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Il revisionismo geografico di Ilaria Salis: come fuggire sempre dalla realtà

by Tony Fabrizio
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Roma, 17 set – Ci sono errori politici che possono essere discussi, errori storici che possono essere corretti e poi ci sono quelle formidabili semplificazioni ideologiche che hanno la pretesa di diventare verità soltanto perché vengono pronunciate con sufficiente sicurezza davanti a un microfono. L’intervento di Ilaria Salis al Parlamento europeo appartiene evidentemente alla terza categoria. Non perché l’eurodeputata abbia espresso una posizione radicale — in fondo, siamo abituati al radicalismo quando si parla di immigrazione — ma perché ha fatto qualcosa di assai più interessante: ha provato a cambiare la realtà semplicemente ridefinendo le parole con cui la descriviamo.

La frase è diventata virale: «Ceuta non è Spagna. Ceuta non è Europa». Il problema è che Ceuta è Spagna ed è Unione Europea, pur trovandosi geograficamente in Africa. Non è una questione di opinioni, sensibilità, colonialismo percepito o interpretazioni della storia. È una questione di ordinamento politico e giuridico. Ceuta è una città autonoma spagnola e costituisce una frontiera esterna dell’Unione Europea. Insomma, Salis ha scoperto che Ceuta si trova in Africa e, da questa scoperta, ha dedotto che Ceuta non appartiene all’Europa. È un po’ come scoprire che le Canarie sono geograficamente più vicine all’Africa che all’Europa e concludere che gli abitanti di Las Palmas siano improvvisamente diventati cittadini di un altro continente. La cosa sorprendente non è tanto l’errore, quanto la sicurezza con cui viene esposto: quella sicurezza tipica di chi non sta cercando di capire una realtà, ma di costringerla dentro una teoria già confezionata.

Ilaria Salis: Ceuta è in Africa quindi non è Europa

Il meccanismo retorico è in realtà piuttosto elementare. Prima si prende un dato geografico — Ceuta è in Africa — poi si aggiunge un giudizio storico — Ceuta sarebbe un «residuo del colonialismo europeo» — e infine si salta direttamente alla conclusione politica: dunque non sarebbe Europa e non avrebbe senso parlare di frontiera europea. Peccato che tra il primo dato e l’ultima conclusione manchi qualcosa: la realtà. La geografia molto spesso non coincide con la sovranità. Un continente non è uno Stato e una collocazione geografica non cancella un ordinamento giuridico. Ceuta è africana nel senso geografico del termine, ma spagnola nel senso politico e istituzionale; proprio per questo è una delle frontiere attraverso cui l’Unione europea entra fisicamente in contatto con il continente africano. Il Parlamento europeo stesso descrive Ceuta e Melilla come le uniche frontiere terrestri dell’Unione europea con l’Africa.

E allora il piccolo capolavoro della Salis si rovescia da solo. Se Ceuta non fosse Europa, perché mai l’Europa dovrebbe difenderne la frontiera? Se non fosse Spagna, perché mai Madrid dovrebbe esercitarvi la propria sovranità? Se fosse semplicemente territorio africano, perché chi vi entra illegalmente starebbe cercando di raggiungere il territorio europeo? La risposta è talmente evidente che viene da chiedersi perché sia necessario spiegarla a un’eurodeputata mentre parla proprio nell’assemblea dell’Unione europea.

La storia letta con il decolonialismo

Poi arriva il colonialismo, che ormai svolge nella propaganda contemporanea una funzione curiosa: è diventato una specie di telecomando universale con cui accendere e spegnere la legittimità delle frontiere a seconda delle necessità del momento. Salis ci dice che Ceuta è il risultato di una storia coloniale. Peccato che la presenza iberica risalga almeno al 1415. Ma non è nemmeno il manuale di storia il problema vero, nel frattempo siamo arrivati al 2026. Ed è nel 2026 che quella frontiera europea è stata sottoposta a una pressione migratoria senza precedenti. L’European Parliamentary Research Service parla di circa 80.000 persone entrate in un giorno. Questa non è storia coloniale ma cronaca recente. Ma per certi soggetti esiste solo una realtà: l’Europa cattiva che opprime l’Africa. È una narrazione ideologica impregnata da cinquant’anni di studi decoloniali, di decostruzionismo, di università occupate e realtà distorte. Ma soprattutto è un fanatismo che non deve mai rispondere alla domanda più difficile: e adesso che cosa facciamo?

Se la frontiera non esiste, perché fermare qualcuno? Salis domanda, in sostanza, con quale diritto l’Europa pretenda di limitare la libertà di movimento «perfino nel continente africano». È una formulazione che sembra radicale e invece conduce a un paradosso quasi infantile. Perché la domanda potrebbe essere rovesciata: «con quale diritto qualcuno pretende di attraversare illegalmente una frontiera di uno Stato sovrano?». Ed è qui che l’utopia si scontra con la realtà. Uno Stato senza confini non è uno Stato più buono: semplicemente, è uno Stato che ha rinunciato a una delle funzioni fondamentali della propria sovranità.

Le donne che spariscono dal discorso

C’è poi un’altra rimozione, assai più inquietante perché arriva da un’area politica che ha fatto della tutela delle donne una delle proprie bandiere morali. Nel dibattito sull’invasione di Ceuta sono emerse denunce e procedimenti per violenze sessuali, comprese aggressioni ai danni di minorenni. Secondo la Fiscalía spagnola, i procedimenti registrati sono arrivati a 23, cinque dei quali relativi a violenze con penetrazione; tra gli otto presunti autori identificati risultano esserci quattro marocchini. La metà del gruppo. Il 50%: Africa batte resto del mondo nel triste primato.

