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Roma, 24 ott – Seconda puntata della nostra contro-inchiesta storica sulla battaglia di Caporetto. Qui è possibile leggere la prima puntata.



Vediamo i fatti, citando il più possibile i documenti per esteso. Il 22 ottobre Otto von Below, comandante della 14. Armee tedesca, firmò l’ordine d’inizio dell’offensiva austro- germanica:

L’attacco ha inizio il 24 ottobre- ora X cioè le 6.30 del mattino. Per il I Corpo d’armata austro- ungarico, come da sua richiesta (cioè un’ora più tardi).

Below stabilì inoltre che i minenwerfer sarebbero entrati in azione contro le trincee italiane già il 23[1]. Ciò però non avvenne per le pessime condizioni meteorologiche. Nella propria corrispondenza familiare Cadorna ancora la mattina del 22 ottobre scrisse che l’attacco nemico, a causa del tempo pessimo, con nebbia, pioggia, e alle alte quote, nevischio,

Non potrà aver luogo che nell’estate di San Martino, se pure quest’estate ci sarà;

ma in un’altra lettera scritta qualche ora più tardi il Generalissimo scriveva al figlio Raffaele notizie molto dettagliate su quanto andava addensandosi:

Pare che ci attacchino sul serio 10 o 15 divisioni austro- germaniche tra Plezzo e Tolmino (…)

ed esprimeva dubbi sullo schieramento della 2a Armata e specialmente del IV Corpo (gen. Montuori):

Dirimpetto a Tolmino andiamo bene, ma verso Plezzo ho dei dubbi sulla nostra solidità; ma ho già provveduto per l’invio di altre truppe ed artiglierie. Due ufficiali austriaci- romeni disertori[2] ci hanno portato l’ordine del giorno reggimentale per l’attacco del Merzli ed hanno detto che gli Austro- Tedeschi fanno assegnamento specialmente sulla sorpresa (bella sorpresa!) e su un gas venefico assai più potente degli altri e si ripromettono di arrivare il primo giorno a Caporetto, il terzo a Cividale e di esser poi in un paio di settimane a Milano [3].

Cadorna adesso era sicuro dell’inizio dell’offensiva: infatti intorno a mezzogiorno l’intercettazione di una comunicazione avversaria aveva confermato che l’offensiva sarebbe iniziata nella notte del 23[4]. Allora come spiegare quanto si dice avrebbe affermato Cadorna nel pomeriggio dello stesso 22 ai generali Montuori e Cavaciocchi?

Ma che il nemico voglia cacciarsi in conca di Plezzo, io non credo, avrebbe affermato il Generalissimo.

E poi, vengano pure! Li prenderemo prigionieri e li manderemo a passeggiare a Milano per farli vedere![5]

che è esattamente l’opposto del contenuto della lettera, sicuramente autentica, che abbiamo ora citata? In effetti, la frase attribuita al Cadorna ha tutta l’aria di un’invenzione a posteriori per giustificare l’inettitudine dei comandanti di Corpo scaricando le colpe sul Capo di Stato Maggiore. Lo dimostra ciò che segue. La mattina del 23 il Generalissimo inviò una missiva, recante il numero di protocollo 4929, in merito all’imminente offensiva nemica al ministro della Guerra, Gaetano Giardino, e al sovrano. È un documento di importanza storica fondamentale, incredibilmente dimenticato dagli accusatori di Cadorna, che dimostra come, lungi dal non credere all’offensiva avversaria come sempre ripetuto dagli anticadorniani, venendone colto di sorpresa[6], Cadorna ne fosse certo e ne conoscesse con grande precisione anche gli obbiettivi.

23 ottobre 1917                                            

  1. ESERCITO ITALIANO

COMAndo supremo

 UFFICIO OPERAZIONI DI GUERRA E AFFARI GENERALI 

  1. 4929 di protocollo G.M.

(il documento porta l’appunto col.Gabba, segretario di Cadorna)          

RISERVATISSIMA PERSONALE

A S.E. il Ministro della Guerra

ROMA

                                                 Portata copia a S.M. il Re 

Oggetto: Imminente offensiva austro- germanica sulla nostra fronte.

Le mie previsioni si avverano. Il nemico ha ormai completato sulla fronte giulia il concentramento di forze e di artiglieria da me segnalato fin dal 18 settembre u.s., e sta per scatenare l’attacco. Notizie controllate ed informazioni via via raccolte da fonti sicure e confermate dalla deposizione di due ufficiali disertori di nazionalità romena mi consentono di determinare con sufficiente approssimazione l’entità delle forze nemiche ed il piano generale dell’offensiva imminente.

Tale offensiva si dovrebbe sviluppare sull’intera fronte da Plezzo al mare, con preponderanza di sforzo fra la conca di Plezzo e la testa di ponte di Tolmino, entrambe comprese; obbiettivi principali la dorsale del Kolovrat e la linea Matajur- M. Mia, per poi invadere la pianura girando da nord le nostre linee di difesa dell’intera fronte giulia (2a e 3a armata). L’azione principale dovrebbe essere sussidiata da attacchi diversivi in Carnia, in Cadore ed in Trentino.

