Roma, 16 mag – La battuta di Piergiorgio Odifreddi su Taiwan come “Salò cinese” è storicamente grottesca, ma politicamente rivelatrice. Non perché Taiwan sia davvero l’equivalente asiatico della Repubblica sociale italiana, né perché Chiang Kai-shek possa essere liquidato come un Mussolini con gli occhi a mandorla. Il paragone è molto forzato, però mostra uno schema mentale che la sinistra ha conservato molto meglio di tanti presunti “realisti”: la capacità di riconoscere le genealogie politiche, i nemici storici, le linee di frattura irrisolte del Novecento.
Taiwan è come Salò
Per Odifreddi, da comunista rimasto comunista, Taiwan non è semplicemente una democrazia asiatica, un avamposto dei semiconduttori o un alleato americano nel Pacifico. È il resto non assimilato della guerra civile cinese, l’isola dove la rivoluzione maoista non è arrivata, il rifugio del Kuomintang sconfitto, il frammento anticomunista sopravvissuto anche sotto la protezione statunitense. È una lettura deformata, ma non casuale. Come quando si dice che Wagner era “nazista”: formula anacronistica, caricaturale, eppure costruita su una genealogia simbolica che il progressismo riconosce e poi deforma. Il problema è che, nel caso di Taiwan, questa memoria ideologica diventa propaganda. Perché Taiwan non è rimasta ferma al 1949. Non è più soltanto l’isola di Chiang Kai-shek, né il museo del nazionalismo cinese sconfitto. È una realtà politica autonoma, stratificata, con una identità ormai distinta da quella della Cina continentale. Cinese, giapponese, austronesiana, insulare, marittima: Taiwan è precisamente ciò che Pechino non può tollerare, una contraddizione vivente alla sua narrazione imperiale.
La nuova intesa Trump-Xi
Gli ultimi sviluppi lo confermano. Nel vertice di Pechino, Trump ha parlato di un «fantastico futuro» con la Cina, mentre Xi ha avvertito che Taiwan, se mal gestita, può portare a conflitti. Rubio ha assicurato che la posizione americana non cambia, ma il messaggio è chiaro: Taiwan non è più un punto inamovibile ma una carta dentro il tavolo delle grandi potenze, tra dazi, affari, Iran, Hormuz e Ucraina. Qui crolla anche l’illusione di certa sinistra populista. Mosca e Pechino non sono l’antioccidente liberatore, ma potenze egualmente imperiali con interessi propri. La Cina non vuole “liberare” Taiwan dall’America: vuole riassorbirla, non solo territorialmente ma anche ideologicamente. Trump non difenderà Taiwan per principio: la tratterà come elemento negoziale.
Taiwan è l’ultima tentazione comunista
La gag di Odifreddi allora serve a qualcosa: rivela che i comunisti sanno ancora chi considerano nemico. Il loro limite è credere che ogni nemico storico del comunismo sia automaticamente illegittimo e che ogni potenza antiamericana sia, per ciò stesso, portatrice di liberazione. Taiwan non sarà Salò, ma è una battaglia storica ancora aperta. E proprio per questo dice molto più del nuovo mondo di quanto riescano a capire i nostalgici rossi e i liberali senza memoria.
Vincenzo Monti