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Zone grigie e guerra ibrida: la Russia trasforma i territori occupati in piattaforme di corrosione dell’Europa

by La Redazione
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Roma, 30 mag – Dopo anni di guerra lampo, ci siamo abituati ad una quantità di immagini che sono diventate ormai familiari: trincee, radure fangose e boschi colpiti dai droni FPV, città bombardate, esperti – o sedicenti tali – di geopolitica che illustrano mappe evidenziate di rosso e blu in salotti televisivi, fra un’emergenza climatica e un consiglio comunale commissariato. È la guerra, e comporta oggi anche questo tipo di narrazione visiva. Sotto la superficie del conflitto sta tuttavia emergendo un’altra dimensione, meno spettacolare e più inquietante: quella delle grey zone, le “zone grigie” dove guerra, criminalità, propaganda e instabilità amministrativa iniziano a fondersi.

Negli ambienti strategici europei – ma non solo – serpeggia un dubbio sempre più insistente: e se la Russia, fallita la conquista rapida dell’Ucraina, stesse progressivamente trasformando i pochi territori occupati in piattaforme di pressione ibrida verso l’Europa? Ibrida, quindi non militarmente convenzionale: mezzi ambigui, scala diffusamente frammentata e di difficile attribuzione, reti opache, destabilizzazione, logoramento psicologico, flussi difficili da monitorare, economia grigia, conflitti permanenti a intensità variabile e su diversi livelli sociali, politici ed economici. Se la guerra non termina alla linea del fronte, significa che scivola nelle infrastrutture, oltre le frontiere, insinuandosi nei molti strati percettivi collettivi.

La “guerra lampo” della Russia, e poi?

L’aggressione non era stata solo dichiarata pubblicamente come “lampo”: è ormai chiaro che era anche stata pensata in quel modo, e non ha funzionato. L’avanzata simultanea verso Kiev, il tentativo di colpire rapidamente il centro politico ucraino e l’apparente aspettativa di un collasso istituzionale suggeriscono una pianificazione che ha tenuto in conto solo alcune variabili, rendendosi automaticamente incompatibile con il logoramento di una guerra pluriennale. Gli strateghi russi non hanno tenuto in conto alcuna delle opzioni che poi si sono rivelate fondamentali: hanno almeno sottostimato la capacità militare ucraina; non sembrano aver considerato il sostegno occidentale; hanno saltato a piedi pari molte questioni logistiche e le conseguenze operative; hanno soprattutto ignorato la capacità di mobilitazione sociale ucraina, ma questo è un limite del DNA internazionalista, universalista e anti-identitario russo, ancora prima che analitico. Dopo tutti questi anni di guerra, i territori in mano ai russi possono sì avere un’importanza, ma quantitativamente sono di molto inferiori rispetto agli obiettivi iniziali, e la tenuta dell’Ucraina potrebbe aver reso necessario trasformare il conflitto: d’altra parte la guerra convenzionale non solo non ha prodotto una vittoria, ma ha portato ad una figuraccia epocale che chiede a gran voce di mutare la forma del conflitto.

Se non conquisti, prova a corrodere… ed eccoci alla guerra ibrida

Il RUSI parla da anni di strategia russa non convenzionale, un mix – ibrido, appunto – di pressione sulle forniture energetiche, disinformazione e sabotaggi multilivello, cyberwarfare, pressione politica indiretta sfruttando anche i flussi migratori (ma su questo aspetto, l’assist arriva direttamente dalle Nazioni Unite attraverso le istituzioni UE e nazionali) e soprattutto tramite lo sfruttamento di reti economiche opache, strutturate in matrici di scatole cinesi e giochi di specchi. Se ne parla da anni perché questo metodo in primo luogo non è nuovo, e soprattutto si è intensificato dopo la caduta dell’Unione Sovietica: la nuova Russia si è discostata dalla vecchia Russia prevalentemente sugli aspetti di apertura a certi modelli occidentali, facendo progredire la propria ideologia dal comunismo al moralismo messianico (cosa che fra l’altro ha accomunato tutti i partiti ex-comunisti d’occidente, dando una pennellata a stelle e strisce agli stracci rossi). Qui sorge il dubbio, che poi tanto dubbio non è perché suona più come un allarme: i territori occupati stanno diventando teste di ponte di quell’aggressione ibrida verso l’Europa, che resta come sempre l’obiettivo?

I territori occupati e come avamposti della Russia

Quei territori che prima erano inequivocabilmente Ucraina, vanno considerati come porosità, sovrapposizioni ambigue e potenzialmente molto problematiche. Il diritto si frammenta senza struttura, cresce la perdita di controllo, l’identità sfuma ad ogni livello, soprattutto burocratico. È questo un contesto dove persino i documenti diventano qualcosa di rarefatto, e la confusione su chi sia chi viene sostenuta e fatta proliferare grazie a forme economiche a dir poco informali, e soprattutto sovrapposizione fra istituzione e criminalità. Se dal punto di vista militare la storia russa non brilla certamente per la propria eccellenza, su quest’altro versante sono certamente più ferrati: tutto l’ex blocco sovietico era sostenuto da zone grigie di questo tipo, e si vedano la Transnistria, l’Abkhazia, l’Ossezia, il Donbass, e molti altri lungo tutto il confine russo.

