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L’eterna incomprensione sul “Fascismo eterno”: Valditara propone un Eco amplificato

by La Redazione
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Fascismo eterno Eco

Roma, 20 ago – Giuseppe Valditara è riuscito nella curiosa impresa di attaccare Umberto Eco restando perfettamente prigioniero del mondo concettuale costruito da Umberto Eco. Sul Foglio, il ministro dell’Istruzione ha preso di mira Il fascismo eterno, il celebre discorso pronunciato dal semiologo nel 1995 alla Columbia University, sostenendo che le quattordici caratteristiche dell’Ur-Fascismo non sarebbero affatto specificamente fasciste: culto della lotta, sospetto verso gli intellettuali, nemico come complotto, popolo concepito organicamente, elitismo, repressione del dissenso si ritrovano tranquillamente anche nei regimi comunisti. Da qui la proposta: basta con il “fascismo eterno”, ragioniamo semmai di un “totalitarismo eterno”. Ed è precisamente qui che una critica sensata diventa una cattiva idea.

Giuseppe Valditara propone un Eco amplificato

Che la tassonomia di Eco sia debole è difficile negarlo. Lo stesso Eco riconosceva che il fascismo era un fenomeno “fuzzy”, contraddittorio, e ricorreva esplicitamente alle “somiglianze di famiglia” di Wittgenstein: fenomeni differenti possono condividere alcuni caratteri senza possedere una perfetta identità. Ma aggiungeva anche la frase decisiva: basta la presenza di uno dei suoi quattordici elementi perché attorno ad esso possa “coagularsi” il fascismo. È qui che nasce il problema. Non nell’idea che il fascismo possa eccedere la propria realizzazione storica tra il 1922 e il 1945. Al contrario: il fascismo fu anche mito, mistica, antropologia, concezione eroica dell’esistenza e tentativo di dare forma politica a disposizioni che non nascono certo con Mussolini e non muoiono con lui. Tradizione, appartenenza, sacrificio, lotta, comunità, eroismo, desiderio di trascendenza politica sono possibilità permanenti dell’uomo. Il fascismo le raccolse e le riattivò dentro una specifica sintesi novecentesca, così come, su presupposti differenti, le grandi ideologie totalizzanti del secolo cercarono tutte di produrre il proprio “uomo nuovo”.

Proprio per questo l’errore di Eco non consiste nell’aver cercato qualcosa di atemporale nel fascismo, ma nell’aver scambiato le materie prime antropologiche del mito politico per altrettanti sintomi autonomi di fascismo. Il culto della tradizione, la costruzione del nemico, l’eroismo, la lotta, la concezione organica del popolo non sono “fascisti” in quanto tali: diventano fascisti quando vengono ordinati dentro una determinata forma, una specifica visione dell’uomo, della nazione, dello Stato, della modernità e della storia. È la sintesi a essere politicamente significativa, non la presenza isolata dei suoi elementi. In questo senso si può persino parlare, assai più radicalmente di Eco, di una eternità del fascismo. Ma eternità come possibilità del mito, come forma politica suscettibile di essere nuovamente pensata e trasformata dentro condizioni storiche differenti, non come presenza poliziesca disseminata in ogni gesto, parola o disposizione antropologica. L’Ur-Fascismo di Eco compie invece l’operazione opposta: scompone quella forma nelle sue componenti e poi pretende di riconoscerla ovunque ne ricompaia una. Non rende eterno il fascismo come mito politico: rende eternamente possibile l’accusa di fascismo.

