Roma, 5 mag – Il 5 maggio 1981, nel carcere di Maze, moriva Bobby Sands dopo sessantasei giorni di sciopero della fame. Militante repubblicano, poeta, giornalista, eletto parlamentare mentre era già prigioniero, Sands divenne il volto tragico di una lunga genealogia irlandese: quella di un popolo che, per affermare la propria indipendenza, ha attraversato insurrezioni, clandestinità, carceri, fame, martirio politico.
La sua morte non appartiene soltanto alla cronaca del conflitto nordirlandese. È uno degli ultimi grandi simboli novecenteschi di una tradizione rivoluzionaria che aveva già conosciuto, sessant’anni prima, un altro sciopero della fame destinato a scuotere l’Europa: quello di Terence MacSwiney, sindaco di Cork e comandante dell’Ira, morto nel carcere londinese di Brixton il 25 ottobre 1920.
La rivoluzione irlandese vista da Fiume
È proprio tornando a MacSwiney, e poi ancora più indietro agli anni della guerra d’indipendenza irlandese, che riaffiora una storia laterale e quasi dimenticata: il rapporto tra la rivoluzione irlandese, Gabriele d’Annunzio, la Fiume legionaria e il primo Fascismo. Una storia fatta di proclami, contatti diplomatici, tentativi di traffico d’armi, opportunismi, romanticismo politico e calcolo strategico. Soprattutto, una storia che mostra quanto il primo dopoguerra europeo fosse un laboratorio incandescente, nel quale i confini tra nazionalismo, anti-imperialismo, rivoluzione e nascente Fascismo erano ancora mobili, instabili, difficili da ricondurre alle categorie successive.
Il motivo è presto detto. Quando d’Annunzio entra a Fiume nel settembre 1919, la sua impresa nasce come rivendicazione italiana contro l’ordine di Versailles, ma presto assume una dimensione più larga. Fiume vuole essere una sfida all’equilibrio imposto dai vincitori, alla diplomazia wilsoniana, alla Società delle Nazioni, all’ipocrisia delle grandi potenze. Il 30 marzo 1920, nell’arringa Con me, d’Annunzio lo dice apertamente: “Alla Lega delle Nazioni noi opporremo la Lega di Fiume”. E in quella geografia dei popoli in rivolta, l’Irlanda occupa un posto speciale. Il Vate guarda al Sinn Féin, all’Ira, alla lotta contro l’Impero britannico come a una delle insurrezioni dello spirito contro l’ordine mondiale angloamericano. La Fiume dannunziana immagina così una sorta di contro-internazionale dei popoli oppressi: irlandesi, egiziani, indiani, arabi, popoli coloniali, nazioni incompiute. Un progetto visionario, spesso più retorico che operativo, ma non privo di ricadute concrete.
La Lega di Fiume e il sogno di D’Annunzio
Dentro questo quadro si colloca la figura di Henry Furst, americano di nascita, italiano d’adozione, intellettuale, giornalista, traduttore, collaboratore stretto di d’Annunzio e poi ministro della Reggenza Italiana del Carnaro. Furst fu uno degli uomini che più contribuirono a dare all’impresa fiumana un respiro internazionale. La sua attenzione per l’Irlanda non fu episodica: fonti biografiche lo indicano come incaricato dei rapporti con la stampa straniera e poi dell’ufficio relazioni esteriori, nonché come uno dei mediatori della solidarietà fiumana verso la causa irlandese. Fu anche grazie alla sua influenza che Fiume arrivò a sostenere e riconoscere politicamente la Repubblica irlandese in una fase in cui Londra ne negava radicalmente la legittimità.
Questo punto va compreso bene. Non si trattava del riconoscimento diplomatico di uno Stato consolidato da parte di un altro Stato consolidato. Fiume non era una potenza riconosciuta, ma una città-reggenza ribelle, una scheggia geopolitica piantata nel fianco del nuovo ordine europeo. Proprio per questo, però, il gesto aveva un significato politico notevole. La Reggenza del Carnaro si muoveva come se fosse un soggetto internazionale, sfidando la grammatica ufficiale della diplomazia. In questo senso, il riconoscimento della causa irlandese non fu un atto marginale: fu parte integrante della volontà fiumana di costruire una politica estera dei popoli contro gli imperialismi.
