Roma, 24 giu – C’è un momento preciso in Interstellar in cui la fisica smette di essere scienza e diventa mistica. È quando Cooper, precipitato nel cuore di Gargantua oltre l’orizzonte degli eventi, si ritrova nel tesseratto — una struttura pentadimensionale in cui il tempo è rappresentato come una dimensione fisica attraversabile, in cui passato e futuro coesistono come spazio. Da quel punto in poi, le equazioni della relatività generale non bastano più. Non basta nemmeno la fantascienza. Ciò che resta è qualcosa di più antico: la domanda sull’Uno e sul molteplice, sul se l’Universo abbia una struttura unitaria di cui la coscienza dell’uomo è parte costitutiva, e non semplice spettatrice.
Anime Interstellari di Lorenzo Pantellini — pubblicato da Inquadrature Perfette nella collana Microscopi — parte da questa intuizione e la percorre con la passione di chi ha vissuto un film come un’esperienza di trasformazione interiore. Il saggio non è, in senso stretto, un’analisi cinematografica: è il tentativo di articolare perché certi film facciano quello che la filosofia, la scienza e la spiritualità inseguono da secoli. Ovvero ricondurre l’uomo a qualcosa di più grande di sé, a una realtà di cui si era dimenticato di essere parte. Il termine che Pantellini conia per questo effetto è film vitale: una pellicola capace di diventare «arma dell’anima», di innescare un processo di innalzamento della visione del mondo (Weltanschauung) dello spettatore che non si esaurisce con la visione ma tende all’infinito. Vale la pena indugiare su questa categoria, perché contiene in germe una tesi filosofica più radicale di quanto siamo portati a credere.
Interstellar e l’atto di conoscere come ritorno
Pantellini formula il film vitale attraverso un’equazione: FV = [Qc + Tc] : [Tc × Ws], dove Qc è la qualità cinematografica, Tc i temi centrali e Ws la Weltanschauung dello spettatore. Ciò che rende vitale una pellicola non è la sua eccellenza tecnica in sé, ma il fatto che i suoi temi centrali entrino in risonanza con la visione del mondo di chi guarda, producendo un movimento che innalza quella visione verso qualcosa di più alto. Il film non porta informazioni nuove: rivela qualcosa che era già presente, ma sepolto. Risveglia. Questo schema ha una genealogia filosofica precisa, che il libro non cita esplicitamente ma che è possibile riconoscere: è la struttura dell’anamnesi platonica. Conoscere non è acquisire, ma ricordare. La verità non è esterna al soggetto ma interiore, latente, in attesa di essere riportata alla luce. Il cinema, in questa prospettiva, non è uno specchio del mondo ma uno strumento maieutico: aiuta lo spettatore a risalire, a distogliersi dalla molteplicità dispersa dell’esperienza quotidiana per ritrovare un’unità originaria. Ogni film vitale è, in questo senso, una forma di filosofia praticata nell’oscurità di una sala.
Il punto diventa ancora più chiaro se lo si accosta all’attualismo di Giovanni Gentile. Per Gentile, la realtà non è un sistema di oggetti esterni che preesistono alla coscienza: è atto di pensiero, divenire continuo, processo di autoposizione dello spirito. Non vi è essere senza pensiero; non vi è oggetto senza soggetto che lo ponga. L’universo non esiste fuori dal pensiero; ogni elemento del reale è «in quanto pensato». In questa prospettiva il cinema non rappresenta la realtà ma la produce, nella misura in cui modifica irreversibilmente il soggetto che lo vive. Lo schermo che «diventa tunnel», come scrive Pantellini, non è una metafora: è l’esatta descrizione di un processo in cui il confine tra il dentro e il fuori, tra lo spettatore e il film, tra l’io e il cosmo, si dissolve in un atto unitario di coscienza.
Quando la fisica riscopre l’antico: un percorso a ritroso
Anime Interstellari dedica alcune delle sue pagine più dense alla fisica quantistica, e lo fa con una consapevolezza rara nella saggistica divulgativa: non si limita a spiegare i fenomeni, ma ne coglie la portata filosofica. Il principio di indeterminazione di Heisenberg, l’entanglement quantistico, il collasso della funzione d’onda, l’«Universo Partecipativo» di John Archibald Wheeler. Tutto questo non è semplicemente la fisica dell’infinitamente piccolo, ma la sistematica demolizione del paradigma che per tre secoli aveva separato il soggetto conoscente dal mondo conosciuto. Wheeler è il punto più alto di questa “rivolta”. La sua tesi, cioè che l’atto di osservazione non si limiti a rilevare la realtà ma la costituisca, che non esistano fatti senza osservatori, che l’universo sia nel senso più letterale un «universo partecipativo», porta la fisica a un’affermazione che ogni mistica conosce da millenni: la separazione tra l’io e il cosmo è convenzionale, non ontologica. Ciò che esiste è un unico atto di conoscenza che si piega su se stesso.