Rendere eternamente possibile l’accusa di Fascismo

Le polemiche esplose a sinistra contro Valditara insistono soprattutto su un’obiezione: il ministro leggerebbe le quattordici caratteristiche come una checklist, mentre Eco avrebbe parlato assai più sofisticatamente di una “nebulosa”, di somiglianze di famiglia, di una mentalità capace di assumere forme storicamente differenti. L’obiezione è filologicamente corretta, anche se sconta la solita spocchia di sinistra del “siete voi che non avete capito”. Politicamente salva ben poco. Ad esempio, Christian Raimo, su Domani, ricorda opportunamente il contesto del 1995, il suprematismo bianco americano, Oklahoma City, il neofascismo europeo, e inserisce Eco all’interno della più ampia tradizione degli studi comparativi sul fascismo. Tutto vero. Ma tra riconoscere famiglie politiche, archetipi, continuità ideologiche e sostenere che un solo elemento possa funzionare da punto di “coagulazione” del fascismo passa una differenza enorme. Persino Jacobin, in un lungo articolo del 2022 certo non sospettabile di simpatie destrorse, ricostruiva seriamente l’obiezione di Emilio Gentile. Per Eco il fascismo storico sarebbe il prodotto contingente di una mentalità persistente; per Gentile, invece, «la definizione del fascismo è la sua storia». Da questa divergenza metodologica discende precisamente il problema dell’Ur-Fascismo: se si privilegiano alcuni tratti isolabili, la categoria tende inevitabilmente ad allargarsi oltre il fenomeno che pretende di descrivere.
Lo stesso intervento riconosceva del resto apertamente quanto la costruzione di Eco potesse prestarsi a volgarizzazioni e strumentalizzazioni politiche: voto utile, demonizzazione dell’avversario, analogie forzate, fascismo utilizzato come marchio delegittimante. E non è un incidente successivo alla teoria. È una possibilità contenuta nella teoria stessa.

Quella di Eco è una criminologia politica

D’altronde Eco non ha mai nascosto la dimensione militante della propria operazione. Il suo Ur-Fascismo non era una tassonomia neutrale destinata esclusivamente agli storici. Era anche uno strumento di “vigilanza”. Il fascismo, spiegava, può tornare sotto le spoglie più innocenti; occorre dunque smascherarlo, puntare l’indice sulle sue nuove forme. Qui la semiologia diventa facilmente criminologia politica. Se il fascismo non ha bisogno di chiamarsi fascismo, se può presentarsi in abiti civili, se persino elementi antropologici comuni a civiltà, religioni e ideologie differenti possono costituirne l’indizio, allora il compito dell’intellettuale democratico diventa essenzialmente investigativo: scoprire ciò che l’avversario è davvero dietro ciò che sostiene di essere. È il dispositivo che ha consentito all’antifascismo postbellico di sopravvivere anche quando il fascismo storico era ormai consegnato da decenni alla storia: non serve più trovare un partito che proponga corporazioni, partito unico, Stato etico, impero e camicie nere. Basta trovare un lessico, una sensibilità, un mito, una postura, talvolta perfino un gusto estetico.
Non sorprende che un modello simile abbia avuto enorme fortuna in un ambiente culturale che dell’antifascismo ha fatto una tecnica permanente di produzione dell’avversario, quindi di auto-riproduzione. Ma questa operazione finisce anche per banalizzare ciò che vorrebbe demonizzare. Se tutto può essere fascismo, il fascismo smette di essere una forma storica e politica determinata e diventa il nome generico dell’alterità rispetto al progressismo democratico.

Valditara non vede la differenza tra comparare ed equiparare

Valditara intuisce questa stortura e sceglie di risolverla duplicandola. La sua obiezione è sostanzialmente: se quei caratteri si trovano anche nel comunismo, allora Eco non avrebbe dovuto parlare di fascismo eterno ma di totalitarismo eterno. Ma un Ur-Totalitarismus sarebbe una categoria ancora più evanescente. Il punto, naturalmente, non è negare la comparabilità tra fascismo, nazionalsocialismo e comunismo. Sarebbe altrettanto assurdo. Tutti appartengono allo stesso secolo delle masse, della mobilitazione totale, della tecnica, del partito, dell’uomo nuovo e della trasformazione della politica in destino collettivo. Si influenzarono, si combatterono, si definirono anche l’uno contro l’altro. Il concetto stesso di totalitarismo può essere utile per individuare strutture politiche comuni. Ma comparare non significa equiparare, e soprattutto non significa trasformare le somiglianze in una nuova essenza morale. Il comunismo parla il linguaggio dell’universalismo di classe, il fascismo quello della comunità nazionale. Il primo immagina l’abolizione delle classi; il secondo cerca una loro ricomposizione politica dentro una comunità organica. Il comunismo costruisce l’uomo nuovo attraverso la liberazione dai rapporti sociali del passato; il fascismo attraverso appartenenza, disciplina, mobilitazione, mito nazionale. Sono entrambe antropologie politiche, ma non la stessa antropologia. Ridurre tutto alla parola “totalitarismo” rischia quindi di produrre lo stesso errore di Eco su scala ancora maggiore: prendere alcuni tratti strutturali comuni, astrarli dai loro contenuti e trasformarli nella vera sostanza dei fenomeni storici.

