Roma, 22 giu – Keir Starmer lascia Downing Street meno di due anni dopo la vittoria laburista del 2024. Formalmente, il premier britannico si arrende al suo partito: troppi deputati lo consideravano ormai inadatto a guidare il Labour fino alle prossime elezioni, troppi sondaggi indicavano un’avanzata costante di Reform UK, troppi segnali interni spingevano verso il ritorno di Andy Burnham a Westminster. Reuters, nelle ore dell’annuncio, ha sintetizzato il quadro con una formula brutale: Starmer era diventato “unloved and directionless”, non amato e senza direzione. Ma fermarsi alla crisi di leadership sarebbe riduttivo. Starmer non cade soltanto per i malumori laburisti. Cade perché il Labour ha perso il controllo politico del tema che oggi attraversa la Gran Bretagna più di ogni altro: immigrazione, sicurezza, ordine pubblico, fiducia nelle istituzioni.
Keir Starmer lascia Downing Street dopo due anni
La caduta di Starmer arriva dopo mesi in cui Reform UK ha trasformato l’immigrazione nel terreno centrale dello scontro politico. Sempre Reuters, già nel maggio 2025, spiegava che il premier era sotto pressione per il successo del partito di Nigel Farage alle elezioni locali e per il malcontento crescente sui livelli di immigrazione. Il governo laburista provò allora a correre ai ripari con un libro bianco più duro: requisiti linguistici più severi, accesso alla cittadinanza dopo dieci anni anziché cinque, stretta sui visti per lavoratori qualificati e stop al reclutamento internazionale in alcuni settori dell’assistenza. Starmer arrivò a promettere una riduzione significativa dei flussi e usò la formula dell’“isola di estranei”, poi contestata anche dalla sua stessa area politica. Quella mossa, però, non diede l’idea di un cambio di rotta. Diede l’idea di un inseguimento. Farage poté accusarlo di rincorrere tardivamente un problema che per anni la classe dirigente aveva minimizzato. Il Labour scopriva il tema migratorio solo dopo averlo lasciato a Reform UK, e lo faceva con il linguaggio di chi vuole rassicurare l’elettorato popolare senza rompere davvero con il quadro morale progressista che aveva governato il dibattito britannico negli ultimi decenni.
Dall’immigrazione alla sicurezza, solo prudenza comunicativa
Il dossier delle grooming gangs ha reso questa contraddizione ancora più evidente. Nel giugno 2025 Starmer fu costretto ad accettare una nuova inchiesta nazionale sugli abusi sessuali commessi da gruppi organizzati ai danni di migliaia di ragazze, dopo aver resistito alle richieste di una statutory inquiry. Il rapporto Casey, commissionato dallo stesso governo, aveva riportato al centro una questione rimossa troppo a lungo: la scala del fenomeno, le responsabilità delle autorità locali e nazionali, il ruolo delle dinamiche etniche e culturali, la paura istituzionale di affrontare certi aspetti per non alimentare tensioni comunitarie. La House of Commons Library ha poi confermato che l’inchiesta indipendente sulle grooming gangs ha iniziato i lavori il 13 aprile 2026. Questo punto è fondamentale. Le grooming gangs non sono più soltanto un capitolo oscuro della cronaca giudiziaria britannica. Sono diventate il simbolo di un sistema che, agli occhi di una parte crescente della popolazione, ha preferito proteggere il proprio linguaggio pubblico invece delle vittime. Anche quando Starmer ha ceduto all’inchiesta, la percezione era già compromessa: il governo non guidava la richiesta di verità, la subiva.
