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Remigrazione, esce oggi il libro-manifesto: la Riconquista dalla piazza alla politica

by La Redazione
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Remigrazione

Roma, 14 mag – Ci sono parole che irrompono nel dibattito pubblico non perché vengano concesse dall’alto, ma perché riescono a bucare il muro dell’interdizione. Parole che il sistema prova prima a ignorare, poi a ridicolizzare, infine a criminalizzare. “Remigrazione” è una di queste. Fino a poco tempo fa sembrava un termine confinato ai margini del lessico politico europeo, evocato più come spauracchio giornalistico che come proposta reale. Oggi, invece, è diventato il nome di una battaglia politica, culturale e giuridica. Il volume collettaneo Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista, pubblicato da Altaforte, nasce esattamente dentro questo passaggio: dare forma, profondità e direzione a una parola ormai impossibile da rimuovere.

Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista

Il libro ha il pregio di non presentare la remigrazione come uno slogan da piazza, né come una suggestione polemica utile soltanto a scandalizzare il ceto progressista. Al contrario, la assume come categoria politica complessiva. La remigrazione viene qui letta come risposta alla crisi demografica, alla disgregazione sociale, alla perdita di sovranità degli Stati europei, alla subordinazione del lavoro nazionale alla logica dell’importazione permanente di manodopera a basso costo. Il punto centrale del volume è chiaro: la questione migratoria non può più essere trattata come un problema amministrativo, umanitario o emergenziale. È diventata una questione di destino storico. Da questo punto di vista, il sottotitolo è decisivo: Il percorso verso la Riconquista. Il libro non separa mai la remigrazione dalla riconquista. La prima riguarda l’inversione dei flussi, la fine dell’idea secondo cui l’immigrazione di massa sarebbe un processo irreversibile, la riaffermazione del diritto di uno Stato a decidere chi può restare, chi deve tornare, quali condizioni regolano l’appartenenza a una comunità politica. La seconda riguarda invece il piano più profondo: la ricostruzione di una coscienza nazionale, il recupero di una volontà collettiva, la fine della delega passiva a una classe politica che per decenni ha amministrato il problema senza mai avere il coraggio di nominarlo.

Portare la Remigrazione fuori dalla pura invettiva

Il volume si apre infatti con un’impostazione nettamente militante. Luca Marsella lega il tema della remigrazione alla sopravvivenza stessa della nazione, insistendo sul nesso tra popolo, territorio, tradizione e storia. Non siamo davanti a un testo tecnico, ma a una dichiarazione di postura: la nazione non è una sala d’attesa, non è uno spazio neutro, non è un contenitore amministrativo in cui individui intercambiabili si sommano e si sostituiscono senza conseguenze. È una forma storica, culturale e spirituale. Quando questa forma viene compromessa, la politica non può limitarsi a gestire i sintomi: deve ristabilire un ordine. A questa dimensione simbolica si affianca però un secondo livello, forse il più interessante del libro: il tentativo di portare la remigrazione fuori dalla pura invettiva e dentro un impianto praticabile. Ivan Sogari inserisce il tema in una prospettiva più ampia, intrecciandolo alla “renatalità”, al welfare familiare, alla riorganizzazione del lavoro, alla necessità di pensare un nuovo risorgimento europeo. Qui il discorso diventa strategico: remigrazione e natalità non sono due capitoli separati, ma due lati della stessa questione. Non basta limitare o invertire i flussi migratori se non si ricostruiscono le condizioni economiche, sociali e culturali per la continuità dei popoli europei.

L’immigrazione di massa non è accaduta per caso

È questo uno dei meriti del volume: sottrarre la remigrazione alla caricatura costruita dai suoi avversari. Non si tratta, nella lettura proposta dagli autori, di una reazione rabbiosa o episodica, ma di una politica di lunga durata. Lo si vede nei contributi dedicati al lavoro, alla demografia, al ruolo delle Ong, alla cittadinanza, al ricongiungimento familiare, alla proposta di legge. Il libro insiste su un punto: l’immigrazione di massa non è accaduta per caso. È stata favorita da scelte economiche, da interessi produttivi, da un modello di sviluppo che ha preferito comprimere salari e tutele invece di investire su natalità, innovazione, formazione e coesione nazionale. In questo senso il caso di Brescia, analizzato da Jacopo Massetti, diventa emblematico. Non una semplice fotografia locale, ma una finestra sul futuro possibile dell’Italia. Brescia viene descritta come laboratorio della trasformazione demografica e sociale prodotta da venticinque anni di immigrazione strutturale: scuola, lavoro, quartieri, seconde generazioni, segmentazione etnica dei comparti produttivi. Il dato politico è più ampio del caso cittadino: ciò che per anni è stato presentato come necessità economica si è trasformato in mutamento permanente del tessuto sociale. E quando un processo diventa permanente, la sua gestione ordinaria non basta più.

