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Massini, il “cantastorie” dell’antirazzismo che giustifica lo sfruttamento dell’immigrazione

by La Redazione
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Roma, 4 ott – Il 24 settembre, nello studio di Piazzapulita, Stefano Massini ha indossato di nuovo i panni del cantastorie. Dopo aver riesumato Hitler per commentare il successo di AfD, stavolta si cala nei panni di “Bingo Bongo”, personaggio costruito come concentrato dei luoghi comuni sugli stranieri. Il bersaglio dichiarato del monologo è evidente: la proposta della Remigrazione, la rappresentazione dell’immigrato come criminale, terrorista, corpo estraneo alla società italiana. La7 lo ha presentato precisamente come un racconto volto a concentrare e rovesciare questi stereotipi.

Il problema comincia già nel modo in cui Massini tenta questo rovesciamento e diventa ancora più evidente quando dal piano storico passa a quello economico. Prima trasforma Settimio Severo, Caracalla, Gordiano I e Filippo l’Arabo in una specie di retrospettiva comunità immigrata dell’antichità; poi “Bingo Bongo”, apparentemente restituito alla propria dignità, smette nuovamente di essere una persona e diventa una funzione: se se ne va, domanda Massini, chi raccoglierà i pomodori? Chi farà il muratore, il facchino, il badante, chi spazzerà le strade? Fino alla battuta sulla prostituzione: se la sorella di Bingo Bongo lascia il marciapiede, «chi ci va? Tua sorella».

I due passaggi appartengono alla stessa costruzione paradossale. Nel primo l’identità politica viene sciolta nella provenienza geografica; nel secondo l’identità personale viene sciolta nella funzione economica. L’uomo diventa prima il luogo dal quale proviene e poi le braccia (o la vagina) che può mettere a disposizione. Un vero capolavoro di antirazzismo.

Per Massini anche gli imperatori romani diventano “stranieri”

Massini introduce la propria argomentazione domandandosi come sia possibile difendere una «civiltà italica e romana» dagli stranieri quando Roma avrebbe avuto imperatori «africani come me»: Settimio Severo, Caracalla, Gordiano I e Filippo detto l’Arabo. La provocazione funziona solo trasferendo nel mondo romano categorie politiche contemporanee e facendole coincidere con una geografia a dir poco elementare. Settimio Severo nacque effettivamente a Leptis Magna, nell’Africa romana, e proveniva da una famiglia inserita nelle élite imperiali; la sua carriera fu quella di un senatore romano molto prima dell’ascesa al trono. Caracalla, che Massini include fra gli imperatori «africani», nacque invece a Lugdunum, l’odierna Lione, ed era figlio dello stesso Settimio Severo. Di Gordiano I Treccani ricorda l’appartenenza a una ricca famiglia dell’aristocrazia senatoria e il governo dell’Africa proconsolare, dove fu proclamato imperatore: definirlo semplicemente un «africano» trasformato per analogia in immigrato moderno confonde ancora una volta provincia, origine e appartenenza politica. Filippo l’Arabo proveniva dalla Traconitide e aveva ascendenze arabe, ma la sua famiglia aveva già ottenuto la cittadinanza romana molto prima della sua nascita.

Non si tratta di stabilire quanto fossero etnicamente “italiani” personaggi vissuti in un impero che si estendeva dalla Britannia alla Siria. È proprio questa domanda a essere sbagliata. Un cittadino romano nato in una provincia dell’Impero non era l’equivalente antico del cittadino straniero che oggi attraversa il confine di uno Stato nazionale. Roma conosceva distinzioni giuridiche fra cittadini, provinciali e peregrini, che mutarono profondamente nel corso dei secoli fino alla Constitutio Antoniniana del 212, con la quale proprio Caracalla estese la cittadinanza romana alla quasi totalità degli uomini liberi dell’Impero. Sovrapporre a questa realtà la categoria contemporanea dell’immigrato non allarga la nozione di romanità: semplicemente la svuota.

