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Bologna e la piazza chiamata da Lepore: il sindaco soffia sul fuoco della vendetta

by Tony Fabrizio
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Bologna Lepore

Roma, 21 lug – Bologna come Reggio Emilia. Matteo Lepore come Marco Massari. Ma Bologna, nell’Emilia rossa, “è più” di Reggio e allora il signor sindaco non aspetta neppure il primo fine settimana utile: chiama immediatamente la piazza, il giorno dopo. In un assolato lunedì di luglio, i professionisti della mobilitazione a gettone hanno risposto in massa: antifascisti, centri sociali, immigrati. Tutti insieme, pasionariamente, per protestare contro la morte del marocchino Abderrahim Fakir. Una protesta convocata prima ancora di qualsiasi accertamento, perché, qualunque cosa possa stabilire la magistratura e qualunque interpretazione possa essere data all’episodio, l’importante è scendere subito in piazza.

La vendetta invocata dalla famiglia e la piazza chiamata da Lepore

Prima ancora dei sodali politici, la famiglia, con alcune dichiarazioni a caldo, aveva già provveduto a far passare un messaggio preciso: «Vendetta». Non giustizia, ma vendetta. Con il corpo del loro familiare ancora caldo, pensavano già a punire gli agenti che avevano eseguito l’arresto, dichiarati colpevoli da un tribunale domestico già riunito ed efficiente. «Noi non sappiamo cosa sia successo, ma lo hanno ammazzato. Picchiato, arrestato e ammazzato. Ci sono i testimoni». Come se l’intervento fosse avvenuto per noia e non perché i residenti del Pilastro avessero chiamato la polizia chiedendone l’intervento. Come se un arresto fosse un pranzo di gala.

Se certe sceneggiate potrebbero perfino essere ricondotte al dolore, alla rabbia o all’interesse – voce del verbo “vendetta” di cui sopra – ciò che lascia sbalorditi è il comportamento del primo cittadino del capoluogo emiliano. Lo stesso che, per ragioni di ordine pubblico, aveva vietato l’installazione di un maxischermo in piazza Maggiore per seguire la finale di Coppa Italia tra Milan e Bologna, ma aveva sostenuto quello allestito per la semifinale mondiale tra Marocco e Francia. Lo stesso che, a ogni piè sospinto, insieme ai suoi degni compari, ricorda come la sinistra sarebbe l’unica depositaria di concetti quali democrazia e dialogo. Eppure, anziché incarnare quella pacificazione e quel pacifismo dei quali si proclama garante, Lepore aizza. Soffia sul fuoco. Contro le forze dell’ordine, contro lo Stato, contro Bologna e contro i bolognesi, dei quali dovrebbe rappresentare la totalità. Il risultato? Il solito copione di quando la sinistra scende in piazza, questa volta perfino con qualche bandiera di quella che fu Rifondazione comunista.

Il combustibile per la sinistra “anti-tutto”

Un’accozzaglia apparentemente disparata, ma alla fine sempre uguale: tensioni, scontri e una città messa a ferro e fuoco. Bombe carta lanciate contro Questura e Prefettura, le forze dell’ordine costrette a rispondere con cariche di alleggerimento e idranti, mezzi delle istituzioni danneggiati e alcuni agenti feriti. Cittadini e turisti impauriti, negozianti costretti ad abbassare le serrande per evitare danni e una città sotto assedio per la morte di una persona della quale non sono ancora state chiarite le cause. Ciò che si sa – e che rappresenterebbe una delle poche certezze – è che non devono esserci condanne preventive. Tanto più mentre si discute del nuovo decreto Sicurezza e del cosiddetto scudo penale per gli agenti, che secondo il ministro Piantedosi scudo non sarebbe. Proprio in questa occasione, inoltre, gli operatori indossavano le bodycam, le cui registrazioni potrebbero contribuire a ricostruire e valutare la liceità dell’intervento.
Un’altra certezza è che difficilmente qualcuno degli invitati del sindaco Lepore pagherà per i danni provocati, materiali e non.
In attesa che vengano svolti i dovuti accertamenti – mentre i familiari della vittima hanno chiesto che non sia la polizia a condurre le indagini – il soccorso rosso è già partito. A rappresentare la famiglia è stato infatti chiamato Fabio Anselmo, lo stesso avvocato dei casi Cucchi e Aldrovandi. A dimostrazione, naturalmente, che la politica non c’entra nulla e che si vuole soltanto fare luce su quanto accaduto.
Così, mentre la sinistra accusa la destra di sciacallaggio mediatico per aver sposato la causa di Mario Roggero, il Pilastro è diventato il suo caso Roggero. Non perché abbia deciso di “difendere” un uomo morto, ma perché di quell’uomo, in realtà, non sembra interessare nulla a nessuno. La sua morte diventa soltanto il combustibile utile a riattivare la macchina dell’“anti”: contro la polizia, contro il governo e contro tutto ciò che gli altri tentano di costruire.

