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Quanto è razzista la vignetta di Zerocalcare contro la Remigrazione?

by La Redazione
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Roma, 15 mag – La vignetta realizzata da Zerocalcare per la mobilitazione antifascista contro il corteo per la remigrazione del 13 giugno a Roma merita di essere presa in analisi. Non perché dica qualcosa di nuovo, ma perché mostra in modo quasi perfetto la struttura mentale dell’immigrazionismo contemporaneo: paternalismo morale, rimozione della realtà, anticapitalismo da salotto e rappresentazione profondamente razzializzata dell’immigrato.

La vignetta di Zerocalcare contro la Remigrazione è veramente razzista

Nel disegno, apparso sui manifesti del “Fck Remigration” (ennesimo contenitore dell’antagonismo a comando), un ragazzo mulatto viene trascinato via da un avvoltoio mostruoso, marchiato con i simboli del “male” secondo il lessico antifascista. Il messaggio è elementare: da una parte il migrante innocente, dall’altra il mostro reazionario che lo ghermisce. Ma proprio qui sta il cortocircuito. Il ragazzo non è rappresentato come un uomo, un soggetto, una persona dotata di volontà, storia e responsabilità. È una caricatura grottesca: occhi sbarrati, labbra esagerate, corpo scomposto, espressione infantile. Una grammatica visiva che ricorda più certe vignette coloniali che un presunto manifesto antirazzista.

Il problema ovviamente non è soltanto estetico. È politico. L’immigrato della vignetta non esiste come realtà concreta, ma come santino morale. È il povero corpo da mostrare per suscitare indignazione automatica. È la vittima assoluta che permette all’antifascista occidentale di sentirsi dalla parte giusta. Non parla, non agisce, non sceglie, non risponde di nulla. Viene solo esibito. In questo senso la vignetta è doppiamente falsa: razzializza l’immigrato mentre pretende di difenderlo, e cancella la complessità dell’immigrazione reale mentre pretende di raccontarla.

L’immigrazione non è un ballo di gala

Perché in fondo l’immigrazione di massa non è la favola raccontata dagli antifascisti militanti. Non è fatta di bambini bisognosi, madri disperate e innocenti perseguitati. È fatta in larga parte, di uomini adulti, giovani, nel pieno delle proprie forze, spesso gettati dentro dinamiche di sradicamento, marginalità, conflitto, illegalità, risentimento e, in alcuni casi, fanatismo. Negarlo significa prendere in giro gli italiani che vivono nelle periferie, nei quartieri popolari, nelle stazioni, nelle zone dove l’accoglienza ideologica scarica ogni giorno i suoi effetti concreti. Significa cancellare le vittime, il degrado, la pressione sui salari, la concorrenza tra poveri, la frattura comunitaria.

È qui che torna decisiva la formula di Alain de Benoist: “L’immigrazione è un fenomeno padronale. Chi critica il capitalismo approvando l’immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l’immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto”. In poche righe c’è tutto ciò che l’antifascismo culturale non vuole vedere. L’immigrazione di massa non è un pranzo di gala multiculturale, ma uno strumento perfetto per il capitalismo globale: produce manodopera ricattabile, abbassa il costo del lavoro, spezza la solidarietà popolare, sostituisce comunità radicate con individui mobili, soli, dipendenti dal mercato e dagli apparati dell’accoglienza.

Zerocalcare è l’esempio perfetto di come l’antifascismo sia organico alle esigenze del capitale

La contraddizione di Zerocalcare è quindi esemplare, non solo personale. Artista antifascista e anticapitalista, ma pienamente inserito nell’industria culturale delle piattaforme, dei grandi editori e delle multinazionali dell’intrattenimento. Perfino Roberto Saviano l’ha ammonito sul fare la morale mentre si lavora con una multinazionale. Il punto non è accusarlo banalmente di “essersi venduto”. Il punto è più serio e scomodo: il capitalismo contemporaneo non teme affatto questo antifascismo. Lo assorbe, lo distribuisce, lo trasforma in contenuto. Puoi gridare contro il sistema quanto vuoi, finché difendi uno dei dispositivi attraverso cui il sistema riorganizza lavoro, popoli e territori.

La vignetta voleva denunciare il razzismo della remigrazione. Ha finito per mostrare il razzismo implicito dell’immigrazionismo: l’immigrato come eterno minore, eterna vittima, eterno oggetto della bontà altrui. Ma il mondo reale è più duro dei poster antifascisti. E proprio per questo la remigrazione fa scandalo: perché rompe la favola, rimette al centro sovranità, confini, sicurezza, lavoro e diritto dei popoli a non essere trasformati in materiale umano per il mercato globale.

Vincenzo Monti

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