Roma, 11 luglio – Mentre le cancellerie europee continuano a riempirsi la bocca di “transizioni ecologiche”, “resilienza” e fumose terze vie arcobaleno, la realtà della geopolitica bussa alla porta con il rumore secco, freddo e metallico di un percussore. Al recente vertice Nato tenutosi ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha servito ai leader occidentali una lezione di realismo politico che rimarrà negli annali del protocollo diplomatico.
Niente medagliette di latta, niente accordi quadro sulle emissioni o trattati di buone intenzioni stampati su carta riciclata né tipici e topici tappeti che avrebbero invertito di trecentosessanta gradi il messaggio: il Sultano ha regalato a ciascun capo di Stato un revolver Gumusay 357 Magnum personalizzato. Un pezzo d’acciaio vero, orgoglio dell’industria della difesa di Ankara, adagiato in una teca di legno con tanto di munizioni incluse.
La magnum di Erdogan fa saltare i nervi progressisti
Un’arma, insomma. Un simbolo primordiale di sovranità, di forza e di deterrenza. Oltre che in cadeau, simbolo identitario dei propri usi e costumi. Nell’antica tradizione araba, infatti, il dono di un’arma veniva utilizzato nel cerimoniale tra capi tribali, per sancire patti politici o diplomatici. In alcune culture del Golfo e della penisola arabica, l’oggetto per eccellenza di questo scambio è il khanjar, il tradizionale pugnale ricurvo, che incarna lo status e la virilità dell’uomo libero. Quando si dona un’arma, la tradizione – poi non così estranea anche da noi – vuole che il destinatario offra a sua volta un piccolo compenso simbolico (come una moneta) per scacciare la sfortuna e preservare l’amicizia. E qui, puntuale come un orologio svizzero, è andato in scena il cortocircuito ideologico, psicologico e logistico dei burocrati d'”uccidente” per dirla con , strutturalmente incapaci di maneggiare i simboli della storia e terrorizzati da qualsiasi cosa non possa essere regolamentata da una direttiva comunitaria sul riciclo della plastica.
Il terrore per la forza reale
La reazione dei vari leader europei di fronte al “ferro” di Erdogan fotografa perfettamente lo stato di emasculazione politica in cui versa il nostro continente. Di fronte a un oggetto che richiama la forza e la tragica responsabilità del comando, l’Europa si è divisa tra il panico burocratico, la nevrosi da politicamente corretto e la sottomissione morale. È il dramma di una classe dirigente cresciuta nei corridoi climatizzati di Bruxelles, convinta che il mondo sia un grande salotto Erasmus dove i conflitti si risolvono con un tweet di condanna o una bandiera colorata sul profilo social.
Il premier inglese Keir Starmer, il primo a denunciare lo “scandalo”, e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno offerto lo spettacolo più deprimente, una vera e propria ritirata strategica davanti a un fusto d’acciaio. Terrorizzati dall’idea di dover spiegare alle rispettive dogane – e soprattutto ai propri elettorati progressisti, fustigati dal pacifismo feticista e dal moralismo di facciata – il possesso di un oggetto così “offensivo”, hanno preferito lasciare il revolver sul suolo turco. Il pacifismo di facciata che si traduce in impotenza logistica e codardia diplomatica. Non sia mai che un leader europeo venga associato all’acciaio, meglio, molto meglio, farsi vedere deboli, ma moralmente puri. Ursula von der Leyen, non sapendo come inserire una calibro 357 Magnum nei rigidi canoni del Green Deal o tra i parametri di genere della Commissione, ha scelto la via della sterilizzazione ideologica. La sua arma verrà “disattivata” – leggasi: castrata, privata della sua anima, resa un pezzo di ferro inerte e innocuo, devirilizzata, resa impotente e, quindi, annullata – e spedita in un museo militare come un fossile di un’era barbarica. Smilitarizzare il dono per non contaminare le felpate e asettiche stanze dell’Unione Europea, un’operazione di chirurgia culturale che dimostra il terrore profondo della burocrazia per la forza reale.
La fermezza della Meloni
Di contro, Giorgia Meloni ha agito nell’unico modo dignitoso possibile per una Nazione che ricordi ancora il significato della parola sovranità. Ha preso l’arma, l’ha portata in Italia seguendo i rigidi canoni del protocollo militare e l’ha regolarmente registrata a Palazzo Chigi. Nessun feticismo delle armi, nessuna sbavatura da pistoleri, ma il semplice e doveroso rispetto dovuto a un omaggio di Stato che rappresenta la forza manifatturiera e strategica di una nazione ospitante. Una lezione di postura internazionale che non confonde la diplomazia con il moralismo da parrocchia.
Al di là del folklore diplomatico e delle crisi di panico dei progressisti di casa nostra – con i sempiterni vari Bonelli e Fratoianni già pronti a stracciarsi le vesti in Parlamento per il “pericolo del riarmo”, l’apologia della violenza e il patriarcato balistico – il gesto di Erdogan racchiude una precisa, spietata grammatica geopolitica. La Turchia, diventata ormai il terzo esportatore mondiale di armi leggere e un tassello fondamentale della difesa globale, ricorda al mondo che la sovranità si difende con la produzione industriale, con la tecnologia pesante, con la deterrenza e con la catena di montaggio. Non con i talk show, non con le sanzioni di carta o con i finti sorrisi di Bruxelles.
Erdogan ha teso uno specchio
Mentre l’Europa si interroga su come neutralizzare o nascondere sotto il tappeto un pezzo da collezione, il resto del mondo ragiona ancora in termini storici: potenza, crescita, primati, confini, alleanze e acciaio. Erdogan ha semplicemente teso uno specchio all’Occidente. E quello che vi si è riflesso non è l’avanguardia illuminata del pianeta, ma un continente vecchio, impaurito, psicologicamente disarmato, che trema davanti a un regalo istituzionale e ha tragicamente dimenticato la lezione elementare della storia: la pace non è lo stato naturale dell’umanità, ma un equilibrio fragile che si garantisce solo quando si è in grado, se necessario, di difenderla.
Tony Fabrizio