È un relativismo singolare, perché pretende di dimostrare che l’appartenenza non conta proprio mentre continua a classificare gli uomini sulla base della loro provenienza. Settimio Severo smette di essere innanzitutto un romano, senatore e poi imperatore, per diventare “l’africano”; Filippo viene riportato all’“arabo”; Caracalla viene ricondotto alla genealogia paterna. La civiltà romana viene così descritta non come una forma storica capace di assimilare, incorporare e produrre appartenenza politica, ma come una sommatoria di provenienze geografiche. Lo stesso sguardo che poco dopo trasformerà Bingo Bongo in bracciante, facchino, badante e puttana.

Dall’immigrato pericoloso all’immigrato utile

Il rovesciamento operato da Massini sembra radicale soltanto finché ci si ferma alla superficie. Al vecchio stereotipo dell’immigrato criminale viene sostituito quello dell’immigrato indispensabile: non più colui dal quale difendersi, ma colui senza il quale il sistema non potrebbe funzionare. La persona resta però definita dall’esterno, in base alla funzione che svolge per qualcun altro. E non è un dettaglio. Dire che una società ha bisogno di determinate professionalità è normale; trasformare invece la concentrazione di una popolazione nei lavori meno qualificati, meno pagati e più rischiosi nella ragione stessa per cui quella popolazione dovrebbe rimanere significa trasformare una condizione di debolezza in una vocazione. Il bracciante straniero non appare più come un lavoratore al quale si dovrebbero applicare salari, condizioni e possibilità di mobilità propri di qualsiasi altro lavoratore, ma come la soluzione al problema di avere comunque qualcuno disposto a fare il bracciante nelle condizioni esistenti.

La battuta sulla prostituzione porta il ragionamento al punto di rottura. Massini vuole scandalizzare lo spettatore che disprezza l’immigrato: se quelle donne se ne andassero, suggerisce, sul marciapiede potrebbe finirci «tua sorella». Ma proprio così la prostituzione viene trattata come una posizione sociale che qualcuno deve necessariamente occupare, ma soprattutto nel modo che abbiamo normalizzato dal 1958 in poi: la battona a bordo strada vicino a un falò. La domanda non è più perché una donna debba trovarsi su quel marciapiede, quali condizioni di vulnerabilità, sfruttamento o tratta possano averla condotta lì, ma semplicemente chi prenderà il suo posto. La “sorella di Bingo Bongo” diventa il cuscinetto umano che impedisce alla sorella di Pulcinella di scendere di un gradino nella gerarchia. E così per contestare una rappresentazione dell’immigrato come essere inferiore, il monologo finisce per descrivere come normale un sistema nel quale l’immigrato assorbe precisamente le condizioni che l’italiano considera inaccettabili per sé.

Quattro muratori su cinque non sono stranieri

C’è poi un problema più semplice: la caricatura non corrisponde neppure ai numeri. Secondo il XVI Rapporto del ministero del Lavoro, nel 2025 gli occupati stranieri in Italia erano quasi 2,6 milioni, pari al 10,7% del totale. La loro presenza è effettivamente superiore alla media in alcuni dei settori evocati da Massini: rappresentano il 21,5% degli occupati in agricoltura, il 17,9% nelle costruzioni, il 19,2% negli alberghi e nella ristorazione e il 29,8% negli altri servizi collettivi e personali. Sono percentuali importanti e confermano una concentrazione settoriale. Dicono però anche qualcosa che la formula «se me ne vado, ci vai tu» nasconde: la larga maggioranza di quei lavori è già svolta da persone che straniere non sono. In agricoltura gli stranieri sono poco più di un quinto; nelle costruzioni meno di uno su cinque. In altre parole, circa quattro lavoratori agricoli su cinque e più di quattro lavoratori edili su cinque non appartengono alla componente straniera. L’italiano che secondo il monologo dovrebbe scoprire per la prima volta cosa significa lavorare è già nei campi, sui ponteggi e nei cantieri. Forse è Massini a non averci mai messo piede.

