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Berlino, l’islamismo colpisce il Pride: il perpetuo fallimento dell’integrazione

by Tony Fabrizio
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Pride Berlino

Roma, 27 lug – Il Christopher Street Day non è un Pride, ma “il” Pride. Commemora infatti i moti di Stonewall del 28 giugno 1969 a New York, scoppiati in seguito all’ennesima retata della polizia nello Stonewall Inn, un bar situato proprio in Christopher Street. L’evento, che ormai richiama centinaia di migliaia di persone da tutta la Germania e non solo, quest’anno era unito dallo slogan “Haltung ist hot”, ovvero “prendere posizione è figo”. Non sarebbe stato nulla di differente dalla solita carnevalata organizzata per dare sfogo al proprio ego, percepito diversamente da ciò che si è e a seconda di ciò che ci si sente: uomo, donna, entrambi, alterni, subalterni, scambievoli, mutevoli, con museruola e guinzaglio, tetrapedi.

Berlino, il copione si ripete ancora

Non è cambiato nemmeno il copione di chi è “contro”. La solita macchina scagliata a tutta velocità sulla folla. Il solito giovanissimo di seconda generazione – sottocategoria del generico “infiltrato” – alla guida, che prima investe più persone possibile e poi scappa. Magari impugnando un coltello con cui aumentare i danni della propria missione. Berlino come Parigi, come Modena. Natale come la festa d’estate, come un anonimo sabato pomeriggio primaverile. Il canovaccio è lo stesso, scritto sempre dalle stesse mani, per attentatori e sopravvissuti che reagiscono sempre nella stessa maniera: «È un caso isolato», «era depresso», «non significa niente: ce ne sono anche di bravi». Non fa eccezione l’attentato al Pride di Berlino del 25 luglio, che ha provocato la morte di una donna e il ferimento di altre 29 persone, alcune in maniera grave. Abdul come Selim: è il nuovo volto, sempre uguale, del globalismo, annacquato e giustificato dal progressismo. È la cronaca dell’ennesimo attentato terroristico “interno”, se è vero che Abdul Ballout era un cittadino tedesco di origini libanesi.

Ma stavolta c’è di più. Non tanto perché gli inquirenti stanno verificando l’eventuale presenza di complici, quanto perché Ballout era già noto alla polizia di Berlino. Era stato arrestato e, nel maggio scorso, condannato dal tribunale minorile a un anno e dieci mesi con pena sospesa per la preparazione di un grave atto di violenza contro la sicurezza dello Stato, oltre che per la diffusione di propaganda dello Stato islamico e altri reati. Dopo la detenzione preventiva era stato rimesso in libertà in attesa dell’appello e sottoposto a un programma di deradicalizzazione. Ballout, insomma, ha semplicemente fatto ciò che aveva già manifestato di voler fare.

Le diverse chiavi di lettura e il cortocircuito progressista

L’attacco islamista al Pride tedesco offre diverse chiavi di lettura. Innanzitutto quella della caccia all’infedele. Non si è trattato soltanto di scagliarsi con un minivan lungo un viale cittadino, magari nell’ora della movida. Come obiettivo ideologico è stato scelto un raduno di omosessuali nei pressi del Tiergarten, una categoria che l’islamismo radicale non tollera. Il minivan lanciato sulla folla, seguito dall’aggressione con un’arma da taglio, non rappresenta soltanto un rifiuto o un ostacolo all’integrazione. È il tentativo di cancellare fisicamente una determinata categoria sociale. Resta grottesca, pur nella sua gravità, la lettura proposta dalla maggioritaria sinistra global-progressista. Continua a essere il migliore sponsor e il più potente megafono della teoria dei confini sbianchettati, dell’accoglienza indiscriminata, a tutti i costi e a qualunque prezzo, fino alla loro completa soppressione.

Così, mentre per bocca dell’onorevole Ilaria Salis condanna l’attentato islamista di Berlino, la sinistra non è ancora scesa in strada con il cartello sulla schiena per accusare se stessa di non aver saputo integrare, accogliere, coccolare e mescolare abbastanza. Eppure anche quelle politiche si sono macchiate del sangue scorso sull’asfalto. Le bandiere arcobaleno, le schwa e gli asterischi non garantiranno la sopravvivenza dei progressisti. Nemmeno quella biologica, prima ancora che ideologica. È stato un brusco risveglio, ma il cancro dell’accoglienza indiscriminata è ormai radicato nelle metastasi del «vogliamoci tutti bene» e del «restiamo uniti». Un male quasi impossibile da sconfiggere per coloro che ne sono affetti.

L’integrazione impossibile

Per chi rifiuta il gioco – e il giogo –, invece, è sempre più evidente che i radicalizzati islamisti incarnano un modo di vivere e di morire che risulta inconcepibile prima ancora che inconciliabile con la visione del mondo occidentale ed europea. Accoglienza, integrazione e meticciato non si producono per decreto e non sono garantiti nemmeno dalla rieducazione alla quale Abdul era stato sottoposto. Il mondo costruito attraverso inculca-menti deleteri, calato dall’alto da chi gioca con cartine e provette, inventato di sana pianta e privo di essenza, sangue e suolo, è una fantasia. Un progetto fatalistico e perciò sterile, che ogni giorno si scontra duramente con la realtà. Una realtà che avvelena quel mondo autentico fatto di storia, identità e tradizione, intesa in senso evoliano come coniugazione del presente con il passato. “Prendere posizione è figo”, recitava lo slogan. Abdul li ha presi in parola: ha preso letteralmente posizione.

L’episodio di Berlino, l’ennesimo, non è un altro incidente di percorso, ma il sintomo di una patologia profonda, ormai cronica: la pretesa di integrare chi non intende affatto integrarsi, sacrificando la sicurezza, l’identità e il senso della realtà sull’altare dell’ipocrisia senza confini. E la soluzione, ormai, è l’unica che tutti conoscono.

Tony Fabrizio

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