Roma, 10 ott – Prima le pressioni su Kyiv perché interrompa gli attacchi alle raffinerie russe; poi l’accordo con Putin per rimettere sul mercato internazionale il diesel di Mosca. La decisione di Donald Trump, presentata come una misura per ridurre i prezzi dell’energia, arriva proprio mentre la campagna ucraina contro gli impianti di raffinazione sta producendo danni tangibili. E assume per questo i contorni di un salvagente americano al settore energetico russo.
La guerra dei droni colpisce un nervo scoperto di Putin
Da mesi l’Ucraina prende di mira raffinerie e infrastrutture petrolifere russe. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, a giugno la lavorazione del greggio nelle raffinerie russe era scesa a 3,8 milioni di barili al giorno, il minimo da oltre vent’anni, mentre la produzione di diesel risultava inferiore di quasi il 30% rispetto al 2025. Secondo S&P Global, nell’ultima settimana di settembre le spedizioni di diesel e gasolio dai porti russi del Mar Nero si erano azzerate, per la prima volta. Mosca ha imposto restrizioni alle vendite estere per difendere i rifornimenti interni. Insomma, la campagna ucraina ha colpito un nervo scoperto dell’economia russa.
Già il 13 settembre Trump, parlando in Irlanda, aveva chiesto pubblicamente a Zelensky di fermare gli attacchi agli impianti russi: «Ci sono molti altri obiettivi. Non colpite il diesel». Ma la richiesta non si è fermata all’annuncio. Secondo Axios, un funzionario statunitense informato sui colloqui sostiene che Trump abbia concluso l’accordo con Mosca dopo che Zelensky aveva ignorato circa sei richieste di interrompere i raid. Kyiv si era detta disponibile a una sospensione reciproca: stop agli attacchi sulle raffinerie russe in cambio della fine dei bombardamenti russi sulle centrali elettriche ucraine.
Washington, secondo la stessa fonte, chiedeva invece uno stop unilaterale dell’Ucraina. Di nuovo, a Kyiv veniva chiesto di rinunciare a uno strumento di pressione economica senza una contropartita equivalente.
Il 9 ottobre: gli Stati Uniti aprono la valvola
Dopo il mancato stop dei droni, Trump ha annunciato un accordo per immettere fino a 4,8 milioni di tonnellate di diesel russo sul mercato: 300mila subito, 500mila a novembre, un milione successivamente e altri tre milioni condizionati allo stato delle raffinerie. Sono volumi annunciati, non consegne già effettuate. Contemporaneamente il Tesoro americano emette la General License 135, che autorizza fino al 7 aprile 2027 operazioni legate alla vendita, consegna e importazione di diesel russo. Non vengono abolite tutte le sanzioni. Viene però aperta una deroga precisamente sul prodotto che i bombardamenti ucraini e le restrizioni di Mosca avevano reso scarso. Il paradosso sta qui: mentre Kyiv cerca di stringere il collo di bottiglia della raffinazione russa, Washington offre a Mosca un canale commerciale per valorizzare il carburante ancora disponibile. La misura non ripara gli impianti danneggiati né assicura le quantità promesse. Ma riduce un ostacolo alle esportazioni russe proprio nel momento di maggiore difficoltà e quindi di maggiore disponibilità negoziale.
Gli interessi di Washington non coincidono con quelli di Kyiv
La crisi energetica provocata soprattutto dalla disastrosa guerra all’Iran ha reso il diesel un problema interno americano: prezzi elevati, costi logistici, inflazione e, sullo sfondo, le elezioni di metà mandato. Trump cerca forniture per abbassare i prezzi e punto di vista di Washington è senz’altro una scelta di interesse nazionale. Dal punto di vista di Kyiv, significa però attenuare una pressione economica esercitata sul nemico. C’è poi la questione diplomatica. Secondo Axios, Putin non avrebbe offerto nella telefonata un impegno immediato a riprendere i negoziati con l’Ucraina. La Casa Bianca sostiene di voler favorire una soluzione politica, ma l’effetto concreto è già visibile: una deroga americana sul diesel russo senza un cessate il fuoco energetico reciproco.
Non serve immaginare un’alleanza segreta tra Trump e Putin per cogliere la stretta di mano a distanza tra i due leader. Gli Stati Uniti hanno prima tentato di frenare l’iniziativa ucraina e poi, una volta ottenuto il giusto diniego, hanno alleggerito un vincolo commerciale sulle esportazioni di Mosca. È esattamente il limite materiale della convergenza occidentale che Rubio vorrebbe vendere a tutti come “civiltà”: quando il logoramento dell’economia russa produce costi anche per gli americani, Washington può scegliere di soprassedere sull’Ucraina, sull’Europa e sulle alleanze storiche. E il salvagente lanciato alla Russia, dimostra ancora una volta quanto è inefficace la lettura che vede in Mosca un baluardo anti-occidentale.
Sergio Filacchioni