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Il “Made in Ue” fa paura a Cina e Usa: appena l’Europa pensa a sé stessa, partono i richiami all’ordine

by Sergio Filacchioni
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Roma, 16 mag – È bastato che Bruxelles pronunciasse, con enorme ritardo e ancora mille cautele, tre parole elementari — Made in Europe — perché le altre grandi potenze economiche cominciassero subito a innervosirsi. La Cina ha lanciato il suo primo avvertimento contro l’Industrial Accelerator Act, il nuovo piano europeo di accelerazione industriale presentato dalla Commissione il 4 marzo scorso. Il messaggio di Pechino è chiaro: niente discriminazioni contro le aziende cinesi, niente clausole protezionistiche, niente ostacoli agli investitori del Dragone. Tradotto: l’Europa può parlare di autonomia strategica quanto vuole, purché resti un mercato aperto per le merci, i capitali e le filiere altrui.

L’Europa che pensa alla sua industria spaventa Pechino

Il piano europeo, oggi in fase di esame tra Parlamento e Consiglio, mira a sostenere la domanda di tecnologie e prodotti a basse emissioni realizzati nell’Unione, rafforzando la manifattura, semplificando le autorizzazioni e introducendo requisiti “Made in EU” negli appalti pubblici e nei sistemi di sostegno statale. Non si tratta di una rivoluzione autarchica, né tantomeno di una svolta protezionistica compiuta. Si tratta, molto più modestamente, del tentativo di usare denaro pubblico europeo per favorire almeno in parte industria, occupazione e catene produttive europee. La Commissione lo presenta come uno strumento per rafforzare i mercati guida del “Made in EU” e ridurre le dipendenze nei settori strategici. 

I comparti toccati sono quelli decisivi nella competizione industriale contemporanea: auto elettrica, batterie, fotovoltaico, materie prime critiche, acciaio, cemento, alluminio, eolico, elettrolizzatori. Non dettagli marginali, ma il cuore della nuova economia produttiva. Come abbiamo ripetuto spesso, è qui che si gioca la sovranità reale, non nelle dichiarazioni solenni o nelle posture “anti” qualcosa. Perché senza acciaio, energia, batterie, componenti, tecnologie, industria pesante e capacità manifatturiera, l’Europa può approvare tutte le strategie che vuole: resterà comunque dipendente da chi produce davvero.

L’ingenuità globalista è stata pagata a caro costo

Pechino lo ha capito benissimo. Il ministero del Commercio cinese ha accusato l’Industrial Accelerator Act di introdurre “barriere agli investimenti” e forme di “discriminazione istituzionale”, sostenendo che il testo imporrebbe restrizioni agli investimenti stranieri in quattro settori emergenti: batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico e materie prime critiche. La Cina ha anche contestato le clausole di origine europea negli appalti pubblici e nei regimi di sostegno, minacciando contromisure qualora l’Ue dovesse procedere danneggiando gli interessi delle imprese cinesi. 

La scena ha qualcosa di paradossale. La Cina, potenza che ha costruito la propria ascesa industriale attraverso pianificazione statale, sussidi, protezione del mercato interno, controllo delle filiere e strategia nazionale di lungo periodo, accusa ora l’Europa di protezionismo perché Bruxelles prova timidamente a difendere ciò che resta della propria base produttiva. Difende il libero mercato nella misura in cui difende un vantaggio acquisito. Pechino vuole che l’Europa resti aperta proprio nei settori in cui le aziende cinesi sono già fortissime, spesso dominanti, e in cui il Vecchio Continente ha pagato anni di ingenuità globalista.

Anche gli Stati Uniti richiamano l’Europa all’ordine

Ma la Cina non è l’unica a guardare con fastidio questo cambio di passo. Anche gli Stati Uniti, sul fronte militare e industriale, hanno già fatto capire di non gradire troppo eventuali clausole favorevoli al “Made in Europe”. Washington vuole che l’Europa spenda di più, si riarmi, aumenti i propri bilanci della difesa, sostenga l’Ucraina, tenga in piedi il fronte occidentale. Ma questa richiesta cambia tono quando la spesa europea rischia di rafforzare industrie europee invece che filiere americane. L’autonomia europea piace a Washington solo finché coincide con l’acquisto di armi, energia, tecnologia e sistemi statunitensi.

È questo il punto politico vero. L’Europa viene incoraggiata a essere “responsabile” quando deve pagare. Viene richiamata all’ordine quando prova a produrre. Deve comprare gas liquefatto americano, deve importare componenti cinesi, deve affidarsi al cloud statunitense, deve dipendere dalle batterie asiatiche, deve restare dentro le architetture militari atlantiche. Ma appena prova a trasformare appalti, incentivi e investimenti pubblici in strumenti per ricostruire una capacità industriale propria, ecco comparire l’accusa di protezionismo.

