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Verso la Riserva Territoriale: se lo Stato si ricorda (finalmente) del popolo in armi

by Tony Fabrizio
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Roma, 25 giu – All’armi, all’armi! C’è un vecchio spettro che si aggira per le stanze del Ministero della Difesa, un fantasma che la retorica pacifista e la liquefazione liberale degli ultimi trent’anni speravano di aver esorcizzato per sempre: l’idea che la difesa della Nazione non sia un appalto privato per specialisti tecnocratici, ma un dovere organico del popolo.

Il disegno di legge sulla riforma della Difesa firmato dal ministro Guido Crosetto, che introduce una riserva territoriale su base volontaria da impiegare nella protezione civile e nel supporto alle forze dell’ordine, va osservato oltre la cronaca quotidiana, ma non deve discostarsene. Va letto con le lenti della dottrina geopolitica e della storia identitaria del nostro continente. Non si tratta di una semplice “pezza d’appoggio” per una sicurezza interna sempre più affaticata. Ma del timido risveglio di un concetto cardine del nazionalismo europeo: il popolo in armi.

Oltre la fobia liberale: dall’”All’armi!” agli allarmi

Come c’era da aspettarsi, le sinistre e i sindacati di regime hanno già iniziato a paventare lo spauracchio della “militarizzazione”, il rischio di derive autoritarie. O, al contrario, la nascita di “ronde istituzionalizzate”. Sono le solite fobie di chi concepisce i cittadini solo come atomi passivi, consumatori da proteggere (o da controllare) e mai come soggetti attivi della propria sovranità. Anche se sarebbe stato bello vedere Angelo Bonelli, verde dalla rabbia, difendere i confini contro l’invasore con il lancio delle pietre dell’Adige! Una lapidazione che avrebbe fatto inorridire persino le femen di cas(t)a nostra. Da Laura Boldrini a Ilaria Salis, che magari avrebbe trovato l’arma più congeniale rispetto all’utilizzo di un teaser, rivelatosi troppo violento per i delinquenti della jungla urbana.

La realtà, per chi sa guardare ai fatti con rigore è esattamente opposta, ma soprattutto più realistica e reale. In un’epoca di totale sfilacciamento sociale, dove la violenza anomica a ogni livello e la microcriminalità multirazziale interessata vorrebbero farsi padrone delle nostre strade, affidarsi a una struttura di riserva non significa certamente sdoganare il far west. Al contrario: significa opporre il principio dell’Ordine al Caos. Non diciamo disciplina altrimenti scatterebbe la polizia morale benedetta a Sant’Andrea delle Fratte.

C’è bisogno del popolo

Una riserva territoriale seria richiede una selezione draconiana e un addestramento formale rigoroso. È infatti previsto un corso di addestramento di almeno un anno, sedute di addestramento e controlli sanitari annuali, una paga di circa 130 euro al giorno, il diritto alla conservazione del posto di lavoro e un esonero al 100% dall’obbligo contributivo per il datore di lavoro. Oltre che una forbice che prevede una età minima e un’età massima per l’impiego, variabile (anche) dal grado e dall’impiego che si è chiamati a svolgere.

Nessun esaltato della domenica, dunque, né falangi di fanatici fuori controllo che cercano una valvola di sfogo. La Patria ha bisogno di uomini (e donne, sulle quali andrebbe aperta una doverosa e attenta riflessione, quantomeno riguardo al loro impiego, almeno riguardo a quello strettamente operativo, di strada) che facciano del rispetto della legge, del più spurio vivere civile e della disciplina comunitaria la propria stella polare. La vera affidabilità si costruisce nelle caserme, non nella spontaneità anarchica. Chi indosserà quella divisa sarà l’avamposto dello Stato sul territorio, non un vigilante privato.

Il modello svizzero e la tradizione europea

Guardiamo oltre i nostri confini, in quella Mitteleuropa che spesso viene citata a sproposito. Pensiamo al modello svizzero della nazione-esercito o, ancora meglio, alla concezione storica della Guardia Nazionale. In quei contesti, il cittadino che custodisce l’uniforme a casa non è un potenziale pericolo per la democrazia, ma il garante ultimo della stabilità e dell’indipendenza nazionale.

L’istituzione di questa riserva multilivello — che affianca alla territoriale una riserva operativa e una specialistica per la cybersecurity — risponde a una necessità epocale. Viviamo in un mondo multipolare in cui i conflitti non sono più eventi remoti, ma dinamiche ibride che toccano le infrastrutture, i confini e il tessuto sociale delle nazioni. Pensare che lo Stato possa fare a meno del contributo attivo dei suoi figli migliori è un’illusione da contabili.

Un passo verso la sovranità comunitaria

Certo, la riforma Crosetto rimane un’iniziativa inserita nelle maglie di un sistema che sconta ancora troppi vincoli atlantici ed europeisti. Ma dal punto di vista del nazionalismo identitario, il principio cardine va difeso e cavalcato: reinserire l’elemento volontario, addestrato e inquadrato, nella difesa strategica del territorio significa rimettere in moto la cinghia di trasmissione tra popolo e istituzioni.

Il volontariato nella riserva non deve essere inteso come un passatempo, ma come un’alta forma di servizio civile e militare alla comunità. Contro le emergenze climatiche, o meglio, le calamità naturali, contro lo smantellamento della sicurezza interna, contro il nichilismo che vorrebbe gli italiani inermi e rassegnati. La riserva territoriale può essere il primo mattone per la ricostruzione di una coscienza nazionale fiera e consapevole. Lo Stato fa un piccolo passo, spetta ora all’avanguardia del popolo dimostrare di essere pronta a rispondere alla chiamata. E ai pacifisti della Ztl armati di gessetti colorati e unicorni raccogliere i dati o semplicemente contare il numero di adesioni. E certificare l’ennesima sconfitta nella lettura della realtà e della cancellazione di quell’ancestrale richiamo della terra che ci scorre nelle vene. La Nazione s’è desta, l’Italia ha chiamato: alla sua migliore gioventù adesso spetta rispondere vittoriosamente “Sì!”.

Tony Fabrizio

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