La Remigrazione dalla piazza alla cultura politica

Tra i contributi più forti c’è senz’altro quello di Adriano Scianca, Questa non è una sala d’aspetto, che coglie il nodo ontologico-filosofico della questione. La critica alla remigrazione, osserva Scianca, nasce spesso da una negazione preliminare: negare che esista un popolo. Se una nazione viene ridotta a somma provvisoria di individui, allora ogni discorso su confini, appartenenza, continuità e identità appare arbitrario. Ma se un popolo esiste, se esiste una continuità storica che lega generazioni, luoghi, costumi e memoria, allora il problema migratorio cambia natura. Non riguarda più soltanto il singolo individuo, ma la forma complessiva della comunità. Il libro è efficace proprio perché lavora su piani diversi. C’è la parte militante, c’è quella teorica, c’è quella storica, c’è quella geopolitica, c’è quella giuridica. I contributi di Ermanno Durantini, Jean-Yves Le Gallou, Francesca Totolo, Progetto Razzia, Francesco Polacchi, Andrea Lombardi, Angela De Rosa, Andrea Grieco, Sergio Filacchioni, Michele Iozzino, Lorenzo Cafarchio, Boni Castellane e Francesco Boco compongono un mosaico non sempre omogeneo, ma proprio per questo interessante. La remigrazione viene osservata come parola europea, come tabù mediatico, come proposta politica, come rovesciamento del paradigma immigrazionista, come fenomeno generazionale, come terreno di conflitto tra popoli e oligarchie.

L’immigrazione di massa è una frattura storica

Particolarmente utile è anche la scelta di chiudere il volume con due interviste, a Laurent Ozon e Renaud Camus, e con l’appendice dedicata alla proposta di legge di iniziativa popolare. È una struttura organica, dove convivono la cornice ideale e culturale, poi il confronto europeo, infine il testo politico-giuridico. In questo modo il libro non resta sospeso nel cielo delle idee. Arriva al punto concreto: una proposta che interviene su rimpatri, irregolarità, criminalità, cittadinanza, flussi, ricongiungimenti, Ong, natalità, rientro degli italo-discendenti e istituzione di strumenti operativi dedicati. Naturalmente il volume non è neutrale, e non vuole esserlo. È un libro di parte, scritto da chi considera l’immigrazione di massa una frattura storica e la remigrazione una risposta necessaria. Ma proprio questa assunzione di parte lo rende più serio di tanta pubblicistica moderata, sempre pronta a lamentarsi del degrado, della sicurezza, delle periferie, della crisi del welfare, salvo poi arretrare appena il discorso tocca la radice del problema. Qui, invece, la tesi viene posta senza chiedere permesso: l’Europa deve tornare a pensarsi come civiltà, gli Stati devono recuperare sovranità demografica, la politica deve smettere di considerare irreversibile ciò che è stato prodotto da decisioni precise.

Un libro sulla fine della rassegnazione

Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista non è soltanto un libro sulla migrazione. È un libro sulla fine della rassegnazione. Il suo bersaglio non è soltanto l’immigrazionismo progressista, ma anche la destra amministrativa, quella che parla di sicurezza ma non di popolo, di confini ma non di destino, di legalità ma non di identità. In questo senso il volume colpisce dove fa più male: mostra che una battaglia politica esiste solo quando qualcuno ha il coraggio di darle un nome, organizzarla, portarla nelle piazze, trasformarla in proposta e costringere il potere a pronunciarsi. Si potrà essere d’accordo o meno con ogni singolo passaggio, con ogni accento, con ogni soluzione normativa proposta. Ma non si può ignorare il dato politico: la remigrazione è entrata stabilmente nel lessico europeo e questo libro ne rappresenta una delle prime sistemazioni organiche in Italia. Non un pamphlet improvvisato, non una raccolta casuale di interventi, ma un volume-manifesto che ambisce a tenere insieme teoria, militanza e legge. Per questo va letto. Perché fotografa una parola nel momento in cui smette di essere tabù e diventa programma. E perché ricorda una cosa semplice, che la politica ufficiale ha provato a dimenticare: nessun popolo sopravvive se accetta di essere amministrato come una variabile economica. La remigrazione, nel senso più profondo che questo volume le attribuisce, è il nome di una decisione: tornare a considerare la nazione non come un residuo del passato, ma come il terreno concreto su cui si gioca il futuro.

Vincenzo Monti

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