Roma, 23 giu – La siccità ha colpito l’Italia con una nuova e più forte ondata: i fiumi sono in secca, i bacini idrici languono e l’agricoltura soffre – da nord a sud – per l’aridità della terra ed attacchi improvvisi di parassiti e cavallette, come sta accadendo in questi giorni nelle zone interne della Sardegna. Non è uno scenario biblico ma la torrida primavera-estate italiana del 2022. Cosa dovrebbe fare una Nazione mossa da volontà e non da rassegnato fatalismo? Ecco una riflessione sul argomento.

Siccità e desertificazione

Come potete già immaginare, il problema è più serio ed articolato rispetto alla narrazione semplicistica che gli ambientalisti stanno facendo rispetto all’emergenza idrica. La solfa è sempre la stessa, ma non aiuta… anzi, affermare che l’antropizzazione e il lavoro umano causano lo sconvolgimento climatico che a reti unificate è denunciato quasi quotidianamente significa offrire un assist decisivo al deserto. Il problema, sembra ovvio dirlo ma fa bene ripeterlo, è prima di tutto politico – e con politico intendo ciò che di più alto si possa assegnare a questo termine. Ma prima vediamo cosa sta accadendo e sfatiamo qualche mito: quando si parla di siccità il pensiero va subito al periodo estivo, la stagione senza o con poche piogge per eccellenza. E in generale è così, perché è sempre stato così. Almeno da quando Qualcuno o qualcosa ha spinto il nostro pianeta in danza di rotazione ed oscillazione intorno al Sole. La siccità non è un evento estivo, o meglio, trova nell’estate il suo sfogo distruttivo. Il problema infatti è del periodo autunnale e/o invernale perché in questi periodi, in cui terreni e falde acquifere dovrebbero essere “riforniti” dell’acqua necessaria per affrontare il caldo, c’è invece quella carenza di pioggia che i più stupidi affibbiano scioccamente all’estate. Specialmente, la neve è importante che si accumuli in quantità sulle montagne, allo scopo poi di rilasciare l’acqua più lentamente durante la fase di scioglimento primaverile. È quindi scontato che le cause della siccità, soprattutto nel nord-Italia, vadano ricercate più su della pianura padana, dato che come dovrebbe essere noto grazie ad un atlante geografico scolastico tutti i cosiddetti affluenti di sinistra del Po (Mincio, Adda, Ticino, Oglio ecc…) sono di origine glaciale, ovvero la loro portata è regolata dallo scioglimento stagionale dei ghiacciai alpini. Stesso discorso per i grandi laghi come quello di Garda e Como, stesso discorso per i grandi fiumi non affluenti del Po che però bagnano l’intero nord-est, come l’Adige, l’Isonzo e il Piave. Excursus geografico a parte, la siccità non si combatte d’estate e la Politica (sempre quella con la “P” maiuscola) dovrebbe muoversi alla sorgente, non alla foce – letteralmente.

