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“Il pensiero bianco”, il catechismo postcoloniale che trasforma l’Europa in colpa

by Sergio Filacchioni
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pensiero bianco

Roma, 4 ago – Riproposto in Italia da ADD Editore, Il pensiero bianco. Non si nasce bianchi, lo si diventa di Lilian Thuram si presenta come un’indagine sui meccanismi del razzismo. In realtà è soprattutto un compendio esemplare del pensiero politico postcoloniale: decostruzionismo applicato all’identità europea, lettura moralista della storia e riduzione marxista dei rapporti tra popoli alla sola dialettica tra dominatori e dominati. L’edizione italiana, tradotta da Marco Aime e Maria Elena Buslacchi, è riuscita il 26 maggio 2023.

Nato in Guadalupa nel 1972, Thuram è conosciuto innanzitutto per la lunga carriera da calciatore: con la nazionale francese ha vinto il Mondiale del 1998 e il Campionato europeo del 2000. Terminata l’attività sportiva, ha trasformato la propria notorietà in una piattaforma culturale e militante. Nel 2008 ha fondato la Fondazione Lilian Thuram – Educazione contro il razzismo, attraverso cui interviene nelle scuole e nel dibattito pubblico. Ha pubblicato diversi saggi dedicati all’uguaglianza e alla storia delle popolazioni nere, tra cui Le mie stelle nere e Manifesto per l’uguaglianza, ed è stato commissario generale della mostra Exhibitions. L’invenzione del selvaggio, organizzata nel 2011-2012 al museo del Quai Branly di Parigi. Thuram, insomma, non si presenta come il classico accademico etno-masochista, ma come un protagonista della battaglia antirazzista che intende utilizzare la ricostruzione del passato per intervenire politicamente sul presente. È proprio questa sovrapposizione tra ricerca storica, pedagogia e militanza a determinare insieme la forza comunicativa e il principale limite del volume: i fatti vengono selezionati e ordinati all’interno di uno schema già stabilito, nel quale l’Europa rappresenta il polo del dominio e i non europei quello della subordinazione.

Il pensiero bianco: come trovare un colpevole universale

La tesi del libro è dichiarata fin dal sottotitolo: bianchi non si nasce, lo si diventa. Per Thuram, infatti, il bianco non sarebbe anzitutto una realtà fisica, genealogica, culturale o storica, ma una posizione politica appresa. Diventare bianchi significherebbe essere educati a percepirsi come norma, centro del mondo e gruppo dominante. Da questa premessa discende l’intera architettura del saggio: la civiltà europea avrebbe trasformato la differenza in superiorità, la superiorità in conquista e la conquista in sfruttamento. Il procedimento è quello tipico degli studi sulla “bianchezza”: l’attenzione non si concentra più soltanto sulle minoranze discriminate, ma sulla maggioranza che trarrebbe vantaggio dalla loro subordinazione. Thuram lo chiarisce con un esempio: davanti a un tavolo composto quasi esclusivamente da uomini, non bisognerebbe dire che vi sono poche donne, ma che vi sono troppi uomini. Allo stesso modo, il problema non sarebbero soltanto i non-bianchi discriminati, bensì i bianchi che beneficerebbero, anche inconsapevolmente, della propria posizione. Il passaggio è decisivo, perché sposta il discorso dalla responsabilità individuale alla colpa di appartenenza: ciò che conta non è più quanto una persona abbia concretamente fatto, ma il posto che occupa nella struttura. Il bianco può essere povero, marginale, privo di potere e non avere mai discriminato nessuno; resta comunque inserito nella categoria dei privilegiati.