Il caso Henry Nowak e le rivolte di Belfast
Poi sono arrivati Southampton e Belfast, due casi diversi ma inseriti nello stesso clima politico. A Southampton, dopo l’omicidio del giovane Henry Nowak, la protesta è degenerata in disordini. Il Guardian ha raccontato lo scontro diretto a Westminster tra Starmer e Farage: il premier ha condannato le violenze, ha accusato il leader di Reform di alimentare la rabbia e ha definito “unforgivable” la sua posizione sul presunto “two-tier policing”. Ma Starmer, nello stesso intervento, ha dovuto ammettere che esistevano “serious questions to answer”, in particolare sul modo in cui le accuse di razzismo avrebbero influenzato l’azione della polizia nel caso Nowak. Non è un passaggio secondario: nel cuore della crisi, perfino Downing Street riconosceva che la percezione di una giustizia a doppio binario non poteva essere liquidata come pura fantasia estremista. Il tema è esploso di nuovo pochi giorni dopo, quando Sir Stephen Watson, capo della Greater Manchester Police, ha spiegato al Guardian che la polizia britannica ha in alcuni casi adottato “il linguaggio dell’attivismo” e che alcune linee guida antirazziste hanno finito per alimentare l’impressione di un trattamento differenziato. Watson ha negato l’esistenza di una polizia anti-bianca, ma ha ammesso che dopo il caso Nowak l’idea è diventata diffusa. In termini politici, questo è devastante: quando la neutralità dello Stato viene percepita come compromessa, ogni fatto di cronaca diventa benzina sul fuoco.
Il tema della sicurezza lasciato all’opposizione
Belfast ha completato il quadro. L’8 giugno Stephen Ogilvie, un uomo dell’Irlanda del Nord, è stato gravemente aggredito da un cittadino sudanese, Hadi Alodid, poi accusato di tentato omicidio. Le Monde ha ricostruito la sequenza: il video dell’aggressione ha circolato sui social, la rabbia è esplosa nelle zone unioniste della città, case e proprietà legate a immigrati o persone di origine straniera sono state prese di mira, mentre polizia e partiti locali chiedevano calma. Nessuna lettura seria può fingere che Belfast sia stato soltanto un problema di “ordine pubblico”. La stampa liberal internazionale ha letto Belfast e Southampton quasi solo attraverso la categoria della mobilitazione “far-right”. È una lettura comoda, ma incompleta. Certo, gruppi radicali e figure come Tommy Robinson hanno cercato di sfruttare quei casi. Certo, i social hanno accelerato la mobilitazione e la disinformazione. Ma il problema politico viene prima: perché questi episodi trovano una disponibilità sociale così ampia? Perché Reform UK riesce a trasformare ogni crisi di sicurezza in un atto d’accusa contro il sistema? Perché il Labour non riesce più a parlare ai quartieri popolari senza sembrare un commissariato morale? La risposta è che per anni una parte della classe dirigente britannica ha separato artificialmente immigrazione, sicurezza, lavoro, casa e identità. Ha trattato ogni allarme come un cedimento alla xenofobia e ogni richiesta di controllo come una minaccia alla convivenza.
Starmer si dimette ma il Labour non si salverà
Per questo Andy Burnham viene presentato oggi da molti deputati laburisti come il possibile argine a Farage. Reuters lo descrive come l’uomo capace di fermare l’avanzata del partito populista. Ma anche questa formula rischia di essere un’illusione se il Labour pensa di risolvere una crisi storica con un cambio di volto. Burnham può parlare meglio di Starmer alle periferie del Nord inglese, può avere un profilo più popolare, può apparire meno freddo e meno tecnocratico. Ma eredita un problema che non nasce a Downing Street e non si chiude con una staffetta interna. Le dimissioni di Starmer segnano dunque qualcosa di più ampio della fine di un premier debole: segnano il fallimento di una sinistra che ha perso il monopolio morale della protezione dei deboli. Sulle grooming gangs ha parlato tardi. Su Southampton ha visto soprattutto il pericolo della rabbia, non la crisi di fiducia che la alimentava. Su Belfast ha condannato il disordine, ma non ha saputo spiegare perché pezzi di società britannica siano arrivati a quel punto di saturazione. Sull’immigrazione ha provato a imitare il lessico del controllo quando ormai l’elettorato del controllo guardava altrove.
Starmer cade a Westminster, ma la crepa è nelle strade. È nei quartieri dove l’immigrazione è un mutamento quotidiano. È nelle vittime che hanno aspettato anni prima di essere ascoltate. È nelle famiglie che non credono più all’imparzialità delle istituzioni. È nelle città dove ogni fatto di sangue può diventare sommossa perché manca una politica capace di governare il conflitto prima che esploda. La Gran Bretagna entra così in una nuova fase: non più la vecchia alternanza tra conservatori e laburisti, ma una battaglia più profonda su confini, sicurezza, identità e sovranità. Starmer è il primo grande caduto di questa nuova guerra.
Vincenzo Monti