Roma, 30 ago – Nel 1972 non esistevano le applicazioni d’incontro, la pornografia digitale, i profili a pagamento né l’obbligo di trasformare ogni frammento dell’intimità in contenuto. Eppure, in Sex und Politik, Armin Mohler descrive già una società nella quale il sesso è diventato pianificabile, misurabile e tecnicamente riproducibile, una prestazione sostenuta da manuali, specialisti e da «un’importante industria». Lo scrittore e filosofo svizzero, quindi, aveva individuato il meccanismo prima che raggiungesse la propria forma compiuta. La liberazione sessuale, sosteneva, non si limita a rimuovere divieti: modifica la natura stessa di ciò che pretende di liberare. Sotto il segno dell’emancipazione, il sesso viene sottratto alla persona e consegnato alla quantità, alla tecnica, al mercato e infine all’amministrazione.
Armin Mohler e la falsa alternativa tra repressione e liberazione
Il punto di partenza di Mohler è una regola aurea che conserva intatta la propria forza politica, anche decontestualizzandola dal discorso sessuale affrontato in Sex und Politik: «Il contrario di qualcosa di falso non è automaticamente il giusto; è del tutto possibile che il giusto sia un terzo. Nessun problema si risolve semplicemente cambiandone il segno». Mohler parte quindi sgombrando il campo da ogni ingombrante passatismo. Se la lunga storia cristiana dell’Occidente ha spesso guardato alla sessualità con sospetto, riducendone la legittimità alla riproduzione e trattando il desiderio come una forza da sorvegliare, rovesciare quella condanna non significa necessariamente restituire il sesso alla vita. Si può passare dalla proibizione all’esibizione obbligatoria, dalla colpa per aver desiderato all’inadeguatezza per non desiderare abbastanza. Il vecchio «non devi» può trasformarsi in un “devi godere” altrettanto dogmatico e disciplinare. Per questo Mohler non ci domanda se siamo favorevoli o contrari al sesso. La considera una domanda stupida, perché il sesso è una forza elementare capace di liberare, sconvolgere, creare, distruggere oppure degenerare nell’abitudine. L’alternativa proposta dal saggio non oppone la morale al piacere, ma il sesso come esperienza qualitativa al sesso trasformato in quantità disponibile.
E se vogliamo, è precisamente ciò che oggi sfugge al dibattito contemporaneo. Da una parte si interpreta il rapporto tra i sessi attraverso le categorie del patriarcato, dell’oppressione e della rieducazione; dall’altra si risponde invocando il ritorno ai valori, al pudore o alla famiglia tradizionale. Entrambe le posizioni accettano che la sessualità debba diventare un oggetto pubblico da definire, confessare, correggere e amministrare. Mohler cambia radicalmente la domanda: che cosa rimane dell’eros quando nulla può più restare implicito, segreto o indisponibile?
Il sesso trasformato in quantità disponibile
Secondo Mohler la Sexwelle, l’ondata sessuale descritta nel saggio, non coincide con l’esistenza della pornografia, della prostituzione o della trasgressione. Tutte queste cose sono sempre esistite. La sua novità consiste nella pretesa di occupare ogni spazio, ogni età e ogni momento della vita, presentandosi come un’educazione generale dell’umanità. In questo senso, Mohler critica anche Freud: ridurre la vita psichica alla centralità dell’istinto sessuale significa trasformare una dimensione dell’esperienza umana in una chiave interpretativa totalizzante, incapace di riconoscere i limiti, le gerarchie e le forme culturali che danno ordine al desiderio. In questa “ondata”, quindi, il sesso diventa anzitutto qualcosa di ordinario, simile all’igiene o al consumo alimentare. Deve essere praticato con regolarità, senza turbamento e soprattutto senza mistero. Diventa inevitabilmente una tecnica: esistono procedure corrette, prestazioni da raggiungere, frequenze da misurare, corpi da allenare e difficoltà da affidare allo specialista. Ma «il sesso non è una quantità, cioè non è misurabile», scrive Mohler. Ciò che può essere dominato dalla tecnica ne costituisce soltanto il substrato fisico; a renderlo vivo è invece l’elemento incommensurabile che si aggiunge all’atto e che i tabù avevano fin lì custodito.
