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Piacenza, niente lavoro per chi commemora Acca Larenzia: la ritorsione ideologica della Prefettura

by Tony Fabrizio
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Piacenza Acca Larenzia

Roma, 26 lug – La storia che arriva da Piacenza ha dell’incredibile, eppure non sorprende più di tanto. Purtroppo. A un ragazzo incensurato è stata negata la possibilità di lavorare come addetto ai servizi di controllo per via delle sue idee politiche. Un ragazzo presenta istanza per lavorare come addetto ai servizi di controllo – il cosiddetto buttafuori – seguendo l’iter previsto, ma dal Palazzo del Governo emiliano arriva il diniego. Per ottenere il rilascio dei titoli, infatti, occorre essere maggiorenni, possedere un diploma, presentare analisi cliniche che accertino il mancato uso di alcol e droghe e avere la fedina penale pulita. Tutte condizioni che chi svolge questo lavoro conosce bene e che il ragazzo piacentino sa di possedere.

Acca Larenzia, la ritorsione ideologica della Prefettura

Il prefetto della provincia emiliana nega ugualmente il permesso al giovane lavoratore, ricorrendo al cavillo della «colpa ideologica». Se è vero che il giovane piacentino era stato segnalato per una rissa nel 2019 – procedimento poi archiviato –, nella decisione sul rinnovo dei titoli pare abbia pesato soprattutto la sua appartenenza a CasaPound Italia. Inoltre, la Digos di Roma avrebbe segnalato la sua partecipazione alla manifestazione in ricordo della strage di Acca Larenzia, durante la quale avrebbe compiuto il saluto romano. Atteso che anche la Cassazione ha stabilito che non è il saluto romano in sé, ma il contesto nel quale il rito viene compiuto a determinare l’eventuale configurazione del reato, e che nel caso specifico – come in altre cerimonie di commemorazione di caduti e martiri – è stato appurato che non costituisce reato, il credo politico non dovrebbe rappresentare minimamente un motivo ostativo. Tanto più quando simili momenti vengono vissuti con consapevolezza, marzialità e rispetto.

La «buona condotta» in versione burocratica

Secondo il Palazzo del Governo piacentino, però, commemorare tre giovani assassinati cinquant’anni fa inficerebbe il requisito della «buona condotta». Siamo al grottesco kafkiano: un cittadino italiano, perfettamente idoneo sul piano penale, fisico, psichico e professionale, viene privato del diritto di sbarcare il lunario perché le sue idee e i suoi ricordi non sono graditi alla polizia. Eppure, il ruolo del personale di sicurezza è mantenere l’ordine nei locali, non recitare il rosario antifascista all’ingresso. Partecipare a una manifestazione pacifica e commemorativa diventa un «crimine» ostativo al lavoro, mentre nei cortei dell’estrema sinistra si tollera qualsiasi scelleratezza in nome della «dialettica democratica». Dove per «dialettica» si intendono slogan che costituiscono concrete minacce di morte o dichiarazioni della volontà di mettere a ferro e fuoco una città. È quanto accaduto a Genova, dove l’intenzione di dare vita a un pomeriggio di guerra urbana, anticipata addirittura nei palazzi istituzionali, si è poi tradotta nei disordini contro la sede cittadina di CasaPound Italia.

La cosa più grave è che se questo principio passa, domani qualsiasi prefetto potrà negare una licenza o un titolo professionale a un tassista, a un idraulico o a un commerciante soltanto perché esprime idee difformi dal pensiero unico antifascista. In Italia il reato d’opinione non esiste sulla carta, ma viene applicato con zelante precisione burocratica per via amministrativa. Se non ti allinei, ti tolgono la pagnotta.

Prima di Piacenza, il precedente campano

Quanto accaduto nella rossa Emilia ha dei precedenti nella Campania, roccaforte di una certa sinistra. In un caso perfettamente simile, una guardia particolare giurata si era vista rifiutare il rinnovo dei titoli di lavoro perché, secondo la Prefettura di Avellino, erano venute meno le «qualità morali» necessarie per guadagnarsi onestamente il pane. Il crimine commesso dal lavoratore? Essere stato assolto perché «il fatto non costituisce reato», addirittura in udienza predibattimentale, nel processo relativo al saluto romano compiuto in occasione della commemorazione del cinquantenario della morte di Carlo Falvella, e frequentare «i ragazzi di CasaPound». In quel caso l’organo di governo irpino dovette arrendersi. La mannaia della giustizia ideologica sarebbe stata soltanto rimandata di due anni, per poi essere costretta ad arrendersi ancora una volta.

Il ricorso e la battaglia di civiltà

Il giovane piacentino, affiancato dal suo legale, ha già annunciato battaglia e il ricorso al Tar contro un provvedimento arbitrario che puzza di discriminazione politica lontano un miglio. Anche perché, al momento del diniego, l’accusa per rissa era già stata archiviata e l’unico elemento «nuovo» era la partecipazione alla commemorazione di Acca Larenzia. Partecipazione che, sic stantibus rebus, rappresenterebbe dunque il motivo per cui a un onesto contribuente, con tutte le carte in regola, viene negato il diritto di lavorare. In barba a quella «Repubblica fondata sul lavoro» – formula del primo articolo della Costituzione ideata da un «fascista» di formazione come Amintore Fanfani – e in spregio all’articolo 3, che tra le diverse categorie da non discriminare include anche le opinioni politiche.

La battaglia che si combatterà da Piacenza è importante perché non si tratta soltanto di difendere la posizione individuale di un lavoratore incensurato, ma di stabilire un confine invalicabile contro lo strapotere dello Stato etico. Il tesserino da buttafuori si concede sulla base dei requisiti stabiliti dalla legge, non sulla simpatia politica del burocrate di turno. Se la partecipazione a un momento di memoria storica diventa un motivo sufficiente per cancellare il diritto al lavoro, allora non siamo più in uno Stato di diritto, ma in un comitato di salute mentale pubblica camuffato da Prefettura.

Tony Fabrizio

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