Fritjof Capra aveva percorso questa strada già trent’anni fa, nel famosissimo Il Tao della fisica (1975). Capra voleva dimostrare le convergenze strutturali tra la fisica moderna e le tradizioni spirituali orientali: il vuoto quantistico che pulsa come il śūnya buddhista, la non-separabilità dei sistemi entangled che rispecchia l’interdipendenza (pratītyasamutpāda) di Nāgārjuna, la danza delle particelle subatomiche che rimanda alla danza cosmica di Śiva. Il punto di Capra non era semplice sincretismo new age ma qualcosa di più preciso: la fisica, nel momento in cui abbandona il paradigma newtoniano-cartesiano, riscopre la stessa struttura della realtà che le grandi tradizioni spirituali avevano intuito attraverso percorsi radicalmente diversi. Nāgārjuna — il filosofo buddhista del II secolo d.C., recentemente riscoperto da Carlo Rovelli come «precursore» della fisica relazionale — sostiene che nessuna cosa esiste in sé, separata dalle sue relazioni. Le cose sono «vuote» (śūnya) di esistenza autonoma: esistono solo nell’interdipendenza. Ma questa rete di relazioni, considerata nella sua totalità indivisa, è reale.
Ed è qui che il pensiero orientale e quello occidentale si toccano in un punto preciso: quella totalità indivisa — che non è cosa tra le cose ma la condizione di possibilità di tutte le cose — è ciò che la tradizione platonica e neoplatonica chiama l’Uno. Plotino lo dice con la chiarezza assoluta che appartiene solo ai vertici del pensiero: «Noi diciamo quello che Egli non è, ma non diciamo quello che è.» L’Uno non è conoscibile attraverso il discorso perché precede ogni divisione tra soggetto e oggetto, tra chi conosce e ciò che è conosciuto. Si raggiunge solo nella coincidenza, nell’atto in cui la coscienza smette di distinguersi dal reale e riconosce se stessa come sua espressione. I libro di Pantellini tende verso questo punto in ogni pagina. Quando descrive il momento in cui lo schermo cessa di essere piatto e diventa tunnel, quando parla di un film che «non si guarda ma si vive», sta descrivendo, in linguaggio cinematografico, la stessa struttura dell’esperienza mistica: la dissoluzione del confine tra soggetto e oggetto, il riconoscimento che la realtà non è là fuori ma è l’atto stesso con cui la coscienza si rivolge a essa.
Il Cosmo come casa: contro il materialismo dispersivo
Questa cornice permette di leggere in modo più nitido anche la posta in gioco “epocale” del libro. Pantellini apre Anime Interstellari con un quadro desolante del presente: un terzo degli italiani non comprende un testo scritto, i giovani trascorrono cinque ore al giorno su contenuti digitali, il rapporto con la complessità narrativa si è ridotto al next episode automatico delle piattaforme. Questa diagnosi, purtroppo, è la descrizione di una depauperazione dell’immaginario, della curiosità e della fantasia innata degli uomini. La modernità tecnologica, nella sua forma attuale, è un sistema progettato per frammentare l’attenzione, per impedire il raccoglimento, per tenere la coscienza perennemente agganciata alla superficie del molteplice. È, in termini filosofici-ontologici, l’esatto opposto della risalita verso l’Uno: è la caduta verso il disperso. Contro questo sfondo, il cinema come film vitale non è semplicemente intrattenimento di qualità ma una forma di resistenza attiva. È il luogo in cui la coscienza viene sottratta per due ore e cinquanta minuti alla frammentazione e condotta, attraverso la vicenda di un padre e di una figlia, attraverso buchi neri e tesseratti, attraverso l’amore come unica forza capace di attraversare le dimensioni, verso qualcosa che somiglia pericolosamente a una domanda identitaria: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?