Il canale diplomatico e quello delle armi
Il passaggio dalle parole ai fatti avvenne attraverso la questione delle armi. L’Ira, impegnata nella guerra d’indipendenza contro gli inglesi tra il 1919 e il 1921, aveva un problema vitale: la scarsità di fucili, munizioni e mitragliatrici. Le armi andavano sottratte al nemico, recuperate con colpi di mano, acquistate attraverso canali clandestini. Da qui l’interesse irlandese, pur prudente e diffidente, per l’Italia. D’Annunzio disponeva almeno teoricamente di un patrimonio bellico importante: nell’ottobre 1919 il piroscafo Persia, carico di armi destinate ai controrivoluzionari russi, era stato dirottato verso Fiume. Il bottino comprendeva decine di migliaia di fucili, munizioni e mitragliatrici. La notizia arrivò anche alla stampa irlandese, alimentando l’idea che la città dannunziana potesse diventare un retroporto della rivoluzione anti-britannica.
Ma gli irlandesi non erano dannunziani. Questo è un punto decisivo. Se d’Annunzio vedeva nell’Irlanda una sorella mitica della Fiume ribelle, gli emissari del Dáil Éireann guardavano all’Italia con molta più cautela. Per loro Roma significava soprattutto il Vaticano, non il Vate. Seán T. O’Kelly, inviato della Repubblica irlandese a Parigi, comprese bene che il riconoscimento morale della Santa Sede contava più delle utopie politiche fiumane. Per questo coltivò i rapporti con monsignor John Hagan e con il Collegio irlandese a Roma. Quando d’Annunzio cercò di stabilire un contatto diretto con O’Kelly, la mediazione ecclesiastica funzionò da filtro. I fiumani furono ascoltati, ma senza impegni immediati.
Il Fascismo nel cuore della storia
Eppure la fame d’armi era tale da rendere impossibile ignorare del tutto la proposta. Così Dónal Hales, uomo dell’Ira proveniente dalla contea di Cork, venne incaricato di recarsi in Italia. Lì la vicenda prese una piega ancora più ambigua. Accanto alla pista fiumana comparve una seconda via, più concreta e più opaca: quella di alcuni ufficiali del Regio esercito, disposti a vendere agli irlandesi armi provenienti dagli arsenali italiani. È a questo punto che D’Annunzio incoraggiò gli emissari repubblicani a coinvolgere Benito Mussolini, che in quel momento non era ancora il capo del governo né il Duce del regime, ma il leader dei Fasci di combattimento e il direttore del Popolo d’Italia. Il 20 agosto 1920 O’Kelly incontrò Mussolini a Milano; secondo la ricostruzione storica, Mussolini confermò di poter facilitare l’operazione e promise anche un contributo al finanziamento.
Qui il rapporto tra d’Annunzio e fascismo si mostra in tutta la sua complessità. Fiume anticipa molto del Fascismo: il culto del capo, la liturgia politica, la mobilitazione estetica delle masse, il linguaggio della trincea trasportato nella piazza, il disprezzo per il parlamentarismo liberale. Ma Fiume non coincide semplicemente con il Fascismo: è qualcosa di più irregolare, più barocco, più anarchico, più sperimentale. D’Annunzio non è Mussolini. Il primo recita la politica come tragedia, liturgia e impresa poetica; il secondo la piega progressivamente alla volontà rivoluzionaria del partito-Stato. Nel caso irlandese questa differenza emerge chiaramente: d’Annunzio sogna di imbarcarsi con i legionari per andare a combattere in Irlanda; Mussolini guarda all’operazione con vicinanza ideologica ma anche come occasione tattica.
