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Bologna, il caso Fakir e la miccia del “razzismo di Stato” pronta a esplodere

by La Redazione
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Bologna Fakir

Roma, 20 lug – La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia al Pilastro è un fatto grave. Nel video il quarantatreenne, immobilizzato e ammanettato, chiede aiuto prima di perdere conoscenza. Parlare di abuso non significa emettere una sentenza: significa riconoscere che un uomo affidato a forze dell’ordine e sanitari è morto durante il contenimento e che quanto accaduto esige risposte. La Procura ha disposto l’autopsia e aperto un procedimento che riguarda due poliziotti e quattro operatori del 118, precisando però che i fatti sono «di più ampia estensione temporale» rispetto al filmato online.

A Bologna riparte la macchina dell’antirazzismo

Anche le parole meritano attenzione. Quando un “cittadino di seconda generazione” commette uno stupro, una strage o un’aggressione, una parte dei media insiste sulla sua italianità: è un italiano problematico o escluso. Quando invece un uomo arrivato dal Marocco a sette anni, vissuto qui per trentacinque anni, lavoratore e titolare di un’impresa, muore durante un intervento di polizia, torna a essere soprattutto “il marocchino”. Fakir non aveva formalmente la cittadinanza italiana, ma il punto non è anagrafico: è narrativo. L’origine viene attenuata quando incrina il mito dell’integrazione e ingigantita quando alimenta il racconto della vittima straniera.
Ovviamente, prima ancora dell’autopsia, la sinistra radicale ha già emesso il verdetto. Il Si Cobas ha proclamato uno sciopero regionale parlando di «uccisione di un lavoratore da parte della Polizia di Stato», mentre il frame del «razzismo di Stato» è già entrato in funzione a pieno regime: negli ambienti antifascisti sono già comparse le rivendicazioni contro l’“assassinio di Stato”, mentre la memoria corre subito a George Floyd e a Ramy Elgaml. Ilaria Cucchi ha evocato Magherini e Aldrovandi; il M5S ha parlato di una persona morta «nelle mani dello Stato»; un’assessora pugliese ha indossato la maglietta «I can’t breathe». E così, mentre il sindaco Lepore chiede «rapidità, rigore e trasparenza», Avs ha già annunciato un’interrogazione parlamentare. Lega e Fratelli d’Italia, ovviamente, hanno difeso gli agenti. Il copione della polarizzazione sembra già scritto.

Ma la cronaca reale del Paese ci ricorda il contrario

Ma il problema non riguarda soltanto Bologna. Due giorni fa, a Cremona, un egiziano di 23 anni in evidente stato di alterazione stava abbattendo cartelli stradali con una spranga. All’arrivo della polizia ha reagito con calci e pugni. Lo spray urticante non è bastato, così come il taser. Un agente ha riportato la frattura del malleolo, con trenta giorni di prognosi e la necessità di un intervento chirurgico; un secondo poliziotto è rimasto ferito con sette giorni di prognosi. Soltanto l’arrivo di un’altra pattuglia ha consentito di bloccare l’uomo. È la cronaca concreta, ma segreta, di ciò che può accadere quando una persona fuori controllo deve essere contenuta in pochi istanti, senza conoscere fino in fondo il suo stato psicofisico né la sua capacità di nuocere.
Ricordarlo non significa giustificare quanto accaduto a Fakir, né invocare zone franche per chi indossa una divisa. Significa rifiutare l’idea che ogni uso della forza contro uno straniero contenga automaticamente una matrice razziale. Gli agenti devono essere giudicati per ciò che fanno, ma non possono essere trasformati in colpevoli preventivi sulla base dell’identità della persona che hanno davanti. In caso contrario, il risultato è un progressivo disarmo psicologico: chi interviene deve temere non soltanto l’aggressore, ma anche il video parziale, il titolo del giorno dopo, la campagna politica e il procedimento mediatico che può precedere quello giudiziario.

Siamo seduti su una bomba sociale

È questo, in fondo, l’approdo di un percorso ideologico ormai riconoscibile. Prima l’Occidente è stato educato a percepirsi come colpevole per definizione; poi l’immigrazione di massa e la società multiculturale sono state presentate come fenomeni inevitabili, irreversibili e moralmente indisponibili alla discussione. Oggi vengono delegittimati proprio gli apparati chiamati a governarne, tra mille difetti, quelle contraddizioni: polizia, carabinieri e perfino forze armate, come dimostrano le ricorrenti campagne contro le divise. Non è necessario togliere materialmente agli agenti spray, taser o manette. Basta convincerli che usarli, anche in una situazione di pericolo, possa distruggerne la carriera e la vita pubblica. Proprio il precedente di Ramy Elgaml dovrebbe imporre prudenza. Una morte ancora al centro di accertamenti divenne rapidamente il simbolo di una rivolta politica nazionale; a Milano le manifestazioni sfociarono in lanci di bombe carta, scontri e diciotto agenti feriti. Oggi la forza delle immagini è ancora maggiore e il frame è già pronto: uomo straniero, corpo immobilizzato, polizia, “razzismo di Stato”. Non stupisce che la Procura di Bologna abbia sentito il bisogno di chiarire pubblicamente che l’indagine riguarderà l’intero sviluppo dei fatti, ben più ampio del frammento circolato online.

La verità dovrà emergere senza coperture e senza sconti. Ma proprio per questo va sottratta a chi ha già deciso colpevoli, movente e significato politico. Siamo seduti su una bomba sociale che può esplodere alla prima scintilla. E i professionisti dell’antirazzismo, ancora una volta, stanno già soffiando sulla miccia.

Vincenzo Monti

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