È, in sostanza, una nuova trasposizione razziale della vulgata marxista: al posto della borghesia compare la “bianchezza”, al posto del capitale il privilegio, al posto della coscienza di classe la presa di coscienza razziale. Thuram non elabora quindi una teoria originale, ma traduce in forma divulgativa una tradizione che intreccia marxismo, anticolonialismo e post-strutturalismo. Da W.E.B. Du Bois deriva l’idea del «salario psicologico» garantito ai bianchi; da Aimé Césaire e Frantz Fanon la lettura del colonialismo come sistema capace di plasmare tanto il colonizzato quanto il colonizzatore; da Foucault e Derrida il metodo che interpreta saperi, linguaggi e identità come prodotti dei rapporti di potere. Il risultato è un paradigma nel quale la classe marxiana viene razzializzata e la decostruzione dell’identità europea assume il ruolo che un tempo spettava alla rivoluzione.

La storia ridotta a un tribunale morale

Il libro attraversa la cartografia europea, l’Antichità, la conquista dell’America, la tratta degli schiavi, l’Illuminismo, il colonialismo e la scienza ottocentesca. Ogni passaggio viene ricondotto alla costruzione di un medesimo soggetto politico colpevole: l’Occidente bianco. La storia, però, non è la progressiva rivelazione di una morale universale. È conflitto, potenza, scambio, migrazione, conquista, assimilazione, decadenza e rinascita. Tutte le civiltà hanno costruito gerarchie, combattuto guerre, assoggettato popolazioni e rappresentato sé stesse come centro del mondo. Thuram osserva, ad esempio, che le carte europee collocano l’Europa al centro e ingrandiscono visivamente l’emisfero settentrionale. Ma egli stesso riconosce che anche la cartografia cinese tende a ricollocare la Cina al centro. Non si tratta dunque della patologia esclusiva dell’uomo bianco, bensì di una costante delle civiltà: ogni popolo guarda il mondo dal luogo che abita e costruisce attorno a quel luogo il proprio immaginario. L’eurocentrismo può essere corretto e integrato, ma trattarlo come un crimine significa pretendere dagli europei ciò che non si chiede a nessun altro popolo. La stessa selezione storica, in fin dei conti, è già orientata.

La schiavitù e il colonialismo europei vengono presentati come matrici decisive dell’ordine moderno, mentre restano sullo sfondo la tratta araba, gli imperi africani, le conquiste asiatiche, le guerre intertribali e le forme di schiavitù esistite ben prima dell’espansione europea. Eppure, per oltre un millennio, le coste dell’Africa orientale furono collegate alla Penisola Arabica, al Golfo Persico e all’India da un sistema stabile di deportazione e commercio di esseri umani. Già in età abbaside gli schiavi africani indicati come Zanj venivano impiegati nelle saline, nei cantieri idraulici e nelle coltivazioni intensive della Mesopotamia; la loro rivolta, tra l’869 e l’883, testimonia l’ampiezza di quel sistema. Nell’Ottocento Zanzibar divenne poi il principale centro della tratta arabo-omanita: gli schiavi catturati nell’entroterra erano venduti, trasferiti verso l’Arabia oppure impiegati nelle piantagioni di chiodi di garofano dell’arcipelago. Secondo le ricostruzioni riportate, a metà secolo circa due terzi della popolazione locale vivevano in condizione servile, mentre le reti di cattura coinvolgevano anche intermediari, guide e capi africani. La schiavitù, dunque, non fu un rapporto lineare tra un’Europa dominante e un’Africa passiva, ma un fenomeno transcontinentale alimentato da potenze, mercanti e società differenti. Ricordarlo significa rifiutare una narrazione che seleziona soltanto i crimini funzionali alla costruzione del “colpevole bianco”. Dominio, conquista e sfruttamento non appartengono a una presunta pensée blanche ma alla storia umana.