Eppure il problema della sicurezza viene spesso liquidato come «propaganda» quando emerge nel contesto migratorio. È un riflesso curioso: si può parlare di patriarcato, violenza sulle donne, cultura dello stupro e responsabilità sociale per ore, ma quando una vicenda concreta entra in collisione con la narrazione sull’immigrazione improvvisamente occorre abbassare la voce. No. Una donna aggredita non diventa meno vittima perché il suo caso è politicamente scomodo; una minorenne non diventa meno degna di protezione perché il tema della sua aggressione potrebbe essere utilizzato dalla destra. E soprattutto non c’è nessuna necessità di scegliere tra umanità e controllo delle frontiere. Uno Stato serio deve essere capace di fare entrambe le cose.

Aspettiamo una flotilla per Ceuta

A questo punto, se proprio vogliamo prendere sul serio la logica dell’intervento di Salis, si potrebbe proporre un esperimento molto semplice. Invece di parlare di Ceuta dalla comoda cadrega di Bruxelles, si potrebbe organizzare una Flottilla per Ceuta. Non serve arrivare fino alla Palestina: la Spagna, o se vuole, l’Africa è molto più vicina e, soprattutto, permetterebbe di osservare direttamente il problema di cui si pretende di discutere. Si potrebbe andare a Ceuta, incontrare gli abitanti, parlare con le autorità, ascoltare i medici, incontrare le donne che hanno denunciato violenze, parlare con chi gestisce l’emergenza e chiedere direttamente ai cittadini che cosa pensino della loro improvvisa espulsione dalla geografia europea.

Sarebbe un viaggio istruttivo. Si potrebbe spiegare agli abitanti di Ceuta che vivono in Africa, dunque non in Europa. Si potrebbe spiegare alle autorità spagnole che la loro città non è Spagna. Si potrebbe spiegare ai cittadini che possiedono cittadinanza spagnola che la loro frontiera non è europea. E poi, magari, si potrebbe aspettare la risposta. Perché la politica ha un difetto rispetto ai video sui social: quando si scende dalla tribuna e si arriva davanti alle persone, bisogna confrontarsi con le conseguenze concrete delle proprie parole.

La sinistra vuole abolire il confine soltanto concettualmente

La vicenda di Ceuta rivela qualcosa di più generale. Una parte della sinistra europea continua a concepire il confine come un oggetto moralmente sospetto, quasi fosse di per sé una colpa. Ma il confine non è un peccato originale. È il punto nel quale una comunità politica stabilisce dove comincino le proprie regole e dove finiscano quelle altrui. Può essere aperto, chiuso, controllato, attraversabile secondo determinate condizioni. Può essere oggetto di accordi internazionali. Può essere modificato. Ma finché esiste una comunità politica, esiste necessariamente qualche forma di delimitazione. La pretesa di abolire il problema semplicemente dichiarando che il confine non dovrebbe esistere è una delle forme più sofisticate di fuga dalla realtà. E qui la sinistra ha elaborato un singolare doppio standard: quando l’Europa deve essere considerata uno spazio di diritti, welfare, cittadinanza e protezione, allora l’Europa esiste eccome; quando deve invece assumersi il compito meno nobile di controllare chi entra, improvvisamente l’Europa diventa una costruzione coloniale da mettere in discussione. L’Europa dei diritti sì; l’Europa delle frontiere no. È un’Europa à la carte.

Ma la destra non può cavarsela con lo slogan opposto

Il problema, però, non finisce con Salis. Perché sarebbe troppo facile rispondere a una semplificazione ideologica con un’altra semplificazione ideologica. La destra di governo non può limitarsi a dire «difendiamo i confini» e considerare esaurita la questione. I confini si difendono con politiche concrete, accordi, controlli, procedure d’asilo funzionanti, rimpatri effettivi quando previsti dalla legge, cooperazione con i Paesi di origine e transito e capacità amministrativa. Dire «no all’immigrazione» non è una politica migratoria. Così come dire «porte aperte» non è una politica migratoria. Sono slogan. E gli slogan, a Ceuta come nel Mediterraneo, hanno una fastidiosa caratteristica: non fermano nessuno, non rimpatriano nessuno, non proteggono nessuno e non governano nulla. La parola «remigrazione» può essere discussa soltanto se tradotta in politiche concrete e compatibili con il diritto: chi non ha titolo a rimanere deve poter essere rimpatriato attraverso procedure legali ed effettivamente applicabili. Altrimenti rimane una parola buona per un comizio e inutile per un’amministrazione.

Come fuggire sempre dalla realtà

Ceuta è esattamente uno dei luoghi nei quali la domanda su che cosa sia l’Europa diventa impossibile da eludere. Ed è, forse, questo che disturba di più. Perché finché la frontiera resta un concetto astratto, si può discuterne nei salotti, nei social e nelle aule parlamentari. Quando, invece, una frontiera viene attraversata da decine di migliaia di persone in pochi giorni, la p deve lasciare il posto alla politica. E la politica, prima o poi, deve rispondere a una domanda che nessun revisionismo geografico può cancellare: chi entra, chi resta e chi deve tornare indietro? Su questo, più che sulla collocazione continentale di Ceuta, sarebbe interessante ascoltare una risposta.

Tony Fabrizio

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