L’antifascismo liberale e comunista a confronto

Qui emerge il terreno comune tra Valditara e molti dei suoi critici, e più in generale quello tra antifascismo di destra e di sinistra. La sinistra antifascista vuole conservare il fascismo come male politico assoluto dal quale far discendere una genealogia indefinita dei mali contemporanei. Una certa destra liberale, che pure rivendica il “suo” antifascismo, risponde chiedendo semplicemente che nello stesso tribunale venga trascinato anche il comunismo. Se il fascismo è il Male, allora anche il comunismo deve esserlo. Se c’è Auschwitz, ci sono i gulag. Se si condanna Mussolini, si deve condannare Stalin. Una volta distribuite equamente le sentenze, dovrebbe finalmente cominciare l’età adulta della democrazia liberale, nella quale le grandi ideologie del Novecento possono essere archiviate come due deviazioni opposte e speculari dalla strada maestra della libertà parlamentare. È una lettura rassicurante ma poverissima.
Fascismo e comunismo non furono semplicemente due errori commessi prima che l’umanità scoprisse definitivamente la democrazia liberale. Furono risposte differenti alla crisi del loro tempo, progetti di civiltà, concezioni dell’uomo, tentativi di organizzare la tecnica, la produzione, la comunità, la storia e il futuro. Produssero dominio e violenza, certo, ma produssero anche appartenenza, mobilitazione, istituzioni, estetiche, miti, categorie attraverso cui milioni di uomini interpretarono se stessi. Comprenderli dovrebbe significare seguirne le logiche, non distribuire pagelle morali retroattive.

Il comunismo è ancora legittimo, salvato dal suo totalitarismo

Dietro la disputa tra Valditara e i suoi critici continua insomma ad agire una vecchia convinzione borghese: che la politica debba infine pacificarsi, che le ideologie appartengano all’infanzia sanguinosa del Novecento e che il presente debba limitarsi alla gestione razionale delle differenze dentro un ordine costituzionale ormai definitivo. Ma come sappiamo la storia non si è affatto pacificata. Le memorie collettive continuano a valere precisamente perché distinguono, selezionano, costruiscono genealogie e stabiliscono appartenenze. Una memoria completamente neutralizzata perde forza politica e si trasforma in semplice liturgia amministrativa. E il mondo contemporaneo mostra ogni giorno quanto fosse illusoria l’idea di un progressivo assorbimento del conflitto dentro mercato, diritti e governance: potenza, sovranità, guerra, tecnica, appartenenza, identità nazionale e memoria sono nuovamente al centro della politica. La vera obsolescenza non riguarda dunque il mito politico. Riguarda semmai la fantasia che il mito possa essere espulso definitivamente dalla politica.

Ed è forse qui che la polemica rivela il punto decisivo. Nelle democrazie contemporanee fascismo e comunismo non sono due morti equivalenti. Il comunismo storico è crollato, ma una parte della sua grammatica morale è sopravvissuta nell’egualitarismo divenuto senso comune: la diffidenza verso la gerarchia, l’idea dell’uguaglianza come criterio superiore, la tendenza a considerare ogni differenza come qualcosa da giustificare. Il fascismo, invece, continua a rappresentare il totalmente altro: comunità organica, appartenenza, autorità, sacrificio, mito, differenza. Il primo è stato in parte metabolizzato, il secondo continua a funzionare come confine dell’illegittimo. Per questo l’Ur-Fascismo di Eco ha avuto tanta fortuna: non descrive soltanto un nemico che potrebbe tornare, ma offre all’ordine democratico-capitalistico uno strumento per riconoscere continuamente ciò che non può incorporare.

Vincenzo Monti

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