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“E allora CasaPound?”: l’alibi che copre quarant’anni di occupazioni rosse impunite

by La Redazione
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CasaPound occupazioni rosse

Roma, 31 ago – «E allora CasaPound?». Una domanda che vorrebbe essere scomoda, ma che in realtà è solo un alibi. La sinistra lo tira fuori dal cilindro ogni volta che lo Stato osa ricordarsi dell’esistenza delle occupazioni rosse. Nell’agosto 2025, dopo lo sgombero del Leoncavallo di Milano, la formula è rimbalzata per giorni. Nell’estate 2026 è tornata identica dopo l’incendio, l’evacuazione e il sequestro di Spin Time Labs, nel palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme. Cambiano il centro sociale e la città, resta il medesimo ricatto: finché CasaPound occupa lo stabile di via Napoleone III, nessuna occupazione rossa dovrebbe essere toccata.

Peccato che gli occupanti di via Napoleone III sono stati processati e condannati, e questo come vedremo è un unicum nella storia delle occupazioni. Il 9 luglio 2026, infatti, è arrivato l’appello: tre condanne e sei concordati con pene comprese fra otto mesi e un anno. CasaPound al contrario delle grandi occupazioni rosse di Roma non risulta impunita. Per via Napoleone III esistono pene detentive, una provvisionale e un ordine di restituzione. Per Forte Prenestino, Acrobax, Porto Fluviale, Spin Time, Corto Circuito e Villaggio Globale non emerge un esito penale collettivo neanche lontanamente paragonabile. Tra questi due estremi, infatti, corre un sistema.

Spin Time: occupano loro, pagano gli italiani

Spin Time è la fotografia perfetta di questo sistema. Il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, di proprietà del fondo gestito da InvestiRE Sgr, venne occupato nell’ottobre 2013 dal movimento Action. Il 31 marzo 2020 il gip di Roma dispose il sequestro preventivo. Il provvedimento rimase sulla carta per quasi sei anni, mentre l’edificio continuava a essere presentato come un laboratorio politico, culturale e abitativo da proteggere. Il conto è arrivato il 18 dicembre 2025. La seconda sezione civile del Tribunale di Roma ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire la proprietà per la mancata esecuzione del sequestro. La sentenza, resa pubblica nel febbraio 2026, quantifica il danno in 21.182.118,50 euro, oltre agli interessi; aggiunge 206.932,53 euro per ogni mese successivo al dicembre 2025 fino alla liberazione, 150 mila euro per ulteriori mancati guadagni e più di 108 mila euro di spese processuali. Il reato è degli occupanti, ma il prezzo dell’inerzia dello Stato finisce sulle spalle dei contribuenti.
Quando, nella notte del 29 luglio 2026, un principio d’incendio ha provocato l’evacuazione e un nuovo sequestro del palazzo, circa quattrocento persone sono rimaste fuori. Roma Capitale ha trovato sistemazioni temporanee per 127 nuclei familiari e ha tentato di acquistare l’edificio. La proprietà ha respinto la prima proposta, ma il Campidoglio ha continuato a lavorare sull’ipotesi. Il messaggio è chiarissimo: si entra senza titolo, si consolida per anni una comunità organizzata, si impedisce di fatto il ripristino della legalità e infine si chiede al pubblico di comprare lo stabile per salvare l’occupazione. Spin Time non è stato trattato come il luogo di un reato ma elevato a soggetto politico, modello sociale ed emergenza da finanziare. La condanna economicamente più pesante non ha colpito chi aveva preso possesso dell’immobile, ma lo Stato che non era riuscito a liberarlo. Occupano loro, pagano gli italiani.

La sanatoria come metodo di governo

L’articolo 633 del codice penale punisce l’invasione di terreni o edifici. Nel testo vigente la fattispecie base prevede la reclusione da uno a tre anni e una multa; quando il fatto è commesso da più di cinque persone, la pena sale da due a quattro anni e si procede d’ufficio. La legge non contempla un’esenzione per chi appende una bandiera rossa, apre un bar sociale o definisce “bene comune” l’immobile altrui. A Roma, però, alla legge si è sovrapposta una macchina politica della sanatoria. Il passaggio decisivo è la deliberazione del Consiglio comunale n. 26 del 2 febbraio 1995. Il regolamento si applicava espressamente alle «occupazioni senza titolo formale» di immobili comunali accertate entro il 31 dicembre 1994 e ne consentiva la regolarizzazione in favore di enti, associazioni e centri sociali autogestiti costituiti in associazione. Il canone agevolato poteva scendere al 20 per cento di quello di mercato. L’abuso veniva trasformato in titolo; l’occupante diventava concessionario; chi aveva violato la regola veniva premiato con condizioni che chi quella regola aveva rispettato non avrebbe mai potuto ottenere.

