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Vannacci, la finta alternativa: parole di rottura, politica di sistema

by La Redazione
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Vannacci

Roma, 16 set – Si può scrivere «remigrazione» in maiuscolo e lasciare intatta la politica migratoria che si pretende di rovesciare. Si può promettere la chiusura delle frontiere e riaprirle, poche righe dopo, alle richieste delle imprese. Si può invocare la difesa dell’Europa e suggerire contemporaneamente che una delle sue frontiere meriti meno attenzione delle altre. Nell’ultimo post di Roberto Vannacci queste contraddizioni convivono senza apparente imbarazzo. Il leader di Futuro Nazionale comprime nello stesso intervento il classico benaltrismo filorusso, la confusione tra remigrazione e rimpatrio e l’ennesima formula per giustificare l’ingresso di lavoratori stranieri per i «settori utili».

Vannacci e il benaltrismo sulle frontiere

«L’invasione è già iniziata, ma non quella russa», esordisce Vannacci. Una formula efficace per raccogliere consensi tra chi considera ogni attenzione rivolta a Mosca una distrazione dai problemi interni. Ancora una volta, il benaltrismo dei putiniani italiani vuole farci credere che ci siano emergenze concorrenti. Ma così come la pressione sulle frontiere meridionali non cancella la guerra sul continente, la minaccia russa non rende secondario il controllo dell’immigrazione. Basilare funzionamento della sovranità, che come abbiamo detto molte volte non funziona a compartimenti: chi pretende di difenderla dovrebbe riconoscere tutte le pressioni e il modo in cui possono intrecciarsi e sovrapporsi. Sarebbe inutile ricordare che il Consiglio dell’Unione europea ricostruisce come, dal 2021 in poi, la Bielorussia abbia organizzato sistematicamente voli e trasporti interni per facilitare il passaggio di migranti verso Lituania, Lettonia e Polonia. La Commissione ha successivamente denunciato la strumentalizzazione dei flussi da parte di Russia e Bielorussia come mezzo di destabilizzazione. La frontiera orientale è dunque anche una frontiera migratoria: contrapporre i due piani significa perdere di vista proprio l’impiego politico dell’immigrazione.
Ma il punto in realtà precede qualsiasi discussione sulle risposte da adottare: non dobbiamo scegliere tra frontiera orientale e meridionale. Esiste una sola frontiera da Gibilterra a Odessa, il Mar Mediterraneo è anche il Mar Nero, e l’Ucraina si affaccia su quel mare come la Francia, la Grecia o l’Egitto. Un’Europa capace di decidere per sé deve poter difendere tutto il cordone Mediterraneo, senza subordinare la propria sicurezza alle simpatie internazionali di questo o quel leader. Il sovranismo che vuole sempre e comunque ammiccare a Mosca non è più credibile.

La remigrazione non si dimostra con un rimpatrio

La stessa disinvoltura compare nel passaggio fatto su Sánchez, che secondo Vannacci starebbe già applicando la «REMIGRAZIONE». Ma quale decisione spagnola dimostrerebbe questa svolta? Il 15 settembre il ministro Ángel Víctor Torres ha distinto 5.482 ritorni in Marocco, registrati dal 10 agosto, da 307 espulsioni e 1.822 procedimenti avviati per adulti. Sono categorie differenti, riferite a un periodo preciso: sommarle sotto un’unica etichetta non trasforma la gestione dell’emergenza in un nuovo indirizzo politico. Ma soprattutto un ritorno volontario non è un’espulsione. Un procedimento avviato non è un allontanamento eseguito. E l’esecuzione di alcuni rimpatri non dimostra, da sola, che un governo abbia adottato un progetto complessivo di riduzione dell’immigrazione e inversione delle politiche precedenti. Infatti, Madrid prepara ulteriori posti di accoglienza per le migliaia di persone ancora presenti a Ceuta. Siamo ancora nel quadro di una crisi da amministrare, non la prova di una conversione socialista.
E qui il problema riguarda il contenuto quanto le parole. Se con «remigrazione» Vannacci intende semplicemente i rimpatri, dovrebbe spiegarci dove risiede la novità rispetto a strumenti già utilizzati da governi di diverso orientamento. Cosa c’è di diverso da quelli rivendicati dal centrodestra, con Piantedosi in testa e la Meloni a dirci «se remigrazione vuoldire rimpatri la stiamo già facendo»? Se invece intende un cambiamento strutturale, deve saper indicare obiettivi, strumenti e criteri, e non cercare di dimostrare che Sánchez lo abbia effettivamente intrapreso. Ma è con questo sistema che una parola politicamente impegnativa diventa un’etichetta applicabile a tutto, e proprio per questo incapace di distinguere qualcosa.

