiale ideologico per chi vuole continuare a leggere la storia italiana attraverso il riflesso condizionato delle “trame nere”, dell’eversione nera, del fascismo eterno che riemerge ogni volta che serve a dare profondità morale alla sinistra. È un vecchio dispositivo, ma funziona ancora: se non si può dimostrare, si suggerisce; se non si può accusare, si collega; se non si può provare, si lascia intendere.
Il metodo Ranucci vive dentro questa ambiguità. Non è la menzogna frontale. È qualcosa di più raffinato e più insidioso: l’uso politico della domanda. “È vero che…?”, “risulta che…?”, “stiamo verificando…”, “una fonte sostiene…”. Il condizionale diventa uno scudo per chi parla e una condanna preventiva per chi viene nominato. Il giornalista conserva la protezione tecnica della cautela, mentre il bersaglio subisce l’effetto pieno dell’insinuazione. È il meccanismo perfetto del giustizialismo mediatico: nessuna sentenza, nessuna prova definitiva, ma una reputazione già trascinata sul banco degli imputati.
La sinistra ha sempre amato le trame nere
Naturalmente la sinistra difende questo metodo perché le conviene. Non difende soltanto Ranucci. Difende una macchina culturale. Difende la possibilità di presentare ogni critica alla magistratura, ai media progressisti, alle procure o alla Rai militante come un’aggressione autoritaria. Difende l’idea che esista un solo giornalismo legittimo: quello che indaga la destra, che sospetta della destra, che sorveglia la destra, che interpreta la destra come anomalia permanente della democrazia italiana. Tutto il resto viene derubricato a propaganda, intimidazione, oscurantismo, “Telemeloni”. Eppure la questione è molto più semplice. Nessuno chiede di non fare inchieste. Nessuno chiede di lasciare in pace i ministri. Nessuno chiede una stampa addomesticata dal governo. Al contrario, un giornalismo libero deve poter indagare anche il potere politico, compreso il governo Meloni, compresi i ministri, compresa qualunque area di maggioranza. Ma proprio perché il giornalismo d’inchiesta ha una forza enorme, deve essere sottoposto a una regola elementare: prima i riscontri, poi la messa in onda. Prima la prova, poi il nome. Prima la notizia, poi il sospetto. Non il contrario.
La responsabilità del servizio pubblico
Il servizio pubblico, poi, dovrebbe avere una responsabilità ancora maggiore. La Rai non è una chat privata e non è un giornale militante. Quando dal servizio pubblico parte un sospetto, quel sospetto riceve una patente di serietà. E quando il sospetto si rivela debole, ambiguo o infondato, la smentita non ha mai la stessa potenza della prima insinuazione. La rettifica arriva dopo, fredda, tecnica, difensiva. L’ombra, invece, ha già fatto il suo lavoro. Per questo il caso Nordio è un caso quasi scolastico. Mostra il funzionamento di un certo potere mediatico che si presenta come vittima mentre agisce da accusatore permanente. Ranucci passa il tempo a denunciare pressioni, querele, tagli, censure, ma intanto continua a occupare uno spazio centrale nel servizio pubblico e a usare quel pulpito per costruire narrazioni politicamente orientate. Il vittimismo diventa parte della forza del personaggio: più viene contestato, più può rappresentarsi come perseguitato; più sbaglia, più può trasformare la critica al metodo in prova del complotto contro di lui.
Ma questa non è libertà di stampa. È immunità simbolica. È la pretesa di poter colpire senza essere colpiti, accusare senza essere interrogati, insinuare senza rispondere davvero delle conseguenze. È il privilegio morale di una sinistra che si crede sempre dalla parte della verità, anche quando maneggia materiali fragili, testimonianze incerte, piste archiviate, ricostruzioni suggestive e sospetti privi di esito.
Non cadere nelle trappole
La verità è che Ranucci è diventato il simbolo perfetto di questa stagione: non il giornalista libero contro il potere, ma il sacerdote televisivo di un giustizialismo selettivo. Un giustizialismo che non cerca semplicemente fatti, ma conferme. Non apre piste per capire, ma per indirizzare. Non mette sotto accusa il potere in quanto tale, ma soprattutto quel potere che la sinistra considera illegittimo per natura. Ed è qui che la destra dovrebbe smettere di cadere nella trappola che gli ha fatto perdere il referendum sulla magistratura. Non deve difendere d’ufficio Nordio, Meloni o qualunque ministro attaccando i bersagli sbagliati. Dovrebbe difendere un principio più serio: il sospetto non è una prova, il condizionale non è un’assoluzione preventiva per chi lo usa, il servizio pubblico non può diventare una procura narrativa al servizio dell’antidestra permanente. Chi vuole fare inchiesta faccia inchiesta. Ma chi costruisce ombre deve accettare che qualcuno, finalmente, accenda la luce anche sul suo metodo.
Vincenzo Monti