Roma, 25 giu – In questi giorni si parla molto di caldo record e di come affrontarlo. In Francia, dove le temperature hanno toccato livelli particolarmente alti, il dibattito è diventato anche politico: il quotidiano Libération ha parlato apertamente di “politicizzare la canicola”, mentre il climatologo Christophe Cassou ha invitato a individuare responsabilità precise nelle scelte dei governi, andando oltre la semplice gestione sanitaria dell’emergenza. Anche in Italia il tema sta emergendo nel dibattito pubblico, soprattutto negli ambienti della sinistra ambientalista. L’ASviS, ad esempio, ha ripreso il confronto tra una previsione televisiva del 2014 sulla Francia del 2050 e le temperature effettivamente registrate nel giugno 2026, sostenendo che città, infrastrutture, sistemi energetici e territori debbano essere adattati a un clima sempre più caldo.
Il discorso contiene almeno un elemento di realtà, che va affrontato senza cadere nella trappola della negazione. Il caldo aumenta, le ondate diventano più frequenti e le città europee risultano spesso inadatte a reggere temperature estreme. Le aree urbane concentrano cemento, traffico, superfici impermeabili e scarsa ventilazione; l’Agenzia europea dell’ambiente ricorda che oltre il 74% della popolazione europea vive già in città. La questione climatica entra quindi nella pianificazione materiale: scuole, trasporti, quartieri, ospedali, reti idriche, verde urbano, energia. Il problema comincia quando questa evidenza diventa una pedagogia politica a senso unico.
La politicizzazione del clima secondo la sinistra
Non possiamo non registrare, infatti, che gli stessi ambienti che oggi chiedono di “politicizzare la canicola” hanno passato anni a spiegare che l’emergenza immigrazione sarebbe una costruzione narrativa della destra: un dispositivo securitario utile a imporre confini, rimpatri e remigrazione. Quando si parla di migrazioni, infatti, la linea dominante è diametralmente opposta: “i popoli si sono sempre mossi”, “i flussi sono irreversibili”, “la politica può solo gestire, integrare, accompagnare”. Insomma, il movimento degli uomini viene naturalizzato, mentre il movimento del clima viene politicizzato. Dovrebbe essere chiaro a tutti che se è politico adattare una città a temperature più alte, è politico anche decidere chi abita quella città, con quali diritti e doveri, dentro quale continuità sociale, produttiva e culturale. Demografia, spopolamento, lavoro, composizione dei quartieri e tenuta delle comunità sono questioni ecologiche quanto l’ombra nelle piazze o la temperatura nelle aule. Un territorio vive quando conserva scuole, famiglie, servizi, lavoro stabile, agricoltura, artigianato, infrastrutture e capacità di trasmissione. Gran parte delle nostre città ha già perso queste caratteristiche, soffocata da overtourism, gentrificazione e sostituzione etnica, processi che molte amministrazioni di sinistra hanno accompagnato dandosi a politiche cosmetiche come ZTL e ciclabili.
L’ambientalismo che privilegia la decrescita
In Italia, uno dei vettori di questa polemica è stato Christian Raimo, che rilanciando Liberation in un post, ha applicato la politicizzazione della canicola al tema della maturità, trasformando il caldo nelle aule in un argomento politico e culturale. Al di là della polemica, ovviamente, il problema resta concreto: rendere gli edifici scolastici vivibili, con impianti adeguati, manutenzione, schermature, ventilazione, climatizzazione, cortili ombreggiati, materiali meno assorbenti e aule dignitose. Legambiente ricorda che una scuola italiana su tre ha bisogno di interventi urgenti di manutenzione. Un dato che pesa più di molte dichiarazioni sul futuro del pianeta e che richiama una priorità semplice: garantire condizioni minime di vivibilità, senza mettere in discussione proprio quelle infrastrutture e tecnologie che permettono di affrontare il caldo. Invece, la maggior parte della sinistra ambientalista, tende a collegare la crisi climatica a una critica generale della civiltà industriale e tecnologica, spesso interpretata come origine primaria delle diseguaglianze globali. Ne deriva una postura che guarda con sospetto allo sviluppo produttivo, privilegiando una certa idea di decrescita, più orientata alla riduzione dei consumi che al rafforzamento delle capacità materiali.