Mezzo secolo più tardi, questa intuizione appare persino più chiara. Oggi il desiderio viene tradotto in corpi catalogabili, preferenze, compatibilità, prestazioni, visualizzazioni, incontri e “body count”. La promessa è quella di ampliare indefinitamente le possibilità individuali. Il risultato però è la sostituibilità: ogni profilo rimanda al successivo, ogni corpo compete con un archivio potenzialmente infinito di altri corpi, ogni incontro reale viene preceduto da una quantità di immagini e aspettative alle quali nessuna persona concreta può corrispondere. Mohler chiamava tutto questo “sesso predigerito”. L’individuo conosce già le immagini, le parole, le posizioni e persino le reazioni che dovrebbe avere prima di vivere l’esperienza. E così la rappresentazione anticipa l’incontro e finisce per impedirlo. Esattamente contro contro questo problema di astrazione, Mohler oppone la persona: «Che si tratti esattamente di questa persona, per quanto imperfetta, e di nessun’altra: è questo che costituisce la profondità e l’intensità del sesso, il suo carattere unico, inconfondibile e irripetibile». La quantificazione, al contrario, «cerca di rendere intercambiabili anche noi». Il problema non è allora la presenza eccessiva del sesso ma la sua progressiva evaporazione
Quando la trasgressione diventa mercato
Il capitolo più attuale del saggio è senz’altro La società permissiva (di mercato). Le parentesi contengono il punto decisivo. La liberazione sessuale si presenta come rivolta contro la società borghese, ma apre nuovi spazi di profitto proprio al sistema che pretende di combattere. Mohler osservava già al principio degli anni ’70 come la contestazione anticapitalistica avesse prodotto un enorme mercato di abiti, cosmetici, musica, letteratura, strumenti e stili di vita. La trasgressione non resta ai margini: viene riprodotta, standardizzata e venduta. Il mercato non ha bisogno di difendere il pudore, la famiglia o la continenza. Può ricavare molto di più dalla liberazione permanente di nuovi desideri, purché questi assumano una forma quantificabile e commerciabile. Su questo punto persino una pensatrice lontanissima da Mohler come Nancy Fraser arriva a una diagnosi parzialmente convergente. In un’intervista pubblicata da Jacobin, Fraser riconosce che il femminismo liberale e le componenti liberal dei movimenti antirazzisti e Lgbtq sono state incorporate nel «neoliberismo progressista». Questi movimenti, scrive, hanno prestato «il loro carisma, le loro idee» alla finanziarizzazione, alla precarizzazione e all’abbassamento dei salari, fornendo loro una patina progressista.
L’ammissione di Fraser, una delle teoriche femministe statunitensi più note del mondo, non è un dettaglio secondario. Significa riconoscere che il capitalismo non si limita a resistere alle rivendicazioni emancipatrici: può assorbirle e utilizzarle come propria legittimazione. La multinazionale non chiede più al dipendente di aderire a una morale sessuale tradizionale. Gli chiede di esibire la propria identità, di renderla compatibile con la comunicazione aziendale e di consumare attraverso di essa. Fraser, da buona marxista, sostiene che l’emancipazione può essere sottratta al neoliberismo soltanto tornando alla lotta di classe e alla riproduzione sociale. Ma se l’emancipazione viene concepita come abbattimento di ogni forma, che cosa potrà impedirne la cattura da parte del mercato?
