Milano, 31 ago – Nessun pericolo concreto di ricostituzione del partito fascista, nessuna propaganda razzista e nessuna istigazione alla discriminazione. I saluti romani compiuti durante la commemorazione di Sergio Ramelli non costituiscono reato. La Procura di Milano ha chiesto e ottenuto l’archiviazione del procedimento aperto contro 18 militanti che, il 29 aprile 2023, avevano risposto alla chiamata del “presente” durante il corteo organizzato in memoria del giovane militante del Fronte della Gioventù assassinato nel 1975 da un commando di Avanguardia Operaia.
La richiesta di archiviazione è stata formulata dal pubblico ministero Alessandro Gobbis e accolta dalla gip Rossana Mongiardo. Ma la decisione assume un rilievo che supera il singolo procedimento: segna infatti un evidente cambio di linea della Procura milanese, che negli anni precedenti aveva sistematicamente chiesto il processo per i saluti romani compiuti durante le commemorazioni di Ramelli.
Saluti romani per Ramelli: cambio di linea della Procura di Milano
Nel provvedimento, il pm osserva che queste celebrazioni si svolgono da molti anni senza che siano mai emersi elementi capaci di far ritenere concretamente minacciato l’ordinamento democratico o possibile la ricostituzione del disciolto partito fascista. Viene così meno uno dei presupposti indispensabili per applicare l’articolo 5 della legge Scelba. Non solo. Secondo la Procura, in questo contesto il saluto romano non rappresenta neppure un gesto volto a esprimere «un’ideologia di intolleranza e discriminazione», ma deve essere ricondotto all’intenzione di ricordare un ragazzo ucciso per avere manifestato il proprio pensiero politico. Cade quindi anche il tentativo di ricondurre automaticamente il rito commemorativo alla legge Mancino e alle fattispecie relative all’odio razziale. È esattamente il punto che per anni è stato volutamente rimosso dal dibattito pubblico: un gesto non può essere separato dal contesto nel quale viene compiuto, dalle sue finalità e dalla concreta capacità di mettere in pericolo il bene tutelato dalla legge. Il diritto penale non può trasformarsi in uno strumento destinato a colpire simboli ritenuti moralmente sgraditi.
I “paletti” fissati dalle Sezioni Unite
Il cambio di orientamento arriva dopo la sentenza numero 16153 del 2024 delle Sezioni Unite della Cassazione, chiamate a fare chiarezza proprio sulle differenti interpretazioni sviluppatesi intorno alla chiamata del “presente” e al saluto romano. La Suprema Corte ha stabilito che tali condotte possono integrare il reato previsto dalla legge Scelba soltanto quando, considerate tutte le circostanze del caso, siano concretamente idonee a favorire la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Non basta dunque la semplice riproduzione del gesto. La legge Mancino può invece trovare applicazione quando la condotta, valutata all’interno del suo effettivo contesto, costituisca una manifestazione propria di organizzazioni che perseguono finalità di discriminazione o di violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Non esiste, insomma, un inesistente “reato di saluto romano” valido sempre e comunque. Esistono fattispecie penali precise, ciascuna dotata di presupposti che il giudice è tenuto ad accertare concretamente. Ed è proprio ciò che finalmente la Procura di Milano ha fatto nel caso della commemorazione di Ramelli.
Commemorare non significa ricostituire il fascismo
Per anni, intorno al 29 aprile milanese, è stato costruito il consueto allarme sul presunto ritorno del fascismo. Immagini estrapolate dalla commemorazione sono state utilizzate per alimentare campagne politiche e mediatiche nelle quali il gesto finiva per diventare esso stesso prova del reato, senza alcuna necessità di dimostrare l’esistenza di un pericolo concreto o di una finalità discriminatoria. La decisione della Procura smonta precisamente questo automatismo. Ricordare Sergio Ramelli attraverso una ritualità politica non equivale a progettare la ricostituzione del partito fascista. Rispondere “presente” davanti alla memoria di un ragazzo assassinato non significa propagandare l’odio razziale. E l’identità politica della vittima non può trasformare la sua commemorazione in un delitto.
La distinzione dovrebbe apparire elementare. Eppure sono stati necessari anni di processi, pronunce contrastanti e infine un intervento delle Sezioni Unite perché iniziasse a essere riconosciuta anche dalla magistratura milanese. L’archiviazione dei 18 militanti non rappresenta dunque una concessione politica né, come certamente sosterranno i professionisti dell’allarme antifascista, un cedimento della democrazia. Rappresenta semplicemente l’applicazione del principio di legalità: non si viene condannati per un gesto in sé, per la propria appartenenza politica o perché una commemorazione suscita l’indignazione di qualcuno. Servono un fatto previsto dalla legge, un’offesa concreta e presupposti penalmente accertabili. Nel caso Ramelli non sono stati trovati. Con buona pace di chi continua a confondere il proprio piagnisteo ideologico con il codice penale.
Sergio Filacchioni