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L’Anpi divora se stessa: la fabbrica delle scomuniche esplode su Israele

by La Redazione
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Roma, 5 ago – La rivolta delle sezioni territoriali dell’Anpi contro il comunicato congiunto firmato dalla direzione nazionale con l’Ucei non rappresenta una deviazione dalla storia dell’associazione. Ne è, semmai, l’ennesima manifestazione. Perché l’Anpi non è mai stata davvero il luogo unitario della memoria nazionale che pretende di incarnare: nata per riunire tutti i partigiani, divenne quasi subito terreno di conquista comunista e strumento per stabilire chi avesse diritto di appartenere al campo antifascista.

Anpi, storia di uno strumento di potere del Pci

Costituita nel 1944 e riconosciuta come ente morale il 5 aprile 1945, l’associazione comprendeva inizialmente le diverse formazioni della Resistenza. L’unità durò pochissimo. Già al primo congresso nazionale del 1947 emersero divergenze insanabili sulla politica interna e internazionale, mentre il peso del Pci e la sua subordinazione all’Unione Sovietica diventavano sempre più evidenti. Nel 1948 cattolici, autonomi e partigiani non comunisti uscirono per fondare la Federazione italiana volontari della libertà, guidata da Raffaele Cadorna e poi da Enrico Mattei. Poco dopo anche gli azionisti di Ferruccio Parri diedero vita alla Fiap. Non se ne andarono dei “fascisti infiltrati”, ma uomini come Cadorna, Parri, Taviani, Mattei, Paola Del Din ed Edgardo Sogno: protagonisti della lotta partigiana che rifiutavano il monopolio comunista della sua eredità. Parri accusò apertamente il Pci di aver spezzato l’unità partigiana con la propria pretesa egemonica e con la pressione esercitata dall’imperialismo sovietico sull’Europa. Il punto era già allora chiarissimo: per l’Anpi controllata dai comunisti non contava tanto aver combattuto nella Resistenza, quanto restare fedeli alla linea politica che pretendeva di amministrarne la memoria. Chi non si allineava diventava un reazionario, un servo della Confindustria o, più semplicemente, un fascista.

La falsa contesa sulla “vera resistenza”

È esattamente il meccanismo che riemerge oggi. Il comunicato del 28 luglio tra Anpi e Ucei tenta di ricomporre le tensioni esplose durante il 25 aprile, riconoscendo alla componente ebraica il diritto di partecipare in sicurezza alle celebrazioni. Una parte delle sezioni territoriali lo considera però un cedimento inaccettabile. Milano Città Studi definisce «sacrosanta» la contestazione contro la Brigata Ebraica; l’Anpi Atm sostiene che non possa esistere alcuna mediazione con i sionisti, descritti addirittura come «nazisti»; la sezione romana Orlando Orlandi Posti pretende che ogni dialogo con l’Ucei sia subordinato a una sua condanna di Israele. Il problema, lo avrete intuito, non è stabilire chi rappresenti la “vera Resistenza”. È osservare come l’Anpi continui a funzionare secondo la stessa logica delle origini. La direzione nazionale prova a preservare l’unità del fronte antifascista; le sezioni più radicali rispondono che quell’unità è possibile soltanto dopo una dichiarazione di sottomissione ideologica. Ieri bisognava dimostrare fedeltà al campo sovietico. Oggi bisogna riconoscere Israele come incarnazione del male assoluto e accettare che l’antisionismo diventi parte integrante dell’antifascismo.

I custodi della memoria che si divorano a vicenda

Lo scontro era già emerso durante il Giorno della Memoria, quando alcune Comunità ebraiche avevano accusato l’Anpi di antisemitismo e invitato a disertarne le iniziative. Ora l’accusa torna indietro: per i circoli partigiani dissidenti sarebbero le organizzazioni ebraiche a sostenere il “nazismo” israeliano. I custodi ufficiali della memoria antifascista hanno cominciato a espellersi moralmente a vicenda. Gli stessi che per decenni hanno distribuito patenti democratiche scoprono improvvisamente di non riuscire più a superare l’esame imposto dagli alleati. È il cortocircuito perfetto. “Antisemita” comincia a funzionare come “fascista”: non come definizione precisa, ma come scomunica morale da scagliare contro l’avversario. Le Comunità ebraiche accusano l’Anpi di aver aperto le porte all’odio antiebraico; i circoli dell’Anpi accusano l’Ucei e la Brigata Ebraica di difendere un nuovo nazismo. I moralizzatori si demoralizzano a vicenda, contendendosi il diritto di stabilire chi incarni il male assoluto.

“È divisivo solo se sei fascista”

La crisi sull’Ucei mostra quindi il fallimento di una costruzione politica durata ottant’anni. L’Anpi si presenta come coscienza unitaria della Repubblica, ma sopravvive attraverso la produzione incessante di divisioni: partigiani buoni contro partigiani sospetti, democratici contro reazionari, antifascisti autentici contro antifascisti insufficientemente puri. Cambia il nemico, non cambia il metodo. Per questo, nonostante gli slogan, il 25 aprile non è «divisivo solo per i fascisti». Di sicuro l’Anpi fu divisiva già dal principio, per quei partigiani che non accettavano l’egemonia comunista e oggi lo è per gli stessi ambienti che hanno costruito insieme il culto civile dell’antifascismo. La lite con l’Ucei non è un incidente ma il momento in cui la macchina delle scomuniche, rimasta accesa dal dopoguerra, ha finalmente cominciato a divorare se stessa.

Vincenzo Monti

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