L’ecologia si fa con i popoli
Lo stesso discorso vale per le città, dove il tema della sostenibilità è spesso rimasto più dichiarato che realizzato. Negli ultimi anni molte amministrazioni hanno promosso politiche urbane che, pur richiamandosi all’ecologia, hanno prodotto centri sempre più costosi, orientati al turismo e caratterizzati da una crescente artificializzazione degli spazi: piazze pavimentate e prive di ombra, riduzione delle alberature, periferie trascurate e interventi di manutenzione discontinui. Il caso più esemplare la “riqualificazione” di Piazza Augusto Imperatore a Roma. In questo contesto, affrontare la canicola non può limitarsi a misure emergenziali, ma richiede una pianificazione strutturale che riguardi il governo del suolo, la gestione dell’acqua, l’equilibrio demografico (già, l’ecologia si fa con i popoli) e l’organizzazione dei sistemi energetici. I dati ISPRA evidenziano da tempo l’aumento dell’impermeabilizzazione e del consumo di suolo, fenomeni che aggravano l’effetto isola di calore e riducono la capacità di drenaggio. Il verde urbano, se concepito solo come elemento decorativo o compensazione simbolica, incide poco sul microclima. Occorrono invece interventi concreti: incremento delle superfici ombreggiate, reti idriche efficienti, sistemi di raccolta e riuso dell’acqua, manutenzione dei corsi fluviali e un’edilizia pubblica progettata per garantire comfort termico e sostenibilità reale.
La transizione a guida cinese
Proprio qui emerge il limite industriale della transizione verde europea e di una certa narrazione ambientalista. Se nel gergo dell’ASviS, “adattarsi” significa pannelli fotovoltaici importati, auto elettriche per fasce abbienti, incentivi intermittenti e filiere produttive esterne, allora l’ecologia diventa soltanto un altro nome della dipendenza. L’Agenzia internazionale dell’energia ha rilevato che la quota cinese supera l’80% nelle principali fasi produttive dei pannelli solari e può salire oltre il 95% in segmenti chiave come polisilicio e wafer. Questo significa che una parte decisiva della catena del valore — dall’estrazione delle materie prime alla trasformazione industriale — è concentrata fuori dall’Europa, in contesti dove i costi ambientali e sociali sono spesso inferiori perché regolati in modo meno stringente. Di fatto, la riduzione delle emissioni sul territorio europeo rischia di essere compensata da un aumento delle emissioni altrove, con un semplice spostamento geografico dell’impatto ambientale. Inoltre, questa dipendenza limita la capacità strategica dell’Europa: espone a shock geopolitici, rende vulnerabili le politiche energetiche e impedisce la costruzione di una filiera industriale autonoma, capace di generare occupazione qualificata e innovazione tecnologica interna.
Clima fa il paio con energia e demografia
Una posizione nazionale sulla questione climatica dovrebbe evitare due errori speculari: da un lato il negazionismo superficiale, che riduce il problema a polemica mediatica e finisce per sottrarre strumenti di intervento concreto; dall’altro un ecocatastrofismo che interpreta ogni fenomeno come colpa morale collettiva e propone risposte fondate più su restrizioni e simboli che su efficacia materiale. Una linea coerente richiede invece di trattare il clima come una questione infrastrutturale e produttiva: garantire energia continua e diversificata, investire in tecnologie come il nucleare e nelle reti di distribuzione, rafforzare i sistemi idrici, intervenire sugli edifici pubblici e scolastici per renderli abitabili anche in condizioni estreme, proteggere il suolo agricolo e migliorare la gestione forestale, sostenere un’agricoltura capace di adattarsi alle nuove condizioni e mantenere vive le aree interne. In questo quadro entra anche la questione demografica: è difficile parlare di sostenibilità territoriale se la risposta dominante al calo delle nascite è l’importazione continua di popolazione come soluzione automatica ai vuoti produttivi e sociali.
Una politica climatica coerente dovrebbe interrogarsi anche su come sostenere la natalità, la stabilità delle comunità e l’equilibrio tra popolazione, risorse e territorio, invece di trattare i flussi migratori come un semplice strumento di compensazione. In questo senso, la canicola diventa un banco di prova della capacità di pianificazione e manutenzione di un Paese: non un argomento per ridurre le aspettative di vita materiale, ma un criterio per valutare se esistono competenze, risorse e volontà politica sufficienti a riorganizzare città, servizi e produzione in modo stabile e sostenibile nel tempo.
Sergio Filacchioni