Il solito trucco della decostruzione

Ovviamente, il punto più fragile del libro è la pretesa di sciogliere completamente il dato biologico nel costrutto politico. È certamente vero che le categorie razziali cambiano nel tempo, che i loro confini sono mobili e che nessuna popolazione umana costituisce un blocco puro e immutabile. Ma da questo non deriva che ascendenza, ereditarietà, adattamenti geografici e caratteri fenotipici siano invenzioni del potere. “Bianco” non è una categoria biologica perfetta, rigida e autosufficiente; tuttavia non è neppure una parola priva di rapporto con la realtà corporea e genealogica. Popolazioni differenti presentano storie demografiche, frequenze genetiche e tratti ereditari differenti. La politica può attribuire a queste differenze significati ingiusti, ma non le crea dal nulla. Confondere la critica alla gerarchia razziale con la negazione della realtà biologica significa sostituire un determinismo con un altro: prima tutto era sangue, ora tutto sarebbe potere.

È il meccanismo tipico del decostruzionismo: mostrare che una categoria possiede anche una storia sociale e concludere che essa non possiede altra realtà al di fuori di quella storia. Ma tutte le identità umane sono insieme biologiche, culturali, politiche e simboliche. Lo stesso schema ricompare, infatti, nella vasta gamma delle teorie di genere: l’idea che le identità sessuate non siano semplicemente date, ma prodotte e reiterate da norme, linguaggi e pratiche sociali. Kimberlé Crenshaw, per esempio, sostiene che sesso, razza, classe e orientamento non agiscano separatamente, ma si sovrappongano nel determinare posizioni di privilegio o subordinazione. Il risultato è una griglia che non giudica più soltanto individui e comportamenti, ma collocazioni identitarie. Un uomo bianco, eterosessuale e occidentale viene così situato preventivamente nel polo del privilegio; una donna non bianca, al contrario, in quello dell’oppressione. Anche qui torna il trucco di magia del decostruzionismo: il dato biologico viene assorbito dalla costruzione sociale, il fatto che i ruoli maschili e femminili “esistano” e cambino storicamente viene usato per mettere in discussione la realtà stessa del sesso.

L’Europa come unica civiltà senza diritto all’identità

Il libro dichiara di non voler colpevolizzare i bianchi e di aspirare a un’umanità comune. Eppure il suo dispositivo conduce nella direzione diametralmente opposta. Se l’identità bianca coincide con un sistema di dominio, la sua decostruzione diventa automaticamente un dovere morale. L’europeo può essere accettato soltanto a condizione che smetta di percepirsi come erede di una storia, di una civiltà e di una continuità umana. E qui emerge il carattere profondamente anti-europeo e xenofobo del postcolonialismo. Le identità africane, asiatiche e indigene vengono considerate strumenti di emancipazione; quella europea viene descritta come maschera del privilegio. Gli altri popoli possono custodire radici, memoria e appartenenza. Gli europei devono “decentrarsi”, confessare la propria posizione e dissolversi nell’universale. Il pensiero bianco non è quindi soltanto un libro sul razzismo, ma una sintesi divulgativa del pensiero terzomondista, decostruzionista e antifascista: una dottrina che attribuisce all’Europa una sorta di peccato originale, senza riconoscere che conflitto, gerarchia, potere e conquista non sono invenzioni occidentali, ma costanti della storia umana. Non è mai esistito, e difficilmente esisterà, un mondo privo di rapporti di forza. A ricordarlo sono oggi proprio quelle potenze extraeuropee che il postcolonialismo vorrebbe relegare al ruolo eterno di vittime: Cina, India e Turchia perseguono apertamente i propri interessi, difendono la propria identità e costruiscono sfere d’influenza senza chiedere perdono per la volontà di durare.

Riconoscere questa realtà significa liberare la storia dal tribunale moralistico che assolve alcuni popoli e condanna preventivamente gli altri. Come scriveva Guillaume Faye, «chi dà la colpa agli altri, ai suoi nemici o allo spirito del tempo per i propri fallimenti non merita di trionfare, poiché è nell’ordine naturale delle cose che il nemico ti opprima e che le circostanze siano ostili». L’Europa non ha bisogno di proclamarsi innocente, ma di smettere di considerare la propria esistenza una colpa.

Sergio Filacchioni




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