Il lavoro domestico costituisce poi l’eccezione più rilevante. Nel 2024 l’INPS registrava 817.403 lavoratori domestici regolari, dei quali il 68,6% stranieri. Ma anche qui gli italiani erano poco più del 31% del totale. La forte presenza straniera è dunque reale, mentre la trasformazione di colf e badanti in professioni sostanzialmente “etniche” è una rappresentazione ideologica. L’Istat utilizza un termine preciso per descrivere ciò che accade realmente: segregazione lavorativa. La metà delle donne straniere occupate in Italia è concentrata in appena quattro professioni — badante, colf, addetta alle pulizie e cameriera — mentre la distribuzione professionale delle italiane è molto più ampia. Il fenomeno riguarda, sebbene in misura inferiore, anche gli uomini stranieri. La domanda interessante, allora, non è perché gli italiani si ostinino a non voler diventare Bingo Bongo. È perché il mercato del lavoro italiano riesca con tanta efficacia a trasformare chi arriva dall’estero proprio nel personaggio interpretato da Massini.

Quanto costa essere “indispensabili”

La retorica dei lavori che «gli italiani non vogliono più fare» è un classico del repertorio progressista, perché presenta questa divisione del lavoro come una complementarità spontanea: esistono occupazioni scoperte, esistono immigrati disponibili a svolgerle, le due cose si incontrano e l’economia funziona. Peccato che i dati mostrino una realtà assai meno armoniosa. Il XV Rapporto del ministero del Lavoro registrava per i lavoratori non comunitari una retribuzione media annua sensibilmente inferiore rispetto a quella del complesso dei lavoratori, collegando il divario anche alla maggiore concentrazione nelle qualifiche inferiori e al minor numero di giornate lavorate. Lo stesso quadro statistico documenta una presenza straniera particolarmente elevata proprio nei settori manuali e nei servizi a minore qualificazione.

Uno studio dell’Inail sul quinquennio 2019-2023 arriva allo stesso nodo da un’altra prospettiva: i lavoratori nati all’estero, pur rappresentando circa un decimo degli occupati, concentravano circa un quinto degli infortuni, con un’incidenza stimata di 31 casi ogni mille occupati contro 14 per gli italiani. L’Istituto collega esplicitamente questa vulnerabilità alla maggiore presenza nei settori rischiosi, alla precarietà contrattuale e all’irregolarità. Il dato sulla qualificazione completa il quadro. L’Ocse rileva che le competenze dei lavoratori immigrati presenti in Italia vengono frequentemente sottoutilizzate e che il Paese presenta un forte problema di sovraqualificazione. Non è la prova che occorrerebbe sostituire all’immigrazione poco qualificata una più selezionata immigrazione di ingegneri, tecnici e laureati. Sarebbe ancora una volta lo stesso ragionamento, soltanto spostato più in alto nella scala professionale: stabilire il valore della presenza umana sulla base dell’utilità che essa può fornire al sistema economico.

Ma è esattamente questa premessa che va messa in discussione. L’immigrato non acquista maggiore o minore legittimità perché sa programmare un software invece di raccogliere pomodori, così come non diventa socialmente necessario perché accetta un salario che altri rifiutano. Quando la questione viene posta esclusivamente nei termini di quante braccia, quali competenze o quale capitale umano un individuo possa apportare, si è già accettata la riduzione che il monologo pretendeva di combattere. Questo è il vero volto dell’“indispensabilità” celebrata da Massini: una popolazione viene osservata in funzione del posto che può occupare nell’apparato produttivo e, nel caso italiano, quel posto si trova con particolare frequenza nei settori meno qualificati, peggio remunerati e più esposti al rischio.

