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La Francia delle rivolte e l’illusione della convergenza tra lavoratori e periferie etniche

by Sergio Filacchioni
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Francia

Roma, 3 ott – Dopo il ritornello secondo cui «in Francia sì che sanno protestare», ce n’è un secondo che accompagna ormai quasi automaticamente ogni nuova fiammata d’Oltralpe: la convergenza. La parola è tornata in questi giorni mentre il movimento partito dai licei francesi si allargava rapidamente, passando da una protesta contro carenza di insegnanti, sovraffollamento e degrado degli istituti a una mobilitazione nazionale che al 3 ottobre aveva coinvolto oltre 1.200 scuole e prodotto più di cinquemila arresti. Sindacati, insegnanti e organizzazioni politiche hanno progressivamente raggiunto un movimento nato prima di loro, mentre accanto alle rivendicazioni scolastiche sono comparsi incendi, scontri e forme di violenza urbana che il governo francese ha indicato come un cambio di natura della protesta.

Da qui l’immagine quasi inevitabile: gli studenti cominciano, i professori si aggiungono, i lavoratori entrano in sciopero, le periferie etniche si muovono e ciò che era una vertenza particolare diventa opposizione generale. Il verbo scelto da Ilaria Salis nel commentare le proteste francesi, del resto, è stato proprio allargare. È un’immagine politicamente seducente come ogni utopia, perché promette di risolvere attraverso la quantità ciò che la politica non riesce più a costruire attraverso l’organizzazione: se abbastanza rabbie finiscono nella stessa strada, prima o poi nascerà anche il soggetto capace di rappresentarle. Peccato che la storia francese degli ultimi trent’anni suggerisce esattamente il contrario. Una rivolta può allargarsi senza convergere, perché occupare contemporaneamente lo stesso spazio non significa condividere la stessa idea del conflitto, dello Stato, del lavoro o dell’ordine che dovrebbe venire dopo.

Non tutte le rivolte francesi sono la stessa rivolta

La Francia conosce da decenni una ricorrenza del conflitto sociale che ha pochi equivalenti europei. Nel 1995 gli scioperi contro il piano Juppé bloccarono per settimane una parte decisiva del Paese e costrinsero il governo a ritirare alcuni degli interventi previsti sui regimi pensionistici dei lavoratori dei trasporti. Otto anni dopo furono gli intermittenti dello spettacolo a paralizzare festival e istituzioni culturali contro la riforma del loro sistema di protezione sociale, fino alla cancellazione del Festival di Avignone del 2003. Poi arrivarono le rivolte delle banlieue del 2005, le grandi mobilitazioni contro le pensioni e la loi Travail, i gilet gialli del 2018, la nuova battaglia sulle pensioni e, nel 2023, le sommosse seguite alla morte di Nahel Merzouk, capaci di propagarsi nell’arco di una settimana a quasi novecento comuni francesi. Letta in sequenza, questa storia può alimentare l’impressione di un unico movimento che periodicamente riaffiora. In realtà, dietro la continuità delle barricate si trovano mondi molto diversi.

Il 1995 apparteneva ancora pienamente a una cultura del conflitto organizzato: ferrovieri, trasporti pubblici e altri comparti dello Stato possedevano strutture sindacali, assemblee, rappresentanti, obiettivi definiti e una memoria delle mobilitazioni precedenti. La radicalità non consisteva semplicemente nell’alzare il livello dello scontro, ma nel riuscire a mantenerlo abbastanza a lungo da trasformarlo in rapporto di forza. Anche la protesta degli intermittenti del 2003, pur producendo coordinamenti capaci di muoversi oltre le strutture sindacali tradizionali, conservava una composizione riconoscibile e soprattutto una materia precisa del contendere: il regime di disoccupazione di una categoria professionale che conosceva perfettamente l’istituzione contro cui stava combattendo.