Il desiderio non è falso
Questo non significa, però, ricadere nel determinismo opposto e considerare ogni desiderio una costruzione artificiale del capitale. Il mercato non inventa dal nulla le regole dell’erotismo: intercetta forze reali, le amplifica, le standardizza e le trasforma in occasioni di consumo. Il filosofo francese George Bataille individuava l’origine dell’erotismo precisamente nella tensione fra il divieto e la sua trasgressione: non nell’assenza di forme, ma nel gioco pericoloso con un limite che continua a esercitare la propria forza anche quando viene oltrepassato. Anche Georg Simmel aveva riconosciuto la stessa struttura nella civetteria, dove il concedersi e il ritrarsi, l’offerta e la sospensione generano una tensione che il possesso immediato tende invece a dissolvere. Persino la più banale e volgare biancheria intima obbedisce a questa verità: non nascondere per pudore, ma per differire, suggerire e lasciare incompiuto lo sguardo. Roland Barthes estende questa intuizione al piacere del testo: come nella lettura il desiderio si concentra nelle interruzioni, nei bianchi, in ciò che il testo lascia intravedere senza ancora dirlo, così nel corpo erotico l’intensità abita la zona di intermittenza, la pelle che appare tra due indumenti, il polso tra il guanto e la manica. Non è la nudità in sé a sedurre, ma il suo farsi evento, il passaggio dal nascosto al visibile, quel “quasi” che lascia ancora spazio all’immaginazione. Il mercato non fabbrica questa struttura del desiderio: la intercetta e la utilizza, ma tende contemporaneamente a distruggerla quando sostituisce l’intermittenza con l’accesso permanente, l’attesa con la disponibilità e l’evento con la ripetizione. Il problema, allora, non è smascherare il desiderio come prodotto ideologico, ma difenderne la realtà dalla macchina che, promettendo di soddisfarlo senza fine, ne consuma proprio la distanza generatrice.
Il tabù che custodisce il desiderio
È qui che Armin Mohler ci corre in aiuto, introducendo l’elemento più scandaloso del proprio ragionamento: il tabù non è necessariamente il nemico del desiderio. Può esserne la protezione. Ovviamente non tutti i tabù sono giusti e non ogni convenzione merita di essere conservata. Mohler non propone di restaurare indistintamente i divieti del passato. Definisce il tabù in termini funzionali: una rinuncia a fare immediatamente qualcosa perché tale rinuncia protegge un bene o rende possibile «un maggior piacere». Persino una coppia sottratta agli sguardi della società produce spontaneamente distanze, ritmi, attese e forme. Questi limiti non proteggono la morale pubblica, e nemmeno una forma di dominio, ma il rapporto stesso. «Il nemico che respingono non è la libertà sessuale», scrive Mohler, «ma il peggior nemico di una relazione: l’abitudine, la quotidianità, la noia». Il limite non vale quindi soltanto perché vieta. Vale perché crea differenza, impedisce che tutto sia sempre presente e restituisce peso all’incontro. Se ogni cosa è immediatamente accessibile, nulla conserva la forza di un evento. Se ogni desiderio deve essere espresso, classificato e soddisfatto, il desiderio smette di eccedere l’organizzazione che lo contiene. Non è un elogio della frustrazione, ma una difesa della tensione. Mohler lo dice con brutale semplicità: «Quando tutto è permesso, il sesso perde ogni tensione». Da qui ne deriva che le epoche prive di forma non sono necessariamente più sensuali. Possono essere soltanto più annoiate.
Dal sesso alla politica: una forma di domesticazione
La liberazione prometteva di sottrarre il sesso alla morale repressiva. In realtà, secondo Mohler, ha introdotto il principio della prestazione proprio in uno degli ultimi ambiti che ne erano rimasti relativamente al riparo. Il sesso diventa sport: si contano i risultati, si confrontano le capacità, si correggono le insufficienze. Il soggetto liberato deve dimostrare di essere sessualmente competente, disponibile e soddisfatto. Il fallimento non viene più chiamato peccato, ma disfunzione. In entrambi i casi occorre confessarsi davanti a un’autorità: ieri il sacerdote, oggi l’esperto, il terapeuta, il pubblico o la comunità digitale.