Lepore, cui prodest?

Per fortuna Bologna e chi si trovava in città non hanno subìto conseguenze ancora più gravi. Resta però da chiedersi se un personaggio come Lepore possa continuare a fare il sindaco dopo quanto accaduto, quale responsabilità politica abbia nella mobilitazione degenerata in scontri e per quale ragione non mostri lo stesso zelo nel risolvere i problemi quotidiani della città e dei bolognesi. Lepore è il sindaco di tutti: dei suoi elettori, di chi non lo ha votato e anche di chi alle urne non è andato. Da uomo delle istituzioni dovrebbe innanzitutto garantire imparzialità, almeno nell’esercizio delle proprie funzioni. Dovrebbe attendere che la giustizia faccia il proprio corso, che gli inquirenti lavorino e ricordare che non spetta al sindaco emettere sentenze o anticipare giudizi.
Nel frattempo potrebbe chiarire quali rapporti politici intrattenga con i manifestanti violenti che ha contribuito a “chiamare” in piazza. Potrebbe spiegarlo ai bolognesi che non sono riusciti a tornare a casa o anche solo ad attraversare piazza Roosevelt e piazza Nettuno; ai negozianti che non hanno potuto lavorare; ai proprietari delle automobili danneggiate, i quali evidentemente non avevano letto, nella brochure estiva del Comune, il fuori programma organizzato dal loro primo cittadino.
Che cosa c’entrino le persone comuni danneggiate con la protesta non è dato sapere. Sappiamo soltanto che si tratta del triste copione, già noto e sempre uguale, che accompagna le discese in piazza degli antagonisti. Altrettanto difficile è comprendere che cosa c’entri la sinistra con Fakir e che cosa c’entrino le dichiarazioni pronunciate da Lepore a margine della giornata: «Il Comune di Bologna – ha detto prendendo la parola in piazza – si è sempre impegnato, ogni anno, per ottenere la verità sulla strage del 2 agosto e non rinunceremo oggi ai valori della nostra democrazia. Per questo sono qui oggi, perché è morto un cittadino bolognese e, come comunità bolognese, siamo al fianco della sua famiglia».

E allora il 2 agosto?

Una giornata della quale Lepore potrà andare fiero, convocata per reagire al presunto «troppo silenzio» politico seguito alla morte del marocchino. Ma il primo a dover rispettare quel silenzio avrebbe dovuto essere proprio lui, almeno per dimostrare la volontà di attendere che l’accaduto venisse chiarito e di non ragionare per partito preso. Evidentemente la tentazione era troppo forte. L’occasione era ghiotta per tematizzare la nuova agenda del Partito democratico: trasformare un cittadino di origine straniera, morto durante un arresto, nel protagonista di una narrazione già confezionata sulle “forze dell’ordine fasciste” al servizio di un “governo fascista”, riportando la sinistra in piazza con qualcosa da dire.
Ma perfino questo non bastava. La tentazione di inserire nel discorso anche il sempiterno fascismo e la strage del 2 agosto è stata ancora più forte. Chissà se, almeno questa volta, Lepore avrà dimostrato di avere svolto bene i compiti a casa.

Tony Fabrizio

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