Roma, 3 ago – Guardando il telegiornale si ha spesso la sensazione che la giustizia italiana non segua più regole chiare e stabili. Le decisioni appaiono contraddittorie e difficili da prevedere, come se dipendessero più dal contesto e dai soggetti coinvolti che da criteri uniformi. Se si mettono a confronto tre vicende diverse, emerge un elemento comune: l’applicazione della legge non è sempre coerente. In alcuni casi è molto severa, in altri più flessibile, soprattutto quando entrano in gioco posizioni di potere o responsabilità diverse.
I due volti della giustizia italiana
Prendete Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour. La sua è una storia di rabbia antica, quella della provincia che lavora, zitta e curva, e che a un certo punto si scopre abbandonata. Una storia che l’ipocrisia dei benpensanti fatica a mandare giù. Ti entrano in casa, ti puntano una pistola in faccia, minacciano tua moglie e tua figlia, rubano il frutto di una vita di lavoro. Poi tu scatti. Corri fuori, vedi i rapinatori, perdi la testa, scambi la disperazione per un diritto e premi il grilletto. Li finisci mentre tentano di scappare. Quasi quindici anni di carcere definitivi. Adesso si piange, si chiedono i domiciliari e la grazia per un uomo anziano. Intendiamoci: lo Stato non può autorizzare la caccia al manovale del crimine e la vendetta privata non è legittima difesa. Ma la morale cantata dai cori parrocchiali del garantismo a targhe alterne tralascia sempre il dettaglio più sporco: questa è l’Italia che prima ti lascia solo davanti ai lupi, se ne frega se la tua bottega diventa un tiro al bersaglio e poi si risveglia improvvisamente severissima, inflessibile, vestita di toghe immacolate, soltanto per farti pagare il conto. Roggero non è un eroe ma la carcassa di un cittadino stritolato tre volte: prima dalla criminalità di strada, poi dal rigore tardivo delle istituzioni, infine dalla morale classista che vede un colpevole in ogni proprietario.
L’ergastolo della memoria e la vendetta delle toghe
Poi si passa a Gilberto Cavallini. Un nome che, per il giornalismo d’ordinanza, basta a riattivare i riflessi condizionati: i Nar, gli anni di piombo, il sangue sulle strade. Cavallini si è fatto decenni di carcere duro. Ha pagato, ha lavorato, ha ottenuto l’affidamento ai servizi sociali e ha ricevuto encomi per la propria condotta. Aveva ricucito, pezzo dopo pezzo, una vita silenziosa, rispettando quelle stesse regole che da ragazzo aveva provato a contestare. Ora è un uomo vecchio, arrivato al capolinea di una parabola tragica. Eppure, a quarant’anni di distanza, basta la solita alchimia giudiziaria, un teorema d’appello rispolverato per compiacere qualche vestale dell’antifascismo da tastiera, e la porta della cella torna ad aprirsi sibilando. Via i benefici, di nuovo dentro. Perché? Perché in Italia esistono spettri che non devono morire mai, comodi capri espiatori utili a ricordare a tutti chi erano i “buoni” e chi i “cattivi”. Se sei stato dalla parte sbagliata della storia negli anni Settanta, la riabilitazione prevista dalla Costituzione vale come carta straccia. La pena non serve a recuperare l’uomo che sei diventato: serve a placare il rancore d’apparato di una Repubblica incapace di pacificare la propria memoria.
Il profumo della moquette per le colpe dei potenti
Infine c’è Mauro Moretti, l’ex gran visir delle Ferrovie dello Stato. Sulla sua biografia pesa una macchia che non si lava con i comunicati stampa: la strage di Viareggio. Trentadue persone bruciate vive nella notte, mentre dormivano nelle proprie case, perché un carrello arrugginito è deragliato facendo esplodere una cisterna. Un’ecatombe da Paese del Terzo mondo. Eppure guardate come si muove la giustizia quando nei corridoi si calpesta la moquette dei palazzi del potere. Lì il passo delle procure si fa felpato, quasi timoroso. La responsabilità si diluisce nei mille rivoli dei cavilli burocratici, nelle notifiche sbagliate, nelle prescrizioni cercate e spesso trovate, nei rimandi infiniti tra un grado e l’altro. Per Moretti nessuna cella umida a un passo dagli ottant’anni, nessun ribaltamento all’ultimo secondo motivato dall’“allarme sociale”. Quando il potere industriale e politico sbaglia — anche quando quell’errore si misura in lapidi al cimitero — il sistema istituzionale erige immediatamente una rete di protezione per attutirne la caduta.
La giustizia italiana a conti fatti
Mettete insieme queste tre istantanee e avrete la fotografia esatta di ciò che siamo diventati: un piccolo borghese che perde la ragione perché lo Stato non lo protegge e viene punito senza pietà; un ex militante sconfitto, ma ancora da sconfiggere, al quale viene negata la dignità del perdono per alimentare l’ideologia del rancore; un colletto bianco intoccabile, per il quale le maglie della legge diventano miracolosamente morbide, ovattate ed elastiche. Non chiamatela giustizia, per favore. È soltanto la solita, misera e partigianissima abitudine di colpire con durezza chi è debole e di mostrarsi invece cauti e rispettosi davanti a chi è potente. Di essere inflessibili con gli ultimi e incredibilmente indulgenti con i primi. Questa non è giustizia. Per esserlo davvero dovrebbe cercare la verità fino in fondo, senza eccezioni e senza protezioni. A partire da ciò che è dovuto ai morti. E invece continua a produrre decisioni che, in un modo o nell’altro, finiscono per aggiungere altre vittime, anche quando la responsabilità si consuma nel tempo e nella negligenza.
Tony Fabrizio