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Certificati anti-Cpr, l’inchiesta si allarga: perquisiti oltre venti medici in tutta Italia

by La Redazione
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Roma, 16 set – Da Ravenna a nove città italiane. L’inchiesta sui cosiddetti certificati “anti-Cpr” ha superato i confini del reparto di Malattie infettive del Santa Maria delle Croci: polizia, Sco di Roma e Squadra Mobile di Ravenna stanno eseguendo perquisizioni locali, personali e informatiche nei confronti di oltre venti medici a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. I decreti riguardano la presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false che avrebbero impedito l’invio di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri. A eccezione di uno, i destinatari non risultano attualmente indagati. 

Da Ravenna alla “mappatura” dei certificati anti-Cpr

Il punto di partenza resta l’inchiesta sugli otto medici ravennati, accusati di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio per 34 certificati ritenuti falsi dall’accusa. Tra settembre 2024 e gennaio 2026 furono 64 gli stranieri accompagnati in reparto per la visita: 34 vennero dichiarati non idonei e dieci rifiutarono gli accertamenti. Secondo quanto rappresentato dalla Procura al Gip, dei 44 tornati liberi dieci avrebbero poi commesso una ventina di reati. A marzo tre sanitari sono stati interdetti dalla professione per dieci mesi e agli altri cinque è stato vietato, per lo stesso periodo, di occuparsi delle certificazioni Cpr; il Riesame ha poi confermato le tre misure impugnate. 

Ma già mesi fa le carte indicavano che il caso poteva non fermarsi a Ravenna. Nelle chat acquisite dagli investigatori compare un infettivologo allora non indagato, attivo nella Società italiana di medicina delle migrazioni, al quale alcuni sanitari ravennati facevano riferimento. In uno scambio chiedeva copie delle certificazioni perché stava tenendo una «mappatura»; in altri messaggi emergeva l’adesione alla campagna contro i Cpr. Il Resto del Carlino aveva già osservato a marzo che quella conversazione poteva spingere gli investigatori verso altri ospedali. Le perquisizioni, ad oggi, ancora non dimostrano l’esistenza di una rete illecita nazionale, ma a pista fuori Ravenna è diventata materia d’indagine. 

Quando la scelta politica entra nei certificati

Il contesto è pubblico. Nel 2024 la Simm, l’Asgi e la rete “Mai più lager – No ai Cpr” hanno lanciato una campagna rivolta al personale sanitario e pubblicato una bozza di certificato di non idoneità. Il modello invita il medico a considerare, oltre all’esame clinico, la struttura e l’organizzazione del Cpr di destinazione, richiamando il codice deontologico e la tutela delle persone vulnerabili. Il nodo giudiziario è capire se nei singoli casi il giudizio medico sia rimasto una valutazione individuale oppure sia stato orientato in partenza dalla volontà di impedire il trattenimento. 

È il punto sul quale insiste l’ordinanza della Gip Federica Lipovscek. Secondo il giudice, gli elementi raccolti descriverebbero una «aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina», accompagnata da un forte coinvolgimento ideologico e dalla ripetitività delle condotte. Le difese respingono questa ricostruzione e sostengono che i dati clinici inseriti nei certificati fossero veri e le valutazioni compiute nell’autonomia professionale dei medici. La Federazione nazionale degli Ordini dei medici ha chiesto di rivedere la procedura affinché la valutazione clinica riguardi esclusivamente lo stato di salute e non si trasformi in un atto autorizzativo. 

L’inchiesta di Ravenna si abbatte sul dibattito italiano

È qui che l’inchiesta va oltre Ravenna e investe in pieno il dibattito italiano sui respingimenti e i rimpatri. Un medico ha senz’altro la facoltà di contestare pubblicamente i Cpr e aderire a campagne per la loro abolizione; il sistema illecito nasce se quella posizione sostituisce il giudizio clinico richiesto dalla funzione esercitata. È ciò che la Procura dovrà dimostrare caso per caso. Se invece le certificazioni risulteranno fondate, resterà aperta la questione di una procedura che attribuisce ai sanitari un ruolo inevitabilmente intrecciato a una decisione di pubblica sicurezza. Ora saranno i documenti e le comunicazioni sequestrate a chiarire se quella geografia descrivesse soltanto una campagna nazionale contro i Cpr o anche condotte penalmente rilevanti. 

Vincenzo Monti

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