Chi decide di quanti lavoratori abbiamo bisogno?

Il passaggio decisivo arriva quando il post ammette l’ingresso temporaneo di lavoratori qualificati nei settori considerati utili. Vannacci introduce condizioni restrittive, giusto per sembrare più severo: temporaneità, qualificazione, esclusione dei ricongiungimenti. Ma lascia senza risposta la domanda principale: chi stabilisce l’utilità di quegli ingressi, sulla base di quali salari, di quali investimenti e di quale interesse nazionale? La carenza di personale, come abbiamo detto moltissime volte, non è una spiegazione autosufficiente. Un’impresa può non trovare lavoratori perché mancano competenze specifiche, perché il territorio perde popolazione, perché abitare vicino al posto di lavoro costa troppo oppure perché la retribuzione e le condizioni offerte non rendono conveniente accettarlo. Sono problemi differenti. Trattarli tutti come una domanda di nuovi ingressi significa rinunciare in partenza a intervenire sulle loro cause. Prima di dichiarare indispensabile altra manodopera, una politica nazionale dovrebbe chiedere quanto si investa nella formazione, quali aumenti salariali siano possibili, quali innovazioni organizzative e tecnologiche siano state tentate.
La parola «qualificati» non risolve questa questione: descrive le competenze richieste, non garantisce la qualità del lavoro offerto. E la temporaneità limita la durata del soggiorno, non certifica la convenienza collettiva dell’operazione. Il fabbisogno di un’impresa, alle condizioni che essa propone, non coincide automaticamente con il fabbisogno del Paese. Tra i due dovrebbe esserci la politica, con il compito di valutare alternative e conseguenze. È qui che il discorso di Vannacci rientra perfettamente nella solita logica: le condizioni produttive vengono assunte come un dato immutabile, l’immigrazione resta la risposta disponibile per evitare di modificarle. Insomma, va contestato un modello nel quale la ricerca di personale dall’estero diventa l’alternativa sistematica a salari migliori, formazione e investimenti. Un progetto nazionale dovrebbe mettere in discussione quel modello, anziché limitarsi a promettere di selezionarne con maggiore severità gli ingressi.

Il dissenso che conferma il sistema

E così si confondono le acque. La difesa dell’Europa viene ridotta a una scelta negoziabile; la remigrazione a una formula elastica; la politica del lavoro a una verifica dell’utilità richiesta dal sistema produttivo. Il dissenso viene chiamato a mobilitarsi su parole drastiche, ma incontra confini assai più stretti quando dovrebbe trasformarsi in indirizzo politico. Futuro Nazionale fa esattamente questo: raccogliere una domanda di cambiamento e ricondurla entro presupposti che restano sostanzialmente accettati. Basterebbe questo a giudicare Vannacci, senza ricorrere alle frustrazioni fasciofobiche del progressismo. Qualcuno dirà che è solo un post, parole che non devono spiegare tutto: eppure è su queste parole che si misura un’alternativa reale e qualitativa, tanto dal centrodestra quanto dalla sinistra. Perchè le parole producono consenso, anche se chi le pronuncia sta ratificando la rassegnazione contro cui dichiara di combattere.

Vincenzo Monti

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