L’economia delle braccia

È qui che il piano morale incontra quello economico. La retorica secondo cui «qualcuno dovrà pur farlo» non descrive soltanto il destino dell’immigrato, quanto un modello produttivo. L’Ocse, nel suo Economic Survey: Italy 2026, continua a collocare la debole produttività tra i problemi strutturali italiani. La produttività del lavoro cresce meno della media dell’area euro dalla metà degli anni Novanta; il peso delle attività a basso valore aggiunto rimane elevato e l’accumulazione di capitale è stata debole per lunghi periodi. Lo stesso rapporto contiene un passaggio particolarmente significativo. Negli ultimi anni la crescita debole dei salari, insieme ad altri fattori, ha ridotto l’incentivo di alcune imprese a investire in capitale fisso, innovazione e miglioramenti organizzativi, favorendo il mantenimento di processi produttivi ad alta intensità di lavoro, soprattutto nelle occupazioni meno qualificate. Secondo l’Ocse, questa dinamica può avere contribuito alla scarsa accumulazione di capitale e alla riduzione della produttività del lavoro.

È ciò che abbiamo già definito su queste pagine economia delle braccia: di fronte a un processo produttivo che richiederebbe investimenti, aumento della produttività, riorganizzazione e migliori salari, la disponibilità di lavoro abbondante e relativamente debole può diventare la soluzione più semplice per conservare il modello esistente. Ed è qui che la domanda posta da Massini dovrebbe essere capovolta. Se un settore può sopravvivere soltanto disponendo continuamente di lavoratori disposti ad accettare condizioni economiche e sociali che una parte crescente della popolazione rifiuta, il problema non è individuare chi possa essere convinto o costretto a occupare quel posto. Il problema è il posto stesso, cioè il modello produttivo che lo rende necessario.

Anche il richiamo continuo alla “mancanza di lavoratori” merita quindi maggiore precisione. Le difficoltà di reperimento delle imprese italiane sono reali, ma non riguardano soltanto raccoglitori di pomodori e facchini. Nel 2025 risultava difficile reperire il 50,9% dei laureati ricercati dalle imprese e il 57,3% dei diplomati ITS. L’Ocse continua inoltre a indicare fra le cause delle carenze strutturali l’invecchiamento della popolazione, la trasformazione tecnologica e la scarsa qualità del lavoro in alcuni settori. Il problema italiano è dunque un intreccio di demografia, formazione, salari, mobilità territoriale, investimenti, organizzazione produttiva e qualità dell’occupazione. La formula secondo cui determinati mestieri esisterebbero ormai soltanto grazie agli immigrati non spiega questo sistema: consente di renderlo intoccabile.

Il padrone di Bingo Bongo

Alla fine del monologo Massini pronuncia la morale nella lingua caricaturale del suo personaggio: «Io, uomo nero, da domani remigrare. Tu, uomo bianco, da domani faticare». La battuta dovrebbe capovolgere lo stereotipo ma in realtà lo completa. L’italiano sarebbe colui che può permettersi di non faticare; l’immigrato quello la cui presenza garantisce che questo privilegio continui. Non c’è emancipazione dell’uno né trasformazione delle condizioni dell’altro. C’è una divisione funzionale: qualcuno deve stare sotto perché qualcun altro possa stare sopra. Non si sa bene da quale legge storica, naturale o astrofisica Massini deduca la sua teoria sociale e antropologica. Forse la stessa con cui millenni di forme politiche, cittadinanze e processi di assimilazione vengono compressi nella categoria contemporanea dello “straniero”. La stessa che porta quell’”imperatore straniero” a dover giustificare, duemila anni dopo, la sistemazione degli immigrati nei campi, nei cantieri, nelle case degli anziani e perfino sul marciapiede. La stessa che consente agli antirazzisti di non prendere mai davvero nessuna appartenenza sul serio.

Del resto non importa che Massini difenda esplicitamente o meno gli imprenditori o invochi salari più bassi: basta che fornisca il suo capitale intellettuale alla cosa più conveniente per un’economia fondata sul lavoro povero. Cosa c’è di più servizievole verso i padroni che trasformare la disponibilità di manodopera subordinata in una causa progressista? È un antirazzismo che pretende di negare ogni gerarchia mentre ne assume integralmente una, la peggiore. Senti anche tu questa bella storiella: non odiare Bingo Bongo, perché Bingo Bongo ci serve.

Vincenzo Monti

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