Con le émeutes delle banlieue compare un’altra forma. Il conflitto diventa più territoriale, generazionale, discontinuo; può propagarsi con una velocità enorme, ma non dispone necessariamente di un’organizzazione in grado di trasformare l’incendio in continuità. Le rivolte del 2023 ne sono state una manifestazione evidente: centinaia di comuni coinvolti, migliaia di automobili incendiate, municipi, commissariati e altri edifici pubblici attaccati, ma nessuna struttura nazionale emersa da quella stessa esplosione con la capacità di conservarne la forza e trasformarla in un programma. La differenza non sta quindi tra una protesta educata e una protesta violenta. Sta tra un conflitto che possiede una forma e uno che consuma la propria forza nell’atto stesso in cui la manifesta.

Quando la radicalità diventa soltanto intensità

È questo il limite della forma-riot che si è progressivamente imposta nell’immaginario della protesta contemporanea. La sua forza è evidente: non richiede apparati pesanti, si diffonde rapidamente, rende difficile prevedere dove si produrrà lo scontro e grazie ai social può spostare in poche ore gruppi di giovani da un istituto all’altro o da un quartiere all’altro. La nota dell’intelligence parigina sulle mobilitazioni attuali descrive proprio TikTok e Snapchat come strumenti attraverso i quali i liceali stabiliscono contatti e si prestano reciproco sostegno nei blocchi. Nello stesso documento, tuttavia, il movimento appare estremamente frammentato e difficile da controllare, tanto che la ricostruzione di Le Monde ridimensiona la tesi governativa di una regia centrale di La France Insoumise e parla piuttosto del tentativo della sinistra radicale di accavallarsi ad una protesta già esplosa autonomamente.

Il problema arriva dopo. La spontaneità può far cominciare un conflitto, ma non gli dice dove andare. Un movimento organizzato cerca di conservare le proprie forze, scegliere obiettivi, impedire che ogni provocazione determini la direzione della giornata, limitare arresti e feriti che non producono alcun vantaggio e soprattutto mantenere un rapporto tra mezzi impiegati e scopo perseguito. Il servizio d’ordine delle vecchie mobilitazioni non era soltanto un residuo militarista della politica novecentesca; indicava che qualcuno possedeva il movimento abbastanza da assumersi la responsabilità di disciplinarlo. Il riot rovescia questa logica. La capacità di produrre disordine cresce mentre quella di stabilire il significato politico di quel disordine si indebolisce. Si può avere una notte molto più violenta e, il mattino seguente, molto meno da negoziare. Il movimento francese di questi giorni rende la contraddizione particolarmente visibile perché nasce da rivendicazioni scolastiche elementari. Il blocco iniziale di Créteil, secondo la ricostruzione di Le Monde, partì senza partiti e senza sindacati, da studenti esasperati per orari, carenza di professori, locali inadeguati e incertezza sul proprio futuro. Pochi giorni dopo il governo parlava di un passaggio verso le «violenze urbane», con istituti incendiati, personale ferito e gruppi che si spostavano tra le scuole.

Il paradosso è difficile da ignorare: una protesta che chiede più insegnanti può finire per offrire la propria scena anche a chi aggredisce il personale scolastico o incendia una scuola. Non perché le due cose siano necessariamente espressione dello stesso movimento, ma precisamente perché, quando viene meno una direzione riconosciuta, lo spazio aperto dalla protesta diventa disponibile anche a chi non condivide la sua rivendicazione. Chiamare tutto questo «convergenza» significa risolvere linguisticamente una contraddizione che politicamente rimane intatta.

I gilet gialli riuscirono dove la convergenza diventa difficile

I gilet gialli costituiscono per questo un precedente molto più interessante delle rivolte delle banlieue perché per un certo periodo costruirono uno spazio politico nel quale persone provenienti da ambienti differenti poterono riconoscersi senza che un partito avesse stabilito in anticipo il significato della loro presenza. Il movimento nacque nel 2018 fuori dalle grandi strutture sindacali e partitiche, attorno al prezzo del carburante e alla condizione economica della Francia periferica, per poi allargare rapidamente il proprio campo alle diseguaglianze, ai salari, ai servizi, alla fiscalità, all’immigrazione e alla rappresentanza politica. Anche le rivendicazioni circolate nel movimento erano difficili da contenere dentro il normale asse destra-sinistra. Le 42 richieste pubblicate nel novembre 2018 comprendevano un salario minimo più alto, maggiore progressività fiscale, difesa delle pensioni, opposizione alle delocalizzazioni e all’austerità, protezione delle piccole attività, controllo sugli eletti e interventi sulla questione migratoria