Obiettivo: non restare soltanto consumatori

In realtà, l’Industrial Accelerator Act arriva dopo una lunga serie di schiaffi geopolitici. Il Covid ha mostrato la fragilità sanitaria e farmaceutica dell’Europa. La guerra in Ucraina ha mostrato la dipendenza energetica, militare e tecnologica. Le crisi sulle rotte commerciali, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, hanno ricordato che la globalizzazione funziona finché qualcuno garantisce i passaggi vitali delle merci. La nuova politica americana di Donald Trump, più dura verso gli alleati europei e più esplicitamente centrata sull’interesse nazionale statunitense, ha completato il quadro. L’Europa ha scoperto tardi una verità semplice: nel mondo delle potenze, chi non controlla industria, energia e difesa resta un grande consumatore sotto tutela.

Il problema è che Bruxelles sembra averlo capito solo a metà. L’Industrial Accelerator Act va nella direzione giusta, ma resta intrappolato nel lessico comunitario della “transizione verde”, della “competitività sostenibile”, della “resilienza” e dei “mercati guida”. Manca ancora una parola più dura e più vera: potenza. Perché la questione non è soltanto produrre pannelli solari più puliti o batterie più competitive. La questione è decidere se l’Europa vuole continuare a essere un’area regolatoria piena di norme e povera di fabbriche, oppure tornare a essere un soggetto storico capace di difendere lavoro, produzione, tecnologia e autonomia.

Se l’Europa abbandona l’ingenuità è un bene

La stessa Commissione ammette che l’atto nasce anche dalle raccomandazioni del rapporto Draghi e introduce requisiti “Made in EU” e/o low-carbon negli appalti pubblici e nei sistemi di sostegno pubblico. Stéphane Séjourné lo ha presentato come un cambio di dottrina, necessario per rafforzare catene di approvvigionamento resilienti nei settori strategici. La rappresentanza della Commissione in Germania ha parlato esplicitamente di soldi pubblici destinati a fluire verso la produzione europea, riducendo le dipendenze e rafforzando sicurezza economica e sovranità. 

Ed è proprio questo a disturbare. Non il fatto che l’Europa diventi improvvisamente chiusa, ma il fatto che possa smettere di essere ingenua. Cina e Stati Uniti non hanno mai avuto complessi nel difendere le proprie filiere. Pechino pianifica. Washington sussidia, protegge, impone, sanziona, compra americano quando serve. Solo l’Europa ha continuato per anni a raccontarsi la favola del mercato aperto come destino morale, salvo poi scoprire che gli altri usavano il libero scambio come strumento e non come religione.

Un tema reale su cui si gioca sovranità concreta

L’avvertimento cinese, quindi, andrebbe letto al contrario. Se Pechino minaccia contromisure, significa che il tema è reale. Se Washington teme clausole favorevoli al “Made in Europe”, significa che la posta in gioco non è simbolica. Se entrambi i grandi poli esterni reagiscono, significa che anche una timida preferenza industriale europea può modificare equilibri consolidati. Il problema, semmai, è capire se Bruxelles avrà la forza di arrivare fino in fondo o se, come spesso accade, annacquerà tutto in nome del compromesso, della compatibilità, del dialogo e della paura di scontentare qualcuno.

Il “Made in Europe” non è uno scandalo protezionista. È il minimo sindacale di una civiltà industriale che vuole ancora esistere. Lo scandalo è che si arrivi a parlarne solo ora, dopo aver consegnato pezzi enormi della transizione verde alla Cina, segmenti decisivi della difesa agli Stati Uniti, energia e materie prime alle crisi internazionali, intere produzioni alla delocalizzazione. L’Europa è stata per troppo tempo il continente che regolava ciò che altri producevano. Ora prova timidamente a tornare produttrice. E infatti, puntuali, arrivano i richiami all’ordine.

Diventare sempre più autonomi

Il messaggio che arriva da Pechino e Washington è quasi identico, anche se espresso con linguaggi diversi: l’Europa può essere alleata, cliente, mercato, piattaforma normativa, spazio di consumo. Ma non deve diventare troppo autonoma. Non deve proteggere troppo le proprie industrie. Non deve usare troppo il proprio denaro pubblico per sé stessa. Non deve ricordarsi fino in fondo che sovranità, lavoro e produzione sono la stessa cosa.

Ecco perché questa vicenda supera il tecnicismo del piano industriale. Dice qualcosa di molto più profondo sul posto dell’Europa nel mondo. Quando il Vecchio Continente resta aperto, dipendente e disarmato, tutti lo lodano. Quando prova appena a difendere le proprie fabbriche, tutti scoprono improvvisamente i pericoli del protezionismo. La verità è meno elegante: il mondo delle potenze non sopporta un’Europa autonoma. E forse proprio per questo l’Europa dovrebbe cominciare davvero a diventarlo.

Sergio Filacchioni

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