Questione di volontà

Prima di affrontare un discorso più filosofico che pratico, è utile fare degli accenni storici, almeno per onor della verità, sia sulla così detta questione climatica che sulle opere avanguardiste intraprese dall’Italia ad inizio del secolo scorso. Diamo qualche punto di riferimento per capire di cosa stiamo parlando: la questione climatica ha come principale argomento l’aumento della temperatura sulla terra, che è un dato oggettivo in quanto prodotto di numerose rilevazioni scientifiche. Tuttavia, la percezione che noi abbiamo grazie alla sovraesposizione mediatica è che la temperatura sia aumentata e stia continuando ad aumentare di parecchi gradi. In realtà sappiamo che dall’anno in cui sono state cominciate a registrare le temperature in maniera scientifica ed oggettiva, ossia dal 1880, 140 anni fa, la temperatura sulla terra si è alzata di 0.9 gradi. A questo fatto va aggiunto che attorno alla metà dell’800 è finito un periodo definito piccola età glaciale, iniziata nella metà del 1400; va da sé, come il nome ci suggerisce che durante questi secoli la terra abbia vissuto un periodo di raffreddamento specialmente nell’emisfero nord: abbiamo testimonianze di ghiacciate che abbiano consentito di camminare sul Tamigi. È conseguenza naturale, sempre per via di quel “tocco” che ha dato il via all’oscillazione di questo geoide chiamato Terra, che dalla fine del “piccolo“ periodo glaciale le temperature siano andate man mano innalzandosi. Per non parlare poi dei grandi periodi glaciali che sappiamo essere stati eventi di portata geologica, l’ultimo “appena” 14.000 anni prima di Cristo. Un battito di ciglio per cicli naturali di così ampia portata. Da questo dato oggettivo scaturiscono però due correnti di pensiero a dir poco soggettive, al limite della superstizione fatalista. Mi affido qui alle parole del dottor. Guglielmo Pannullo, che in un articolo per il Blocco Studentesco del 2020 ben ha esposto queste correnti: “Gli scettici ed i catastrofisti – spiegahanno due punti di vista diametralmente opposti sulle cause del riscaldamento globale, e fino a pochi anni fa la discussione era relegata prevalentemente al mondo anglosassone. Fulcro della discussione è il perché di questo aumento, non il quanto. Il ruolo del mondo dell’informazione e delle lobbies intorno all’argomento ha portato alla polarizzazione delle posizioni e alla formazione di questi due opposti schieramenti. Per quanto riguarda gli scettici – continua Pannullo – è da riportare sicuramente la posizione del prof. Zichichi, di cui è uscita qualche mese fa un’intervista per Il Primato Nazionale, il quale sostiene che i modelli oggi in voga sulla previsione del cambiamento climatico siano imprevedibili, in quanto il clima è un fenomeno che ha così tanti fattori mutabili che non può essere assolutamente previsto con un modello matematico. Di conseguenza, ritiene che le cause del riscaldamento globale sia legate ad attività esterne alla terra, come quella solare, e comunque non a causa dell’uomo. A livello globale, tuttavia, la credibilità della componente scettica, in alcuni casi, è stata messa in forte discussione a seguito della scoperta che alcuni esponenti o sostenitori del non-riscaldamento globale siano stati consulenti di società petrolifere quali la Exxon, la Shell la Texaco ecc. Di contro, la componente catastrofista attribuisce in toto la responsabilità del mutamento climatico all’uomo, vedendo nella troppa CO2 e nell’immissioni di gas climalteranti le cause del riscaldamento globale. Strumento in uso dai catastrofisti sono i rapporti dell’IPCC, l’Intergovernamental Panel on Climate Change, vale a dire un gruppo di scienziati che non fa monitoraggio ambientale o climatico ma studia le pubblicazioni scientifiche, prodotti di ricerca e fa dei report con cadenza più o meno quinquennale. Quest’ultimo report del 2014 ha messo in evidenza come la maggioranza degli scienziati ritengano che l’uomo probabilmente sia causa del riscaldamento globale”.

È chiaro quindi, grazie a questa esaustiva spiegazione, quanto sul fatto ambientale gravi un problema di prospettive, inquinate senza troppi giri di parole da una visione del mondo giudaico-cristiana (“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogateladominate il pesce del mare e il volatile del cielo e ogni vivente strisciante sulla terra” – Genesi 1,22) che contiene in nuce la separazione tra umano e cosmo che giunge attraverso la secolarizzazione dell’Occidente alla visione capitalista e marxista: quella materialista, dove l’ambiente è altro, fa parte del capitale, sfrutta il valore d’uso e rende utile materialmente tutto ciò che ci circonda. Ma il problema allora – voi direte – sono gli uomini. Non è così, perché per quanto ne possano dire catastrofisti ed hyppie l’uomo è l’agente ecologico decisivo per il riequilibrio degli ecosistemi.

La soluzione è l’uomo

La soluzione è l’uomo. La soluzione quindi è Politica. Se l’uomo è un animale, ordinato nel cosmo insieme a tutte le cose viventi, è per forza un animale politico, ovvero comunitario, solidale, aggregativo, tecnico e storico. La nostra natura priva di un habitat predestinato (come gli oceani per il plancton) ci muove verso l’organizzazione del nostro spazio in funzione del nostro istinto politico. Coppia, famiglia, tribù, villaggio, città, regione, stato, nazione, impero… sono tutte forme di organizzazione non soltanto sociale, ma soprattutto naturale. O meglio, smettiamola di pensare ciò che è sociale e politico come qualcosa di distinto e separato dalla nostra vita, separato e nemico della natura. Il primo passo dell’ecologia rivoluzionaria è quella di rigettare gli schemi dell’homo oeconomicus secondo i quali le principali caratteristiche di un uomo sono la razionalità (intesa in senso precipuo, soprattutto come precisione nel calcolo) e l’interesse esclusivo per la cura dei suoi propri interessi individuali. Consumismo, produzione intensiva, sfruttamento dell’ambiente come del lavoro precario sono effetti non cause. Rigettiamo anche i miti illuministi del buon selvaggio che porta con sé quel tipo di razzismo biologico che considera la società industriale superiore a quella tribale, ma è mossa dai buoni sentimenti di portare i tribali al proprio livello per forza. Il problema è ideologico: se si considera il problema solo in chiave fatalista “è per forza così”, allora il deserto continuerà ad avanzare ed inaridire la nostra terra. Passiamo quindi al problema siccità.