La difficoltà arrivò quando fu necessario passare dalla presenza alla rappresentanza. I tentativi di alcuni protagonisti di candidarsi o di parlare a nome dei gilet gialli incontrarono una resistenza durissima, mentre gruppi come quello di Commercy rivendicavano assemblee popolari contro l’idea stessa che qualcuno potesse trasformarsi facilmente nel portavoce del movimento. È precisamente questo passaggio a mostrare quanto la convergenza sia una costruzione politica e non una semplice fotografia sociale. I gilet gialli riuscirono a mettere insieme interessi differenti proprio perché per un certo periodo sospesero la domanda su chi dovesse rappresentarli; quando quella domanda divenne inevitabile, emerse tutta la difficoltà di trasformare la loro forza in un soggetto stabile. La convergenza vera, quindi, costa. Richiede di rinunciare a una parte delle proprie categorie, accettare elementi che non appartengono al proprio lessico e trovare un interesse comune sufficientemente forte da tenere insieme ciò che resta diverso.

Il maranza rivoluzionario esiste soprattutto nella testa di chi lo cerca

Qui il discorso francese incrocia direttamente una tentazione che negli ultimi anni ha trovato spazio anche in Italia: trasformare la marginalità urbana in un soggetto politico soltanto perché è marginale. La versione più compiuta è quella elaborata da Houria Bouteldja in Beaufs et barbares, pubblicato in Italia con un titolo che elimina ogni possibilità di equivoco: Maranza di tutto il mondo, unitevi!. Il progetto dichiarato è quello di costruire un’alleanza tra i «barbari» delle periferie postcoloniali e i «bifolchi» del lavoro povero europeo, collegando giovani delle seconde generazioni, lavoratori impoveriti e altri underdog in un blocco capace di affrontare insieme ordine economico e «contratto razziale». L’intuizione contiene una verità materiale e un errore politico. La verità è che precarizzazione, deindustrializzazione, crisi abitativa e marginalità urbana possono colpire soggetti che non condividono la stessa origine e collocarli sullo stesso lato di alcune fratture economiche. L’errore consiste nel credere che quella posizione produca da sola il «noi» necessario a trasformarle in un’unica forza.

La coscienza di classe del resto non è la conseguenza meccanica del conto corrente. Se così fosse, ogni crisi economica avrebbe automaticamente prodotto una rivoluzione e ogni periferia avrebbe generato la stessa politica. Il vecchio movimento operaio europeo diventò ciò che fu perché, attorno a una condizione economica, costruì un mondo: sindacati, cooperative, partiti, sezioni, giornali, case del popolo, rituali, simboli, discipline e memorie familiari. Non si limitò a constatare che milioni di persone erano sfruttate; insegnò loro a interpretare quello sfruttamento nello stesso modo. Quando questa trasmissione si spezza, la marginalità rimane disponibile a interpretazioni differenti, anche incompatibili fra loro. È precisamente ciò che rende fragile l’idea del «maranza» come nuovo proletario. Il giovane che vive ai margini della città, detesta la polizia, consuma simboli di status e partecipa a un riot non sta compiendo il primo passo di un itinerario politico soltanto perché un intellettuale riesce a inserirlo in una categoria marxista. Può avere interessi materiali comuni a quelli di un lavoratore, ma può anche possedere una rappresentazione completamente diversa dell’autorità, della proprietà, della comunità e perfino di ciò che considera una vita riuscita.

