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Thomas ucciso perché bianco: la giustizia rompe il muro di silenzio

by Sergio Filacchioni
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Roma, 25 lug – Quasi tre anni dopo la morte di Thomas Perotto, il sedicenne accoltellato nella notte tra il 18 e il 19 novembre 2023 durante il ballo d’inverno di Crépol, la giustizia francese compie un passo fino a ieri politicamente impronunciabile. La giudice istruttrice ha aggiunto ai capi d’imputazione l’aggravante razziale, indicando che i fatti potrebbero essere stati commessi contro le vittime in ragione della loro appartenenza alla «razza bianca e alla nazione francese».

Non è ancora una condanna. Dei quattordici indagati, la procura di Valence ha chiesto il rinvio a giudizio di undici davanti alla Corte d’assise minorile per l’omicidio di Thomas e tre tentati omicidi. Ma la nuova qualificazione segna comunque una rottura. Nel fascicolo compaiono testimonianze su minacce esplicite rivolte ai «bianchi» durante l’assalto: elementi inizialmente considerati insufficienti dalla procura e ora ritenuti dalla giudice tali da contestare il movente razziale.

Il razzismo anti-bianco entra nel processo agli assassini di Thomas

La formula non introduce una categoria speciale: applica semplicemente la legge francese, che aggrava i reati commessi in ragione dell’appartenenza reale o presunta della vittima a una razza, un’etnia, una nazione o una religione. Proprio per questo la decisione è dirompente. Per anni il razzismo contro gli europei è stato trattato come una contraddizione linguistica, una fantasia ideologica o una provocazione dell’estrema destra. Ora un atto giudiziario ammette che anche un ragazzo bianco e francese possa essere scelto come bersaglio per ciò che è. Non è la prima volta che in Francia viene riconosciuto il razzismo anti-bianco, ma è raro che questa aggravante entri in un procedimento per omicidio. Ed è ancora più raro che le istituzioni nominino ciò che il discorso pubblico tenta abitualmente di dissolvere nel lessico neutro della “rissa”, del “disagio” o della “violenza giovanile”.

Thomas e la categoria dell’europeicidio

Il caso di Crépol mostra perché la categoria di europeicidio non possa essere ridotta a uno slogan emotivo. Non indica soltanto il sangue versato, ma il processo attraverso cui la vulnerabilità degli europei viene negata, relativizzata e infine amministrata come normalità. L’europeicidio comincia quando riconoscere un movente anti-bianco appare più scandaloso del movente stesso. Quando una popolazione viene educata a temere maggiormente la generalizzazione politica che la ripetizione concreta dei fatti. Quando la vittima europea deve quasi scusarsi della propria identità, mentre ogni domanda sulla sicurezza, sull’immigrazione e sulla trasformazione delle città viene ricondotta a un problema di linguaggio. Thomas rischiava di diventare un altro nome consumato dal ciclo dell’indignazione: lo shock, la marcia, la polemica, poi il silenzio. La svolta giudiziaria interrompe almeno in parte questo automatismo. Non restituisce la vita a un sedicenne e non sostituisce l’accertamento delle responsabilità individuali, ma apre una breccia nel sistema della rimozione: l’odio contro i bianchi esiste, può armare una mano e deve essere perseguito come ogni altro razzismo.

Dalla memoria alla riconquista

Sarebbe però un errore affidare la difesa dell’Europa a un singolo passaggio giudiziario. Le istituzioni riconoscono spesso la realtà soltanto quando non possono più evitarla. La memoria di Thomas diventa politica solo se smette di essere lutto digitale e diventa criterio: sicurezza degli spazi pubblici, controllo dell’immigrazione, responsabilità penale, ricostruzione comunitaria, diritto degli europei a non sentirsi stranieri nelle proprie città. L’europeicidio non è soltanto morire. È abituarsi alla morte dei propri figli e chiamarla fatalità. Nominare il razzismo anti-bianco è quindi appena l’inizio. Il punto decisivo è trasformare la memoria in durata, l’indignazione in organizzazione e la vulnerabilità in volontà di riconquista.

Sergio Filacchioni

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