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Il crepuscolo dello Stato

by Tony Fabrizio
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Roma, 27 mag – Il confine che separa l’autorità dal mero autoritarismo, la forza legittima dalla bruta violenza di piazza non è semplicemente una linea giuridica codificata nei manuali di diritto. È un solco morale e metafisico. Per chi coltiva l’idea dello Stato come custode della continuità nazionale, della legalità e della civiltà, la divisa non ha mai rappresentato un semplice abito da lavoro o un freddo apparato burocratico. Al contrario, essa è un simbolo sacro, per tanti rappresenta l’ultimo argine posto a difesa della comunità contro le spinte centrifughe del caos. Tuttavia, quando quell’argine si incrina sotto i colpi dell’approssimazione e dell’imperizia e quando il sangue scorre per errore, un dubbio doloroso ferisce il cuore della Nazione: le nostre forze dell’ordine si stanno, perversamente, mutando in forze del disordine?

Questo smarrimento non nasce dal rancore ideologico dei professionisti dell’anti-Stato o dalle provocazioni anarchiche, ma emerge dalla lucida e spietata disanima del generale Umberto Rapetto. Già alto ufficiale e stimato docente nelle Accademie militari, le sue parole squarciano il velo delle ipocrisie ministeriali, dimostrando che la crisi attuale non è episodica, ma strutturale. Siamo di fronte al crepuscolo della competenza. L’analisi militare si articola in tre passaggi fondamentali che spiegano come un apparato di difesa possa trasformarsi in un elemento di caos.

Il crollo verticale della catena di comando

Il primo e più grave livello dell’analisi di Rapetto non riguarda l’agente in prima linea, ma i vertici istituzionali. Il Generale denuncia un crollo strutturale nella preparazione della catena di comando. Nella dottrina militare e della sicurezza pubblica, la gestione dell’ordine pubblico non può essere lasciata all’improvvisazione: richiede una fredda, scientifica pianificazione e una profonda conoscenza delle dinamiche psicologiche delle masse. Se i quadri direttivi non sono formati a gestire lo stress e la complessità, l’intero apparato abdica alla sua funzione, trasmettendo panico e disorientamento alla base.

Il fallimento strategico dell’intelligence a Torino

Prendendo in esame la guerriglia urbana nata attorno al centro sociale Askatasuna a Torino, Rapetto evidenzia un errore tattico imperdonabile. Il Generale spiega con precisione chirurgica che i violenti vanno bloccati e isolati all’inizio, nel momento esatto in cui indossano caschi e passamontagna, non quando hanno già preso l’assetto di guerra. A Torino, invece, la paralisi dell’intelligence ha permesso a frange di violenti professionisti d’oltralpe – i black bloc francesi e tedeschi – di calare in città e dettare legge. Il mancato intervento tempestivo ha prodotto un effetto imbuto. I teppisti stranieri sono diventati padroni della piazza, mentre l’apparato repressivo dello Stato è stato ridotto a colpire nel mucchio, inseguendo singoli manifestanti isolati e lasciando, di contro, un agente abbandonato al linciaggio della folla.

La deformazione degli strumenti di difesa

L’ultimo e più tragico passo dell’analisi tecnica tocca l’uso dei mezzi di contenimento. Lo scudo, che per definizione è un simbolo di protezione e neutralizzazione del pericolo, si deforma fino a diventare un’arma d’offesa. L’epilogo di questo disordine spirituale e operativo si è consumato al derby di Torino sulla pelle di Marco, giovane commercialista, tifoso della Juventus Un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo – in aperto spregio a ogni canone tecnico, logico e umano – gli ha letteralmente sfondato la calotta cranica. Non si è trattato di una fatalità imprevedibile, ma della diretta conseguenza della perdita di controllo operativo: quando la tecnica e la disciplina vengono meno, subentra la brutalità cieca.

Dal “moto ondulatorio” alla tragedia: la tragedia del linguaggio

All’analisi tecnica di Rapetto si unisce a una riflessione storico-politica più ampia, ricordando come lo Stato abbia iniziato da tempo a perdere la propria dignità, partendo proprio dal linguaggio. La memoria corre ai giorni bui delle restrizioni Covid, alle manifestazioni contro il green pass del 9 ottobre 2021, quella sfociata nell’attacco alla sede romanda della CGIL, quando la burocrazia del Viminale, per giustificare i blindati piazzati a difesa delle misure liberticide , forse, cercando la più anarchica delle degenerazioni, partorì la celebre e grottesca formula del “moto ondulatorio”.

In quel preciso momento si consumò il primo grande tradimento: lo Stato che, non sapendo governare la complessità, si rifugiò nella supercazzola geometrica, nella commedia dell’arte elevata a dottrina d’ingaggio. Se ieri lo Stato si difendeva dietro la farsa delle parole, oggi si difende dietro uno scudo ben più odioso: quello dell’impunità penale e dell’autoconservazione corporativa.

Il paradosso inquietante: la Polizia che processa la Polizia

Il punto d’arrivo di questa deriva istituzionale è il cortocircuito investigativo e morale. Davanti a un giovane come Marco che lotta tra la vita e la morte, la prima reazione dell’istituzione smarrita non è stata il rigoroso esame di coscienza o una degna assunzione di responsabilità, ma l’attivazione immediata degli anticorpi di corpo. Si è cercato subito di accreditare la favola della “bottiglietta” lanciata dai tifosi negli scontri per giustificare la ferita, scontrandosi però con la dignità fiera e il dolore composto del padre di Marco, che ha zittito le versioni ufficiali pretendendo verità: “Mio figlio è stato colpito da un lacrimogeno ad altezza d’uomo, non raccontate favole per coprire gli errori”.

Qui si apre il paradosso più inquietante per uno Stato di diritto: lo Stato chiamato a indagare su se stesso. La Polizia che processa la Polizia. Ci si chiede, con profonda preoccupazione, se possa davvero esistere terzietà, se possa esserci vera Giustizia quando l’inquirente e il sospettato portano la medesima divisa e rispondono allo stesso corpo ministeriale.

Salvare l’onore della divisa

Sia chiaro, amare la Patria e credere nelle istituzioni significa rispettare la stragrande maggioranza delle forze dell’ordine, fatta di uomini e donne onesti che rischiano la vita quotidianamente per stipendi assolutamente inadeguati, suggerisce ancora il Generale. Ma è proprio per salvare il loro onore e la dignità di quella divisa che occorre sradicare la sottocultura del sopruso e dell’autoconservazione. Se lo Stato tollera che le indagini interne si trasformino in un teatro di mutua protezione, smette di essere il garante del diritto e diventa il primo artefice dell’anarchia. Una Nazione che impara ad aver paura dei propri custodi è una Nazione che ha già fatalmente rinunciato alla sua libertà.

Tony Fabrizio

 

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