Vent’anni dopo, la deliberazione n. 140 del 30 aprile 2015 della giunta Marino certificò la dimensione del disastro: circa 860 beni del patrimonio indisponibile, titoli scaduti o mai regolarizzati, morosità e centinaia di contenziosi. Anche il tentativo di riordino conservava il marchio politico del sistema. Gli immobili usati per attività commerciali o estranee all’interesse generale dovevano essere recuperati con priorità; per le realtà considerate socialmente utili si prevedevano tempi diversi e una valutazione del “valore” prodotto. Bastava rivestire l’occupazione di una funzione culturale o sociale perché l’illecito cambiasse natura agli occhi dell’amministrazione. Nel 2022 Roma Capitale ha approvato un altro regolamento per l’utilizzo degli immobili destinati a finalità di interesse generale, con percorsi di concessione per soggetti senza fini di lucro e norme transitorie per rapporti non regolati o fondati su titoli non più validi. Il filo conduttore attraversa le amministrazioni: l’occupazione crea il fatto compiuto, il fatto compiuto produce un radicamento politico, il radicamento viene certificato come “valore sociale” e il valore sociale apre la strada alla regolarizzazione.
Il precedente giudiziario di Tempo Rosso, a Pignataro Maggiore, mostra dove può condurre questa prassi. Nel 2018 la Cassazione escluse il fumus del reato perché vent’anni di acquiescenza comunale e il pagamento delle utenze avevano generato negli occupanti la convinzione di trovarsi legittimamente nell’immobile. La tolleranza prolungata dell’ente pubblico era diventata un argomento a favore di chi aveva occupato. Prima l’amministrazione lascia marcire l’illegalità; poi il tempo trascorso viene adoperato per neutralizzarne le conseguenze.

Forte Prenestino, Acrobax e gli sgomberi che non arrivano mai

Il Forte Prenestino è occupato dal 1° maggio 1986. Sul proprio sito si definisce ancora «occupato e autogestito», nonché «illegale per necessità e per scelta». Quarant’anni dopo organizza concerti, festival, laboratori e iniziative politiche in un complesso pubblico di oltre tredici ettari. Se esistesse davvero la repressione sistematica delle occupazioni rosse descritta dalla sinistra, il Forte non sarebbe arrivato indisturbato dal pentapartito alla seconda metà degli anni Venti del nuovo secolo. Centocelle Aperte offre la versione formalmente ripulita dello stesso percorso. L’occupazione risale al 1994; la delibera del 1995 la regolarizzò insieme ad altre realtà già insediate negli immobili comunali. Quando, dopo la delibera 140, il titolo tornò in discussione e arrivarono le diffide al rilascio, lo scontro rimase amministrativo e politico. L’occupazione originaria era già stata assorbita dalla sanatoria: il peccato era stato lavato dal Comune.
Acrobax occupa l’ex cinodromo di via della Vasca Navale dal novembre 2002. Nel piano prefettizio degli sgomberi aggiornato al 2022 figurava ancora un decreto di sequestro preventivo dell’8 maggio 2003. Diciannove anni dopo il provvedimento risultava in attesa di esecuzione, subordinata a nuove intese con l’autorità giudiziaria. Un sequestro che aspetta quasi due decenni non è un atto dello Stato: è carta da archivio. Il Corto Circuito, occupato nel 1990, venne sottoposto a sequestro parziale nell’ottobre 2016 per gravi abusi edilizi e problemi di sicurezza. Gli attivisti rientrarono lo stesso giorno nella parte non sigillata e l’esperienza proseguì. Al Villaggio Globale di Testaccio il Tar del Lazio, nel 2019, stabilì che le associazioni non avevano mai posseduto un titolo idoneo e che almeno dal 2005 detenevano gli spazi senza titolo. Anche questa decisione non ha impedito al centro di continuare a operare e di essere presentato persino dai circuiti turistici cittadini come spazio culturale dell’ex Mattatoio. Sequestri non eseguiti, titoli inesistenti, rientri immediati, ricorsi e trattative infinite: questo è il diritto speciale applicato ai centri sociali romani. La legalità resta scritta nei provvedimenti; la politica si incarica di impedirle di varcare la porta degli immobili.