Un’operazione mai realizzata
Del resto, anche l’attività giornalistica mussoliniana fu accesa sulla questione irlandese. Sul Popolo d’Italia dedicò parole infiammate a MacSwiney durante il suo sciopero della fame, salutando la Repubblica irlandese e denunciando apertamente l’Inghilterra. Di fatto, l’operazione italiana dell’Ira arrivò a un passo dalla realizzazione. Nel 1921 Michael Leahy, ufficiale repubblicano e vicecomandante della I Brigata Cork, raggiunse Genova sotto falso nome. Individuò un battello, lo Stella Maris, e concordò un carico imponente: migliaia di fucili, mitragliatrici, milioni di cartucce. Visitò anche d’Annunzio a Gardone Riviera, dove il Vate, ormai lontano da Fiume, ribadì la sua disponibilità a salpare insieme alle armi per combattere a fianco degli irlandesi. Sembra quasi una scena scritta da lui stesso: il poeta esiliato sul Garda, il mare evocato da lontano, l’Irlanda come ultima impresa cavalleresca contro l’Impero britannico.
Poi tutto si fermò. Michael Collins, capo dell’intelligence dell’Ira, ministro delle Finanze e figura decisiva della guerra d’indipendenza, bloccò la trattativa. Il motivo non è mai stato chiarito fino in fondo. Una spiegazione concreta è che Collins fosse venuto a sapere che la Marina britannica conosceva ormai il piano ed era pronta a intercettare il carico. Altri pensarono che l’intera operazione fosse stata usata come bluff per mostrare agli inglesi che l’Ira poteva continuare la guerra ancora a lungo. Altri ancora ritennero che Collins avesse compreso l’impossibilità materiale del progetto e preferito non bruciare uomini, soldi e reti clandestine in un’impresa compromessa.
La guerra civile e il contatto svanito
La storia finì senza armi italiane sulle coste d’Irlanda. Ma non finì senza conseguenze. La scarsità di armi pesò sulle valutazioni politiche dei repubblicani e contribuì, insieme a molti altri fattori, alla tregua dell’11 luglio 1921 e poi al doloroso Trattato anglo-irlandese del dicembre successivo. Quel trattato sancì la nascita dello Stato Libero d’Irlanda ma anche la divisione dell’isola, aprendo la frattura tra favorevoli e contrari all’accordo. Da quella frattura nacque la guerra civile. Il 22 agosto 1922 Michael Collins fu ucciso in un agguato a Béal na Bláth, nella contea di Cork, a pochi chilometri dai luoghi della sua nascita. L’uomo che aveva fermato il piano delle armi italiane moriva così dentro la lacerazione prodotta dalla vittoria incompiuta.
Da MacSwiney a Sands, passando per Collins, Fiume, Furst, d’Annunzio e Mussolini, emerge una linea storica meno nota ma senz’altro suggestiva. L’Irlanda fu, per l’Europa del primo Novecento, qualcosa di più di una questione coloniale britannica. Fu lo specchio di molte ambizioni: per i rivoluzionari rappresentò la possibilità di una rivolta nazionalista; per d’Annunzio fu il segno che Fiume poteva parlare oltre l’Adriatico, oltre l’Italia, oltre Versailles; per Mussolini fu una carta da giocare nel proprio percorso verso la Marcia su Roma. Per gli irlandesi, invece, l’Italia fu soprattutto una possibilità pratica, da valutare freddamente, senza farsi sedurre dalla teatralità mediterranea.
Una questione europea
Ed è forse qui che questa storia conserva inalterato tutto il suo fascino. Non tanto nella leggenda di una fratellanza perfetta tra Fiume e l’Ira, che non ci fu mai davvero, se non nello spirito. E nemmeno nell’immagine romantica di d’Annunzio pronto a partire per l’Irlanda, che appartiene ormai alle suggestioni più che alla storia ufficiale. Ma nella conferma che il primo dopoguerra fu attraversato da correnti profonde, da contatti inattesi, da alleanze impossibili, da nazioni senza Stato che cercavano spazio in un ordine mondiale costruito contro di loro. Bobby Sands, morendo nel 1981, appartiene a quella stessa, lunga, stagione di lotta. Fiume, sessant’anni prima, ne aveva intravisto il significato europeo: non una semplice rivolta periferica, ma una ferita aperta nel nello spirito dei popoli liberi.
Sergio Filacchioni