Lo stesso errore era già visibile nella lettura delle banlieue francesi. Tra la generazione della Marche pour l’égalité del 1983 e quella delle rivolte del 2005 sono mutate non soltanto le condizioni materiali ma le strutture attraverso cui quelle condizioni diventavano azione collettiva. La sociologia francese ha insistito proprio sulla rottura generazionale delle forme associative e politiche nelle periferie. Ciò che resta costante è la marginalità; ciò che cambia radicalmente è il modo in cui essa viene trasformata in comportamento pubblico. Per questo due soggetti possono avere ragioni differenti per odiare lo stesso ordine senza possedere alcuna ragione per costruirne insieme uno nuovo.

La convergenza è il problema, non la soluzione

La France Insoumise sembra oggi consapevole almeno della prima metà del problema. Non ha bisogno di aver organizzato i blocchi dei licei per comprenderne il potenziale; ha bisogno di diventare la forza capace di dare loro un significato prima che lo faccia qualcun altro. Il governo Lecornu ha accusato LFI e ambienti dell’ultrasinistra di essere all’origine delle proteste, ma la nota dell’intelligence parigina utilizzata per sostenere questa lettura riguarda la sola Seine-Saint-Denis e, come ha osservato Le Monde, documenta soprattutto la presenza di organizzazioni intenzionate a sfruttare una mobilitazione frammentata e già in corso. È una strategia politicamente comprensibile, ma resta comunque una scommessa. Una protesta scolastica può essere collegata ai tagli di bilancio; questi alle condizioni del lavoro pubblico; il lavoro pubblico alla politica economica del governo; da qui si può tentare di costruire un fronte generale. Ma più il fronte si allarga, più diminuisce la possibilità di dare per scontato che tutti coloro che vi entrano condividano la stessa interpretazione del conflitto.

Ed è proprio qui che il sogno della «convergenza» diventa una scorciatoia lessicale che serve a chiamare unità ciò che è ancora soltanto vicinanza, coscienza ciò che può essere semplice risentimento, politica ciò che talvolta rimane pura e semplice disponibilità allo scontro. La Francia degli ultimi trent’anni ha conosciuto scioperi capaci di piegare governi, rivolte urbane senza rappresentanza, coordinamenti professionali, movimenti trasversali e sommosse capaci di propagarsi in centinaia di città. Non esiste una linea ascendente che conduca naturalmente da una forma all’altra. Anzi, la successione mostra quanto sia raro il momento nel quale intensità, estensione e forma politica riescono davvero a coincidere. Il problema di chi sogna la convergenza tra lavoratori, studenti e marginalità metropolitane sta allora nell’ordine delle operazioni: prima immagina l’utopia, poi cerca di piegare la realtà a quell’immagine. È il tipico atto di superstizione marxista, con cui si crede nell’esistenza di una “coscienza naturale” degli sfruttati, dei marginali e degli ultimi, che sarebbe solo da portare alla luce.

La storia non è mossa solo da interessi materiali

Inutile ribadire che una comunità politica, per quanto larga, non nasce solo perché abbastanza persone sono arrabbiate nello stesso momento. Nasce quando quella rabbia acquisisce memoria, disciplina, linguaggio e una misura comune di ciò che vale la pena difendere e costruire. La vecchia politica lo sapeva bene; la cultura del riot, al contrario, tende a confondere l’assenza di forma con la libertà dalla forma. Ed è qui che la retorica della sinistra inciampa nel suo limite più profondo: la storia non è mossa soltanto dagli interessi materiali. Continuano ad agire appartenenze, identità etniche e comunitarie, religione, fedeltà, ostilità e pulsioni che non si lasciano ordinare dentro la semplice opposizione tra alto e basso. Nelle rivolte francesi di questi giorni la contraddizione arriva fino al paradosso di scuole incendiate e personale aggredito dentro una mobilitazione nata soprattutto per chiedere più insegnanti e migliori condizioni scolastiche. Insomma, siamo alla dimostrazione che l’allargamento può avvenire senza che ciò riesca a produrre la tanto sognata convergenza. E finché si continuerà a scambiare la capacità di incendiare lo stesso spazio per la volontà di abitare lo stesso mondo, quella parola servirà soprattutto a nascondere il problema che pretende di avere risolto.

Sergio Filacchioni

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