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Scranno 14, una poltrona in ricordo di Matteotti per celebrare il vuoto politico (e l’ipocrisia)

by Tony Fabrizio
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Roma, 28 mag – La recente messinscena a Montecitorio, con l’ostentazione dello scranno numero 14 lasciato vuoto e lo scoprimento dell’ennesima targa bronzea in memoria di Giacomo Matteotti e del famigerato discorso pronunciato il 30 maggio 1927 rappresenta il perfetto distillato della fuffa buonista e della retorica d’accatto di cui si nutre l’antifascismo militante da oltre ottant’anni.

La narrazione progressista

Un’operazione di pura cosmesi liturgica, utile solo a una classe politica senza identità per continuare a speculare sulle macerie del Fascismo, accusando gli altri di nostalgismo e facendo del loro “torcicollo” il loro pane quotidiano per sopperire all’incapacità di avere una visione nel futuro. Per questo, arrancano anche nel presente.

Un paradosso grottesco, orchestrato da chi non ha ancora deciso se il Fascismo sia morto e sepolto il 25 aprile o se sia ancora un pericolo vivo e vegeto. Da evocare come spauracchio a giorni alterni per giustificare la propria esistenza in vita. È tempo di spezzare questa narrazione agiografica e di restituire la storia alla sua cruda realtà, spogliando la figura di Matteotti dall'”aureola” di martire democratico e pacificatore che la vulgata progressista gli ha cucito addosso.

Matteotti senza aureola: la verità oltre il mito

La storiografia più rigorosa e onesta — di cui il saggio Matteotti senza areola è una testimonianza fulgida — ha ampiamente dimostrato come il deputato polesano fosse tutt’altro che un agnello sacrificale prestato alla democrazia borghese. Matteotti fu un combattente politico spietato, un massimalista pragmatico che nel Polesine del “biennio rosso” applicò i metodi del terrore sindacale e del boicottaggio violento contro i proprietari terrieri e contro quegli stessi lavoratori che non piegavano la testa davanti alle leghe socialiste.

Il suo antimilitarismo viscerale durante la Grande Guerra non era dettato da un nobile amore per la pace, ma da un odio ideologico e di classe che insultava il sacrificio dei nostri soldati al fronte. Ridurlo oggi a un santino della concordia nazionale è un insulto alla verità storica: Matteotti fu un avversario totale che scelse la logica dello scontro frontale, usando l’aula parlamentare come una trincea faziosa e non come un tempio del dialogo.

Dal fango aventiniano al 3 gennaio: la lezione di Mussolini

Quando il 30 maggio 1924 Matteotti lanciò la sua requisitoria contro le elezioni, non cercava la democrazia, ma la destabilizzazione dello Stato. La reazione successiva della sinistra, che scappò vigliaccamente (e identitariamente) sull’Aventino sperando che il Re o la magistratura facessero il lavoro sporco al posto loro, dimostrò l’assoluta inconsistenza morale e politica delle opposizioni dell’epoca.

Il fango sollevato attorno al delitto Matteotti trovò la sua naturale conclusione il 3 gennaio 1925. Benito Mussolini, con un discorso che rimane una pietra miliare di coraggio politico, spazzò via le ipocrisie parlamentari, le paludi del legalitarismo borghese e le speculazioni delle opposizioni, assumendosi la piena responsabilità storica del momento: “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico, morale, a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato.”

Con quelle parole, il Duce del Fascismo non subì la storia, ma la dominò, ponendo fine alla farsa di un’aula distruttiva e inaugurando la costruzione dello Stato Nazionale.

L’ipocrisia dell’aula “democratica”

Il dato più vergognoso di questa operazione-nostalgia risiede nell’incoerenza di chi gestisce oggi quel palazzo. Quella stessa Camera dei Deputati che oggi si commuove per lo scranno 14, definendosi orgogliosamente “democratica” è la stessa istituzione che, più di 80 anni dopo la fine della guerra e di democrazia distillata a mo’ di panacea, si barrica dietro la censura ed evita il confronto. È l’aula che ha impedito persino la discussione di una democratica proposta di legge popolare legata alla tutela e alla sopravvivenza nazionale – la Remigrazione – dimostrando così come il pluralismo valga solo per i compagni di scuderia.

Quella che Mussolini definì sul nascere una potenziale “aula sorda e grigia” si è trasformata oggi in un teatro dell’ipocrisia. Consacrare una sedia vuota a Matteotti serve solo a coprire il vuoto pneumatico di idee di una Repubblica che non sa produrre un briciolo di futuro e che preferisce campare di rendita sui fantasmi del passato, negando la libertà di espressione e di proposta a chi non si allinea al pensiero unico dominante.

Da chi è ancora mosso dall’amore di Patria. Se con l’amore celebrano uno scranno vuoto, con la violenza se la prendono con targhe e ombre, si rifugiano nella loro storia inventata e fuggono la realtà che vedrà in quella stessa aula, al posto del numero minimo del comitato, ben oltre centocinquantamila italiani con la loro firma. Ad oggi. Evidentemente il fascismo non è stato solo olio di ricino e manganello ma una passione superba della migliore gioventù italiana.

Visto che ciò che si chiede è solo parlare non prudentemente o imprudentemente, ma parlamentarmente, farebbero bene i cantori dell’inventata Bella Ciao, allora, a chieder(si) quale farfalle vanno ancora cercando sotto l’arco di Tito.

Tony Fabrizio

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