A questa azione prenderebbe parte, secondo le previsioni che ho fatto da molto tempo, un notevole contingente di truppe germaniche. Sono segnalate in complesso nove divisioni, di cui quattro risultano schierate in primissima linea sulla fronte di Tolmino; ed altre se ne aggiungeranno verosimilmente a breve.

Computando per ora queste nove divisioni soltanto ed il corpo alpino bavarese dislocato nelle retrovie della Valsugana[7], le forze nemiche a noi di fronte sommano in complesso a 589 battaglioni austriaci e 92 battaglioni germanici. In totale 681 battaglioni formati su quattro compagnie, ai quali noi contrapponiamo, com’è noto a V.E., 844 battaglioni su tre compagnie ciascuno.

Nel tratto di fronte compreso tra la conca di Plezzo ed il Vippacco- tratto sul quale dovrebbe pronunciarsi il maggior sforzo nemico- lo schieramento delle artiglierie avversarie è stato potentemente rinforzato e sarebbero anche entrate a farne parte un centinaio di batterie germaniche. Nello stesso settore le forze assommerebbero ad un totale di 365 battaglioni, di cui 82 germanici. E’ però da prevedere che tali forze aumenteranno se l’avversario si propone, come sembra logico supporre, di compiere uno sforzo prolungato, e chiamerà intanto nuove unità per alimentarlo, in ciò agevolato dalla situazione dalla fronte russa. Da parte nostra, non debbo tacere che l’andamento della fronte tra lo Stelvio e la conca di Plezzo e la possibilità di azioni diversive da parte del nemico mi impedisce di sguernire la detta fronte oltre un certo limite, e riduce perciò la massa di forze e di mezzi che mi è possibile concentrare nel settore principale attaccato senza pregiudicare la sicurezza dei rimanenti. Ho tuttavia preso provvedimenti tali che mi consentono di attendere l’urto nemico colla serena fiducia di poterlo respingere vittoriosamente.

Il Generalissimo illustrò a Giardino come si sarebbe sviluppato l’attacco nemico:

L’attacco, secondo la deposizione dei due ufficiali romeni disertori, uno dei quali ha consegnato l’ordine d’operazione del proprio battaglione, sarebbe preceduto da un tiro prolungato a gas asfissianti, sui quali il nemico sembra fare speciale assegnamento. L’azione, secondo un’intercettazione telefonica, doveva avere inizio stamane; non lo ebbe, probabilmente a causa del vento sfavorevole all’azione dei gas. Il nemico ha infatti innalzato ieri sulla presunta fronte d’attacco dei palloncini sonda (…).

Cadorna era dunque tranquillo, tanto da scrivere che l’attacco nemico ci trova preparati, armati di uno schieramento di artiglieria adeguato– se pur non abbondantissimo, specie pei piccoli calibri- e con una sufficiente disponibilità di munizioni, visto che le sue previsioni venivano confermate, malgrado lo scetticismo dei vari Robertson, Capello etc. (tutto ciò conferma la fondatezza delle mie previsioni dello scorso settembre e la bontà della risoluzione allora presa […] di rinunciare alla seconda fase della nostra offensiva, pur già pienamente predisposta), essendo ancora convinto che il comando della 2a Armata avesse provveduto ad eseguire i suoi ordini del 18 settembre e del 10 ottobre ed avesse assunto un atteggiamento difensivo, arretrando le artiglierie pesanti e lasciando solo un velo di truppe nelle trincee di prima linea, e guardava così al futuro senza troppe preoccupazioni. Cadorna scoprì la verità solo quando fu troppo tardi, alle 14 dello stesso 23 ottobre, nel corso di una conferenza col Comandante della 2a Armata a villa Carraria, presso Cividale, sede del Comando del XXVII Corpo d’Armata. Erano presenti anche i generali Badoglio, Bongiovanni, Caviglia e Montuori, ed i colonnelli Cavallero e Gabba.

In seguito nessuno dei testimoni presenti parlò dell’incontro tra Cadorna e Capello. Che sia avvenuto è però assolutamente certo, poiché nell’allegato 1 alla seduta del 14 marzo 1918 della commissione parlamentare d’inchiesta su Caporetto, nel quale sono elencati tutti i colloqui avuti da Cadorna nel 1917 e tutte le ricognizioni al fronte da lui effettuate; alla data del 23 ottobre si legge:

A Cividale. Conferenza col comandante della 2a armata e conferenza coi comandanti d’armata[8].