Queste zone hanno tutte caratteristiche comuni, perché hanno strutture sociali, economiche e istituzionali rarefatte, quasi informali, persino aleatorie in certi casi. La loro funzione è fare pressione sui territori circostanti ulteriori, proiettandoli contro l’Europa. Uniscono poi anche l’utile al dilettevole, giacché è qui che contrabbando, confusione fiscale, reti e dipendenze fanno filtrare beni e quattrini, che una volta passati attraverso queste “lavatrici” non sembrano più ciò che sono, e non vengono più da dove vengono. I report su questo tipo di criminalità pubblicati da OLAF e GlobalInitiative sono spesso illuminanti, almeno sui meccanismi: il confine orientale europeo è a tutti gli effetti innervato da reti criminali ad alta adattabilità, e dunque capaci di sfruttare quasi in tempo reale le fragilità amministrative e i delta normativi. Questi circuiti esistevano già fin dai tempi dell’Unione Sovietica – e forse anche fra Prima e Seconda Guerra – e il conflitto in Ucraina ha fatto da acceleratore rendendoli in alcuni casi parte integrante di strutture ormai compromesse.

La russificazione come prassi politica

Non è un falso mito, lo sappiamo. L’ISW (Institute for the Study of War) ha già fatto il punto in un report di Febbraio 2024 dal titolo The Kremlin’s Occupation Playbook: Coerced Russification and Ethnic Cleansing in Occupied Ukraine, esplicitando la strategia di distruzione dell’Ucraina attraverso lo smantellamento dell’identità, a partire dal presupposto che essa non esisterebbe perché gli ucraini sarebbero solo dei russi confusi che si sono inventati di essere ciò che non sono. Questo processo non contempla solo il mescolamento attraverso lo stupro sistematico, ma anche la distribuzione di documenti d’identità russi, la sostituzione all’interno delle istituzioni, il controllo dei media, la sostituzione della burocrazia, l’imposizione di programmi scolastici e lingua russi. A proposito dei programmi scolastici, si prenda ad esempio il ciclo di lezioni denominato – in modo involontariamente un po’ tragicomico – “Conversazioni Importanti”: ogni lunedì mattina da settembre 2022, dopo l’alzabandiera in tutte le scuole e gli istituti professionali russi si tengono queste lezioni su educazione patriottica, storia e “valori tradizionali russi” – qualsiasi cosa pensano possa significare, vista la quantomeno recente invenzione di codesti “valori tradizionali”.

A questi programmi scolastici è affidata la creazione di una “nuova identità russa”, che è totalmente sradicata e artificiosa perché letteralmente di matrice antagonista e antifascista, null’altro. Non risveglia alcuna radice, ma crea se non altro identità amministrative e burocratiche. Vi ricorda qualcosa? Qualcosa di molto vicino a noi, magari… esatto! Ricorda proprio l’esempio di Tito dopo la Seconda Guerra, quando venne instaurata la riforma scolastica nei territori regalati al controllo jugoslavo. I programmi educativi furono riscritti per costruire una nuova identità socialista smantellando l’identità italiana, delegittimando storia, patriottismo e valori italiani definiti fascisti e borghesi, glorificando il movimento partigiano jugoslavo e soprattutto idolatrando la figura messianica, liberatrice e paterna di Tito. Si badi che questa non è una esagerazione, perché i testi per l’infanzia dell’epoca descrivevano il comunismo come forza salvifica antifascista contro i “nemici del popolo”. Certo, il tempo è passato e molte cose sono cambiate, ma sicuramente non è cambiata la dinamica.

Realtà o percezione?

È molto facile scadere nelle teorie del complotto, e ciò fa gioco soprattutto alla dinamica anti-identitaria descritta qua sopra. Per ora ci sono solo indizi dell’utilizzo dei territori occupati per far filtrare presunti profughi – con documenti ucraini, ma in realtà russi – attraverso Bielorussia e Polonia. Ciò è comunque più che logico: c’è in ogni caso una guerra in corso, e le grey zone non sono (ancora) permanentemente tali. Pur non esistendo prove pubbliche definitive di operazioni clandestine russe  penetrate su scala nell’UE attraverso i territori occupati, sono diversi i segnali e la storia è maestra. Ed è meglio fare valutazioni strategiche ampie, piuttosto che ritrovarsi ai confini europei degli ecosistemi permanentemente instabili, politicamente polarizzati pro-Russia, con reti economiche e logistiche dilaganti e sommerse, e istituzioni quantomeno discutibili.

Mai normalizzare l’ambiguità

Il grande errore strategico dell’Unione Europea è stato esporre l’Europa a flussi economici, migratori e di influenza politica sia atlantici che orientali in modo indiscriminato e anti-identitario. Solo di recente stiamo assistendo ad un qualche ravvedimento, soprattutto grazie al conflitto in Ucraina sul piano della sicurezza, e al disastro economico e regolatorio dell’UE stessa: ora che la situazione non è irrimediabile ma comunque quasi disperata, si inizia a parlare di sicurezza interna, infrastrutture e materie prime critiche, vulnerabilità di sistema, e così via. Di per sé l’avanzata militare russa non preoccupa, soprattutto perché non è un’avanzata ma una discreta disfatta. A preoccupare l’Europa dovrebbe invece essere la possibilità dell’istituzione di una grande e cruciale area di ambiguità alle porte orientali, perché ciò significherebbe dover fronteggiare un’infiltrazione erosiva e corrosiva difficilmente disinfettabile.

L’Europa non deve permettere ad alcuno – nemmeno all’UE – di consentire l’instaurarsi e la permanenza di zone grigie costantemente in conflitto, costantemente sottoposte all’azione di propaganda anti-europea e criminalità senza scrupoli, e forse striscianti d’invasione lenta. Mai normalizzare l’ambiguità. Mai, e per nessuno.

Francesco Perizzolo

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