Proprio qui avviene il passaggio dal sesso alla politica: quando l’esperienza intima viene trasformata in una questione di prestazione, salute, riconoscimento e gestione sociale, essa smette di appartenere soltanto alla sfera privata. Le istituzioni, il mercato e gli apparati culturali stabiliscono quali comportamenti siano corretti, quali identità debbano essere riconosciute e quali desideri possano essere espressi. La sessualità diventa così un terreno attraverso cui il potere forma individui adattabili, li induce a sorvegliarsi e li abitua a chiedere legittimazione invece di esercitare autonomia. In questo senso, la diagnosi di Mohler può essere accostata a quella di Michel Foucault: anche per il filosofo francese, il potere moderno non agisce soltanto attraverso il divieto, ma attraverso discorsi, saperi e pratiche che spingono gli individui a parlare di sé, a classificarsi e a governare la propria condotta.
La falsa libertà sessuale rischia così di diventare, nelle parole di Mohler, una «pillola tranquillante» capace di consolare l’individuo per il grado raggiunto dal suo addestramento complessivo. Mentre diminuisce la capacità di incidere politicamente sulla realtà, si moltiplicano le possibilità private di rappresentarsi, dichiararsi e consumare. Si può scegliere tra un numero infinito di identità e partner, purché non si metta in discussione l’apparato che organizza la scelta. La politica viene allora ridotta a una serie di riconoscimenti individuali e di consumi simbolici: si è invitati a definire se stessi, ma non a interrogare chi stabilisce le condizioni entro cui questa definizione diventa possibile. Il sesso diventa allora «oggetto dell’amministrazione». Non viene più semplicemente proibito: viene educato, reso sicuro, classificato, terapeutizzato, finanziato e integrato. Il potere non ordina necessariamente di tacere. Può imporre di parlare continuamente di sé, trasformando l’autorappresentazione in una forma di partecipazione sostitutiva e la libertà sessuale in un dispositivo di governo.
L’eros come forza elementare contro il Leviatano
Il punto di arrivo del libro non è certo la restaurazione di un moralismo. È la difesa dell’incontro concreto contro la sua mobilitazione totale. «In un’epoca nella quale l’organizzazione totale ci avvolge sempre più completamente», scrive Mohler, «l’incontro sessuale tra due persone è una delle ultime situazioni nelle quali l’uomo non si sente normalizzato, sorvegliato e programmato». E qui, se vogliamo, si trova il vero significato politico del sesso. Due persone che si scelgono non come esemplari di una categoria, ma come presenze uniche e insostituibili, sottraggono una parte della vita alla serialità. Creano qualcosa che non può essere interamente tradotto in diritto, prestazione, merce o identità pubblica. È precisamente questa eccedenza a risultare intollerabile per una società che deve rendere ogni cosa visibile, comunicabile e disponibile. Il sesso viene continuamente esibito perché non possa più custodire nulla; viene politicizzato perché non rimanga uno spazio nel quale due persone possano incontrarsi senza mediazioni; viene trasformato in identità perché cessi di essere un evento.
Insomma, a questo punto punto cadono alcuni clichè che, volenti o nolenti, ci accompagnano da anni nel dibattito morboso intorno al sesso e le teorie di genere. La società contemporanea non soffre perché ha liberato troppo il sesso ma perché ha identificato la libertà con la disponibilità permanente. E non è vero nemmeno che la liberazione sessuale ha restituito il desiderio agli individui: lo ha consegnato al mercato, alla tecnica e all’amministrazione. Mohler aveva compreso che l’opposto del puritanesimo poteva essere un puritanesimo rovesciato, nel quale nulla è formalmente vietato ma tutto è sterilizzato dall’esposizione, dalla ripetizione e dalla misura. Il cittadino che cerca la libertà nel sesso conclude, si avvicina inconsapevolmente alla “formica azzurra”: l’essere standardizzato della società totalmente organizzata, l’homo oeconomicus, l’ultimo uomo nicciano. Il saggio ci invita quindi non a riabilitare la censura, ma a salvare nel desiderio qualcosa di personale, irriducibile, sottratto alla compravendita. Qualcosa che ci elevi invece di rimpicciolirci.
Sergio Filacchioni