Il fatto che questa domanda sia posta da un fisico teorico come Kip Thorne, Nobel 2017 per le onde gravitazionali, e tradotta in immagini IMAX da un regista britannico non fa che confermare ciò che Capra aveva intuito e che la tradizione perenne ha sempre saputo: le domande ultime sono le stesse, che si arrivi a porle attraverso la meditazione, attraverso le equazioni della relatività generale o attraverso due ore e cinquanta minuti di cinema. Cambia la forma, ma la struttura dell’interrogazione è identica: è il domandare nel senso heideggeriano, non la ricerca di una risposta che chiuda definitivamente, ma la domanda che apre, quella che tiene l’uomo in cammino verso ciò che lo eccede.
Da Interstellar alla politica, una domanda sulla nostra identità
Pantellini non è un filosofo di professione né un fisico: è uno spettatore che ha vissuto un film come un’esperienza di trasformazione e ha deciso di renderla pensiero. E la coerenza più profonda del suo libro sta proprio nel fatto che la risalita verso l’Uno non si ferma alla soglia del cinema, né a quella della fisica quantistica. Si prolunga naturalmente nel politico. Perchè se la modernità tecnologica è, come abbiamo detto, un sistema di dispersione dell’immaginario e di depauperazione della fantasia, allora la ricerca di organicità non può essere un’impresa solo interiore o estetica: deve diventare anche civile. L’Europa, se intesa come mito e destino, come memoria di chi ha edificato i megaliti di Stonehenge, le colonne del Partenone, le navate delle cattedrali, e ha concepito i canti omerici, la musica polifonica, la fisica quantistica, è essa stessa un’espressione di questa stessa pulsione verso l’unità. Non una somma di parti, ma una forma organica che precede e comprende le sue articolazioni. Un tutto che non si deriva dalle sue parti, ma in cui le parti trovano senso solo in quanto sue espressioni.
In questo senso, il passaggio dai capitoli cosmologici di Anime Interstellari a quelli di tensione identitaria e civile non è uno scivolamento fuori tema ma la conseguenza logica della stessa intuizione. Chi riconosce nell’universo partecipativo di Wheeler la struttura di una realtà indivisa, chi intende la conoscenza come risalita verso l’Uno, non può fermarsi all’individuo isolato davanti allo schermo, nemmeno per criticarlo. Deve necessariamente interrogarsi (di nuovo il domandare) su quale forma collettiva rende possibile l’organicità e trasmette quella tensione. Perchè nonostante i “tempi oscuri”, esistono esperienze — cinematografiche, estetiche, scientifiche, spirituali, politiche — in cui la coscienza tocca qualcosa che la trascende e, toccandolo, si riconosce più grande di quanto credeva.
Non c’è tempo per la cautela
Il merito del libro è di aver esplicato qualcosa che, in fondo, abbiamo sempre saputo. Il cinema, al suo meglio, non è semplice rappresentazione del reale ma un dispositivo per risalire verso di esso. Che conoscere, in senso autentico, non è accumulare informazioni ma ritrovare, perfino nella molteplicità dell’infosfera globale, la traccia dell’Uno da cui il molteplice proviene. Qualcuno l’ha chiamata tradizione, qualcun altro tempo sferico, qualcun altro ancora “storicità autentica”. Heidegger intendeva con quest’ultima espressione qualcosa di preciso e impegnativo: non la contemplazione del passato, ma l’atto di scelta di chi riconosce nel passato non un’eredità inerte ma un deposito di possibilità che attendono di essere ripetute, riattivate nell’attimo presente. In altre parole, decidere quale possibilità della storia si vuole far tornare a vivere. È esattamente ciò che un film vitale, nel senso di Anime Interstellari, produce nello spettatore: nostalgia del futuro, apertura verso qualcosa di monumentale che ci aspetta.
Come ci ricorda Guillaume Faye, fin da Ulisse, la patria ha valore solo perché un altrove rimane aperto. Itaca non è un rifugio ma un punto di partenza. Il richiamo dello spazio cosmico — che Interstellar porta sullo schermo con una forza raramente raggiunta — non è né fuga né utopia tecnologica, ma prefigurazione del rischio più alto che una civiltà può assumersi: tutto o niente, esistere o scomparire, infuriarsi contro il morire della luce o spegnersi. Correre questo rischio non deve voler dire rassegnarsi all’omologazione planetaria degli «abitanti della Terra», ma andare fino in fondo a un’impresa che ha il sapore della conquista e della riscoperta di noi stessi. È impossibile? No, è necessario.
Sergio Filacchioni
Anime Interstellari è disponibile su www.inquadratureperfette.it