Roma, 25 mag – Come una spirale che torna su se stessa sempre a livelli diversi, la storia dell’uomo è fatta di cicli. Civiltà che germogliano, prosperano, si sgretolano. Ma quando una potenza allo stesso tempo politica, culturale economica e militare entra in crisi? In linea di massima nel momento in cui perde la capacità di adattarsi al corso della storia, magari snaturandosi per poi vedere collassare le proprie strutture portanti. Nell’ambito del calcio, se vogliamo, il pallone italiano è stato un impero: ha imposto la propria scuola, creato un modello su un’interpretazione ben precisa del gioco, vinto quattro mondiali (e due europei), primeggiato spesso e volentieri con i propri club nel continente europeo.
Due assenti illustrissime
A proposito delle società. Oltre all’estemporaneo successo della nazionale azzurra ad Euro 2021, qualche buon risultato delle squadre nelle competizioni europee avevano l’illusoria sensazione di un certo risveglio da parte del nostro calcio. La Conference della Roma, l’Europa League dell’Atalanta, le finali di Fiorentina e Inter. Attenzione ai nomi:chi manca all’appello? Esatto due colonne portanti del calcio italiano: Juventus e Milan, rispettivamente la più vincente sotto l’arco alpino e la miglior “esportatrice”, in termini di conquiste, in terre continentali.
I rossoneri praticamente sono rimasti impantanati nel limbo della mediocrità dalla fine dell’era Berlusconi: lo scudetto, sudatissimo, del 2021/22 è l’eccezione che conferma la regola. Mentre la Vecchia Signora da quando la famiglia Agnelli (stagione 2022/23) ha lasciato la presidenza, nelle stagioni migliori vivacchia a ridosso del gradino più basso del podio. Comunque lontana dalla vetta della classifica.
La crisi del calcio italiano: tra club e Nazionale
Un paio di indizi, che non fanno una prova ma – comunque – rendono l’idea. Tra il 1973 e il 2017 i bianconeri hanno giocato nove finali tra Coppa dei Campioni e Champions League: nel 2020 l’ultima volta nei quarti. La prima grande delusione azzurra? Autunno 2017, Svezia ai Mondiali di Russia e noi sul divano. Nel mezzo secolo che va dal 1958 al 2007 il Diavolo è arrivato in fondo nella coppa dalle grandi orecchie ben undici volte (sette affermazioni). Ancora una volta occhio al calendario: 9 luglio 2026 il cielo azzurro sopra Berlino come inizio della fine per una generazione di calciatori. L’ultimo gruppo italiano formato da campioni propriamente detti.
Casualità? Non proprio. Ora, ovviamente non tutto può essere spiegato in questi termini. Eppure il vuoto di “potere” – se così vogliamo chiamarlo – si è fatto sentire. Berlusconi e gli Agnelli masticavano (imprenditoria e) pallone ma nel corso degli anni hanno soprattutto saputo costruirsi società forti dai destini forti – per usare una massima recentemente inflazionata. Sì, perché al di là del campanile e della giustizia sportiva – tutt’altra cosa rispetto alle questioni del rettangolo verde – i vari Adriano Galliani, Ariedo Braida o Luciano Moggi erano sia personalità caratterialmente importanti che calcisticamente competenti.
Un vuoto da colmare
Infatti solamente una certa stabilità qualitativa nella stanza dei bottoni ha permesso all’Inter di Giuseppe di Marotta (che con la precedente esperienza juventina ha messo insieme dieci degli ultimi quattordici tricolori) e del suo gruppo di lavoro di poter rimanere competitiva sul campo per tanti anni consecutivamente.
Il vero problema è che in questo periodo di tempo nessuna società di “alta classifica” è riuscita a sostituire – in termini di peso specifico, quindi anche di apporto in ottica azzurra – Milan e Juventus, a imporsi come modello alternativo credibile. Il fallimento del Diavolo e dei bianconeri, fuori dalla prossima Champions League pur avendo avuto negli ultimi due turni di campionato partite abbordabili e destino nelle proprie mani, rispecchia in pieno la crisi del calcio italiano.Non era mai successo negli ultimi trentacinque anni che entrambe rimanessero insieme a guardare come spettatrici la coppa dalle grandi orecchie. Un avvenimento epocale, se vogliamo al pari di un Mondiale mancato.
Anno zero perenne
Ma se proprio si vuole analizzare in fondo la situazione, il calcio italiano non ha solo smesso di produrre talenti – per meglio dire: c’è un punto di rottura, ancora indefinito, tra settore giovanile e salto in prima squadra – e classe dirigente. Lo scudetto vinto da Cristian Chivu può essere letto in tanti modi diversi: è comunque il primo – dopo sedici anni – conquistato da un allenatore straniero.
Nel mezzo però ci sono Massimiliano Allegri – rimasto alla preistoria del catenaccio – e Maurizio Sarri, per motivi anagrafici non di certo il nuovo che avanza. Stefano Pioli e Luciano Spalletti si sono sciolti come neve al sole. C’è poi Simone Inzaghi, con il suo bel gioco da eterno secondo – anche in Arabia Saudita. E, ovviamente, Antonio Conte: in questo periodo storico il tecnico leccese è il miglior tecnico italiano in circolazione, ma ancora una volta si è rivelato incapace nel gestire nel suo complesso il triplo impegno stagionale.
L’ultima – in ordine cronologico – arriverà appunto dal traghettatore della Nazionale Silvio Baldini, intenzionato a convocare per le amichevoli di giugno contro Grecia e Lussemburgo solamente ragazzi Under-21 (mentre scriviamo non ne abbiamo ancora l’ufficialità). Tolta l’eccezione di Gianluigi Donnarumma e di qualche profilo già nel giro dei grandi – Marco Palestra, Niccolò Pisilli e Francesco Pio Esposito – ci sarà tutta una serie di ragazzi provenienti anche dalla cadetteria e dalla Serie C. Anno zero perenne, crisi senza soluzione di continuità: a questo punto perché non convocare Incitatus?
Marco Battistini