Di questo colloquio abbiamo inoltre la vivida testimonianza lasciata dal capitano Alessandro Sforza, ufficiale di collegamento tra il Comando Supremo ed il XXVII Corpo. Sotto gli ippocastani di villa Carraria Capello espose al Generalissimo attonito la situazione, ma soggiunse:

L’uma la maneuvra, ci resta la manovra, e le vittoriose divisioni della Bainsizza, in piena efficienza, nella loro disposizione potranno calare come una saracinesca sulla sinistra dei reparti nemici avanzanti, annientati dalle nostre artiglierie e fermati dalle nostre divisioni sullo Jeza e a Forni.

Il generale Cadorna avrebbe allora gridato:

E lo Jeza e il Kolowrat e lo Zagradan e il monte Stol ?!

I miei ordini! I miei ordini! Mio padre ha preso Roma e tocca a me di perderla!

Seguì un profondo silenzio, poi Capello replicò:

Abbiamo tutto predisposto per le linee di resistenza…

 Ma venne interrotto dal Generalissimo, infuriato:

– Avete alterato i miei ordini, ed ora correte ai ripari quando non vi è più tempo! 

Cadorna si rivolse quindi a Badoglio, e ponendogli la mano sulla spalla chiese, in piemontese:

Chiel, chiel, l’on ca fa chiel?[9] 

Mi, avrebbe risposto il comandante del XXVII Corpo, mi sun a post, l’hai tut predispost, a sun tranquil, a mi ‘n manca gnente. E aggiunse con un sorriso: A sun mac desmentiame ad predispune un camp ‘d concentrament ad presuné, le truppe nemiche ch’a cadran in nostre mani [10].

I presenti, stando alla testimonianza del conte Sforza, si guardarono in faccia sbalorditi. Cadorna, scrollando il capo, si allontanò parlando col colonnello Ugo Cavallero, il quale aveva il volto stravolto[11].

(continua…)

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

NOTE

[1]           Franco Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore. Il generale Otto von Below e il suo diario inedito, Milano 1992, pp.11 e 240.

[2]           20.X. 1917. Sul Mrzli oggi è passato al nemico addirittura un ufficiale effettivo austriaco di origine rumena assieme ad un tenente di complemento. E’ un certo Tichi [in realtà si chiamava Maxim]. Egli aveva avuto il comando di un battaglione ed era stato anche ufficiale d’ordinanza della 50ª divisione austriaca. Si era portato via una raccolta di ordini del III battaglione della Guardia con i relativi disegni che avremmo trovato più tardi a Creda nel comando del IV corpo di armata italiano ed a Cormons nel quartier generale di Capello ( Otto von Below, “La campagna d’Italia nel 1917”, diario inedito scritto nel 1920 circa, in Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore, cit., p.240).

[3]           Cadorna, Lettere famigliari ,cit, lettere del 22 ottobre 1917, p.225 e 226).

[4]           Venne poi differita alla notte del 24 ottobre a causa delle condizioni meteorologiche. Si veda il diario del generale Otto von Below in Francesco Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore, cit., pp. 240 segg. alla data del 23 ottobre.

[5]           Mario Silvestri, Isonzo 1917, Milano 2001, p. 350.

[6]           Basti citare Mario Bussoni: Per il generale Luigi Cadorna si tratta solo di un bluff, fosse solo perché lui una simile azione offensiva non l’avrebbe mai concepita (Bussoni, La Grande guerra, cit., p. 55). Ogni commento è superfluo. Basti leggere, alla pagina successiva, nel capitoletto intitolato Un’irresponsabile superficialità (quella di Cadorna, ovviamente): il comandante in capo, causa la sua ossessione per le “spallate”offensive, non ha predisposto riserve, né tanto meno a fare preparare un qualsiasi piano di ritirata, cosa per lui inconcepibile (ibid., p. 56). Come si è visto, Cadorna aveva già pronto il piano di ritirata sul Piave sin dal giugno 1917 (si veda l’appendice 3 al presente volume). Nella dedica iniziale del libro, l’autore scrive: Il più delle volte, la storia non è quella che viene raccontata (ibid. p.5). Non possiamo che sottoscrivere in pieno.

[7]           In realtà l’Alpenkorps, inquadrato nel III Corpo bavarese (Gruppo Stein ) era anch’esso schierato sul fronte isontino.

[8]           Faldella, Grande Guerra, cit., II, p. 107.

[9]           Lei, lei, cos’ha fatto lei?

[10]         Io, io sono a posto, ho tutto predisposto, sono tranquillo, non mi manca nulla! Non mi sono nemmeno dimenticato di predisporre un campo di concentramento per prigionieri per le truppe nemiche che cadranno nelle nostre mani.

[11]         La testimonianza del cap. Sforza è riportata in Faldella, La Grande Guerra, cit., II, pp. 107 segg. Dalla relazione della conferenza risulta che Cadorna sperava ancora nella tenuta delle truppe (ibid. p. 109). Si veda anche Rocca, Cadorna, il Generalissimo di Caporetto, Milano 1985, pp. 275- 276.

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