Un problema politico

Finito con le dovute premesse, sempre utili a questo tipo di discorso che si muove su campi minati ideologici, passiamo alla nostra crisi idrica, del problema alla sorgente. Il problema, risolti quelli filosofici, è di volontà politica che agisce sul territorio nazionale per sostenerlo, modificarlo e migliorarlo. L’Italia – almeno negli ultimi 80 anni – ha abbandonato qualsiasi prospettiva di potenza industriale, energetica, agricola, navale, demografica ed educativa. Prospettiva che porta con sé il corollario necessario di infrastrutture e leggi in grado di garantire che la potenza si manifesti nei borghi quanto nelle metropoli. Le montagne sono spopolate, le città esplodono, il lavoro è precario e non promette terra e radici ma beni effimeri, la denatalità ci uccide, la scuola sforna precari. La siccità è sintomo della nostra società malata: un popolo inaridito trasforma la sua terra in deserto, ma soprattutto rinunciando a modificare la terra, a lavorare sui bacini idrici, argini e rinunciando ad un’urbanizzazione regolamentata si permette al deserto di manifestarsi. Se non sta bene l’uomo, se è isterico, consumista, evanescente, sfruttato e malsano come pretendiamo che la sua casa e il suo ambiente stiano meglio? La natura è il nostro specchio: provate ad entrare in un bosco da soli, di notte; vedrete che si riempirà dell’animo con cui siamo entrati: spaventoso se non siamo equilibrati, accogliente se portiamo con noi consapevolezza. Sarebbe quindi primo dovere di un’ecologia rivoluzionaria lavorare sugli uomini, partendo da un principio assoluto che cozza con la visione globalitaria delle teorie del progresso: “criminale è tutto ciò che ha come effetto di sradicare un essere umano o d’impedirgli di mettere radici.” Questo dovrebbe essere l’articolo uno di qualsiasi legislazione ambientale e costituzionale che vuole affrontare la questione climatica con prassi e serietà. Di conseguenza arriva il resto: da quanto l’Italia ha abbandonato il sostegno ai consorzi di bonifica, alle opere di puntellamento del territorio, alle piantumazioni strategiche di piante officinali e boschi, alla pianificazione urbanistica dei centri urbani e rurali, all’indipendenza energetica prima locale e poi nazionale? L’Italia deve tornare ad un pensiero geografico, riprendere in mano la cartina del suo territorio ed avere uno sguardo a 360° su tutto il territorio. La siccità si combatte favorendo le vie dell’acqua, lavorando sulle riserve e sui mezzi di aiuto all’agricoltura in un contesto economico votato ad lavoro sano e non allo sfruttamento intensivo di beni e paesaggi. Lavoro sano per i lavoratori, secondo le legislazioni che ci hanno lasciato i pionieri della terza via italiana, ambiente sano come ci hanno insegnato le opere ecologiche intraprese dall’Italia durante il ventennio maledetto del secolo scorso, sia sul suo suolo che su quello delle colonie. E poi tornare a cercare l’acqua, come gli antichi rabdomanti, tornare a studiare le ricchezze del nostro suolo e dei nostri mari alla ricerca di nuove risorse. Almeno per il futuro c’è da sperare, perché da una generazione digitale è uscito fuori il più alto numero di iscritti ad indirizzi agrari e facoltà ambientali. Immaginare è l’atto più naturale che ci possa essere, poi bisogna dare una ragione per vivere qui, in questa terra e sotto questo cielo. Non sono soluzioni facili, hanno la stessa portata di un cataclisma geologico, ma è bene iniziare a parlarne e ad aprire agende rivoluzionarie concrete, che già ora rischiano di scontare il ritardo dovuto dalla demenza senile che ci attanaglia come popolo e civiltà. Quello di cui si è parlato non è astrazione, ma necessità impellente.

Sergio Filacchioni

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