Porto Fluviale: dall’occupazione al Pnrr

Con Porto Fluviale il salto è completo: dalla tolleranza al premio. L’ex Direzione dei Magazzini del Commissariato venne occupata nel 2003 da una comunità composta da oltre cinquanta nuclei familiari. Oggi Roma Capitale presenta “Porto Fluviale RecHouse” come un progetto di recupero partecipato dell’immobile occupato, finanziato con 13,2 milioni di euro del Pnrr. Sono previsti alloggi di edilizia residenziale pubblica, spazi di quartiere, un mercato a chilometro zero, uno sportello antiviolenza e una comunità energetica. Nel 2023 il Comune ha pubblicato un bando speciale per 54 alloggi Erp riservato ai residenti negli indirizzi dell’occupazione; nel gennaio 2024 è stato approvato l’elenco degli aventi titolo. L’occupazione ha così generato una precedenza sostanziale: si entra senza titolo, si rimane per vent’anni, si partecipa alla progettazione e infine si accede a una procedura costruita per ottenere gli alloggi pubblici ricavati nello stesso stabile con fondi europei. Chi aspetta da anni nelle graduatorie ordinarie riceve una lezione brutale: a Roma occupare può convenire più che attendere.
Lo stesso paradigma guida il destino di Metropoliz, l’ex salumificio Fiorucci di via Prenestina occupato dal 2009 e trasformato nel MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove. Il Piano strategico per il diritto all’abitare di Roma Capitale ha indicato espressamente Metropoliz e Spin Time come modelli di sperimentazione per il recupero, dichiarando l’obiettivo di passare «da una situazione di illegalità a una di legalità e sviluppo». La frase è la confessione dell’intero sistema: l’illegalità non viene sanzionata, viene assunta come fase iniziale di un progetto pubblico.
Nel luglio 2025 il Campidoglio ha inoltre dato il via libera all’acquisto, per circa 22 milioni di euro, di 98 alloggi occupati in via Lucio Calpurnio Bibulo, destinandoli all’edilizia residenziale pubblica. Nel 2026 il piano prefettizio contava ancora circa quaranta edifici occupati, diciannove dei quali considerati prioritari. Non sono episodi isolati. È una politica urbana: l’occupazione produce l’emergenza, l’emergenza consolida il gruppo organizzato, il gruppo diventa interlocutore e il Comune cerca i milioni necessari per acquistare o recuperare ciò che altri hanno preso illegalmente.

Quando la militanza rossa diventa “valore sociale”

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado contro CasaPound, il Tribunale ha sottolineato che gli accertamenti economico-patrimoniali sugli occupanti avevano rilevato attività lavorative e redditi. Secondo il giudice, la funzione abitativa non prevaleva sulla militanza politica. Proprio qui esplode il doppio standard. Forte Prenestino, Acrobax, Corto Circuito, Spin Time e gli altri spazi dell’antagonismo sono centri politici dichiarati: organizzano assemblee, cortei, campagne, festival, concerti e attività economiche; producono e diffondono un’identità ideologica. Nel caso di CasaPound la militanza viene usata per negare la prevalenza dell’emergenza abitativa e sostenere la condanna. Nel caso dei centri sociali rossi la medesima militanza viene ribattezzata cultura, mutualismo, presidio territoriale e valore sociale. A destra è la prova della colpa; a sinistra è il requisito per ottenere una concessione o un finanziamento.
La disparità sta nel destino delle occupazioni simboliche. Nessuna delle grandi realtà romane citate ha prodotto, per l’invasione dello stabile, una catena di condanne collettive paragonabile a quella di via Napoleone III. Le loro vicende sono confluite in sanatorie, tavoli, rinvii, progetti di recupero e acquisizioni pubbliche. CasaPound è finita davanti al giudice penale; l’occupazione rossa è finita nel bilancio del Comune.

La domanda va rovesciata

Nel 2025 il Leoncavallo è stato sgomberato dopo trentuno anni e oltre cento tentativi di sfratto. Anche lì il ministero dell’Interno era stato condannato a pagare milioni per la mancata liberazione. È bastato ripristinare la disponibilità dell’immobile perché ripartisse il coro su CasaPound. Un anno dopo, con Spin Time, lo schema si è ripetuto: la sinistra difende un’occupazione durata tredici anni invocandone un’altra come lasciapassare universale. Ma la domanda giusta dovrebbe essere: perché CasaPound è stata condannata per l’occupazione, mentre quarant’anni di occupazioni rosse sono diventati patrimonio politico della Capitale? Perché la funzione militante aggrava la posizione degli occupanti di via Napoleone III, mentre rende meritevoli di tutela quelli di Forte Prenestino o Acrobax? Perché i contribuenti devono pagare oltre 21 milioni per lo sgombero mai eseguito di Spin Time e altri 13,2 milioni per trasformare Porto Fluviale in un progetto pubblico? Perché chi viola la legge può ottenere un bando riservato, mentre chi aspetta una casa popolare deve restare in graduatoria?

La verità è che a Roma le occupazioni rosse non sono state soltanto tollerate: sono state selezionate, protette e istituzionalizzate. L’abuso è diventato consuetudine, la consuetudine interlocuzione, l’interlocuzione diritto acquisito. Quando arrivano un sequestro o un ordine di rilascio, la politica prende tempo; quando il tempo produce danni, paga lo Stato; quando il danno diventa insostenibile, il Comune compra o ristruttura. CasaPound non è l’eccezione che dimostra un privilegio della destra. È il caso che smaschera il privilegio della sinistra: condanne penali per gli uni, sanatorie e denaro pubblico per gli altri. È questo che l’alibi «e allora CasaPound?» serve a nascondere. Ed è questo che, dopo quarant’anni, nessuno dovrebbe più avere paura di dire.

Vincenzo Monti

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